Stasera c'è Filosofia di Gruppo!
Tema: perché i libri non ci bastano più?
Ci vediamo stasera, alle 21, per Filosofia di Gruppo.
Parleremo del Fantasalone e di come sta cambiando il ruolo dei libri nelle nostre vite.
L’anno scorso, dopo il Salone del Libro, avevo scritto sulla Grande Stanchezza che si percepiva tra autori ed editori. Quest’anno l’ho sentita ancora ma a colpirmi è stato soprattutto il bisogno, direi proprio religioso, di tante persone che erano lì per stare col proprio corpo in mezzo ad altri corpi affini, a compiere una specie di rito collettivo. Si percepiva una gran fame di intensità e di senso che si sta spostando dal libro all’autore, caricando i singoli individui di una quantità insostenibile di bisogno simbolico. Ed è una roba complicata, che va pensata bene.
Ho letto a proposito un post di Loredana Lipperini che ha messo giustamente a fuoco un fatto: “la sensazione è che sia crescente la trasformazione di chi scrive, qualunque cosa scriva, memoir o romance o romanzi altissimi, in simbolo”, e così ”far parlare il testo diventa più difficile, se sei tu quello con cui farsi un selfie”. Mi sono chiesto: perché proprio adesso, mentre il libro sta perdendo la sua centralità come dispositivo cognitivo, il corpo dello scrittore acquista centralità come dispositivo di fiducia? Credo dipenda dal fatto che la lettura, che per secoli era stata un rapporto differito con una voce assente, oggi sia diventata in buona parte una richiesta di presenza.
Le file per i firmacopie, a guardarle bene, sembrano sempre più spesso piccole processioni davanti a sacerdoti laici. E, dall’altra parte, sono convinto che le ore infinite passate da Zerocalcare a fare i disegnetti sui libri rappresentino per lui una specie di espiazione dal peccato della fama e del successo, e svolgano quindi una sorta di funzione religiosa che, più o meno consciamente, si presta a svolgere per chi l’ha reso ciò che è.
La figura pubblica di chi scrive è caricata oggi di un peso che prima era distribuito su istituzioni, partiti, chiese, giornali, università, scuole, case editrici. Oggi molte di queste strutture sono screditate o collassate, e l’onere finisce sulle spalle dei singoli individui. Il libro continua a esistere; si compra, si firma, si fotografa e si regala. Ma quell’oggetto che per secoli è stato il luogo in cui una cultura fissava qualcosa oggi è sempre più un punto di una rete, e non il fulcro.
Non penso che la lettura finirà. Il libro continuerà a vivere, nonostante abbia smesso di agire da epicentro di quel pensiero comune che oramai si organizza in un ecosistema più variegato: podcast, newsletter, festival e fiere, gruppi Telegram, social, dialoghi con le macchine e (anche) libri.
La cultura novecentesca, però, aveva costruito una separazione fra opera e autore che era anche una protezione; si poteva leggere un romanzo senza sapere quasi nulla di chi l’aveva scritto, e incontrare un pensiero senza dover chiedere all’autore di esserne moralmente e affettivamente all’altezza. Quei sistemi che permettevano al pensiero di circolare senza chiedere continuamente il corpo di chi lo produceva stanno cedendo, e il pensiero è tornato ad avere bisogno assoluto di presenza fisica, esposizione biografica e continuità incarnata. Così si attacca di forza l’opera all’autore.
In un’epoca di smaterializzazione radicale tanti, in questi giorni, si sono infilati in un padiglione affollato e hanno aspettato, sudato, portato borse pesanti, comprato libri, cercato volti. È facile dire che è fan culture, culto della personalità e mercato dell’autenticità. Sì, lo è, senz’altro lo è, ma è anche il modo in cui un bisogno collettivo prova a sopravvivere in un tempo in cui le strutture che tenevano insieme il significato si sono sbriciolate, e si cercano figure capaci di mantenere una postura nel tempo dentro un ecosistema percepito come instabile.
Se il libro ha perso la propria centralità storica, forse può diventare qualcosa di più relazionale. Può funzionare come una delle forme attraverso cui una comunità temporanea pensa, discute, si riconosce, si corregge, sebbene non venga più usato per fissarcisi dentro.
Per chi scrive sarà faticoso, perché significherà accettare una volta per tutte che l’opera non finisce nella pagina ma continua nel modo in cui la porti, la discuti, la contraddici, la difendi e la lasci trasformare dagli altri. Scrivere libri oggi, almeno per chi vuole ancora incidere sul pensiero comune, implica anche costruire le condizioni perché quei libri viaggino nel mondo. Ed è una grandissima rottura di scatole per chi vorrebbe giustamente limitarsi a scrivere dei buoni libri, e invece deve farsene sempre più testimonial.
Il fatto è che oggi chi scrive è sempre meno qualcuno che scrive e sempre più qualcuno che fa della scrittura un ponte tra le azioni che la precedono e quelle che le succedono.
Ed è soprattutto qualcuno attorno a cui, nel bene e nel male, molte persone provano a organizzare un pezzo del proprio rapporto col mondo.
Ci vediamo a questo link:
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