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Possiamo davvero fregarcene del giudizio degli altri?

Essere cringe, sentirsi osservati, avere bisogno dello sguardo altrui. E scoprire che una comunità può darci un posto e, nello stesso momento, impedirci di diventare altro.

Per la prima puntata del podcast della Tlonletter siamo partiti da una domanda arrivata su Instagram: come si fa a fregarsene del giudizio degli altri?

La risposta più semplice sarebbe dire che bisogna imparare a ignorarlo, a farselo scivolare addosso. Ma il problema è proprio qui: possiamo davvero farlo?

Viviamo sapendo che in qualunque momento possiamo essere guardati, fotografati, ripresi, commentati. La paura di risultare ridicoli o cringe modifica ciò che diciamo, ciò che facciamo e perfino ciò che ci permettiamo di desiderare.

Eppure dello sguardo degli altri abbiamo bisogno. È attraverso gli altri che ciò che facciamo acquista riconoscimento, senso, scopo, perfino realtà. Il problema allora diventa più complicato: come restare esposti allo sguardo altrui senza consegnargli il potere di decidere chi possiamo essere?

Abbiamo parlato di social, adolescenti che ballano sempre meno in pubblico, Lin-Manuel Miranda, provincia italiana, comunità, identità, Paolo Poli, Aldo Busi e del momento in cui scopriamo che crescere significa anche deludere qualcuno.

E siamo arrivati a una risposta provvisoria: forse non vogliamo davvero imparare a fregarcene degli altri. Vorremmo soltanto che il loro giudizio facesse un po’ meno male.

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Assolutamente, procediamo.