Il Fantasalone
Cose che non dovrei dire sul gioco segreto che da molti anni si pratica nelle sale del Lingotto, e sul perché secondo me è giunta l'ora di aprirlo a tutti.
Adesso io vi dico una cosa che non dovrei dire, e infatti mi scuso in anticipo con quelli che sanno, che leggendo magari si arrabbiano, però la dico lo stesso perché secondo me è arrivato il momento di allargare le maglie, e poi se si arrabbiano pazienza.
C'è un gioco segreto, al Salone del Libro di Torino, che si chiama Fantasalone. Esiste da diversi anni, non si sa bene da quanti, c’è chi dice sia nato a una festa in Holden nel 2018, chi dice molto prima, e coinvolge attualmente quasi tremila insospettabili operatori culturali.
Due esperti della lounge del Circolo dei lettori sostengono che il primo regolamento del Fantasalone sia stato scritto su un tovagliolo nel salottino lì dietro da un noto politico marchigiano di area DC insieme a Josif Brodskij nel 1988, cosa che è ovviamente impossibile da verificare e che proprio per questo viene ripetuta ogni anno con maggior fermezza.
Per dovere di cronaca riporto anche che è avvenuto un “Grande Scisma” nel 2019 sul bonus Elena Ferrante di quell’anno, che ha portato a un Fantasalone parallelo ma molto più violento di cui non so abbastanza, e francamente non voglio saperne.
Il vero Fantasalone invece funziona così. In ogni sala conferenze c’è un fantasalonista che tiene traccia di quanto accade. Tu magari sei lì che pensi di stare a sentire una conversazione sulla complessità del presente e invece per dieci, quindici persone sedute là quello è sport professionistico, e non di rado una di loro è sul palco. Hanno il telefono o la Moleskine in mano, e segnano. Si guardano negli occhi quando l’autore dice la frase chiave, poi si fanno un cenno minimo e tornano a scrivere.
La cosa incredibile è che la maggioranza degli autori non lo sa. Qualcuno si è accorto che ogni volta che inizia una frase dicendo “Noi viviamo in una società che” dal fondo della sala parte una specie di movimento collettivo, una vibrazione animale, come i colombi quando percepiscono il terremoto prima degli umani. Ma non sa darsi una spiegazione e siccome è uno scrittore italiano contemporaneo di alto livello si convince che sia l’emozione del pubblico per le sue parole e va avanti tronfio, e spesso fa altri punti.
Ci sono autori da punteggio basso ma costante. I professionisti, quelli solidi. Entrano in sala, si scusano con estrema cortesia del frastuono dei vicini, compiono tutti e sette i famosi “ringraziamenti di Rita” (ossia la casa editrice, le persone in sala, l’editor, l’ufficio stampa, il compagno/la compagna, un caro amico, la nonna), e finiscono puntuali. Quindici punti netti, mai una sbavatura.
Poi ci sono i bomber, che li riconosci subito, hanno quella postura lì da gente che sa di valere anche venti-venticinque punti a presentazione. A livello cosciente non sanno del Fantasalone ma a un piano più profondo sentono che c’è una platea che li aspetta a una certa frase, e quella frase la portano a casa con disinvoltura, sempre. Citano Proust e fanno subito dopo la battutina contro il governo: dodici punti. È istinto. È mestiere.
Esistono anche accuse di doping, che vanno prese sul serio perché ricorrenti. Per anni si è sospettato che alcuni moderatori aiutassero deliberatamente gli autori a fare punti con domande del tipo: “quanto conta oggi, in un tempo così complesso, costruire comunità attraverso la cura?”. Scorretti.
I più integralisti tra l’altro sostengono che il vero Fantasalone non si giochi nelle sale ma negli stand laterali, dove gli scrittori dopo il terzo giorno iniziano lentamente a dissociarsi.
Comunque, se passando tra i corridoi della fiera avete intercettato frasi come:
“stackare Pasolini”
“chiudere una Morante”
“cappotto Adelphi”
“tripla comunità”
“build da festivalino”
“pick da Sala Azzurra”
“autore da rendimento”
stavano parlando a voce troppo alta del Fantasalone.
Tu ci entri perché qualcuno ti ci porta, di solito uno che ti conosce da anni (ogni anno puoi invitare una sola persona di sesso opposto al tuo: retaggi di un passato ingiusto), quasi sempre alla cena di Einaudi, non di rado dopo il secondo giro di limoncello, e ti fa il discorso. Ti spiega le regole e ti dice che la prima regola del Fantasalone è che non si parla MAI del Fantasalone (si dice a proposito che Chuck Palahniuk prese dal Fantasalone l’idea di Fight Club nel 1994, grazie al fondatore della Cacophony Society di Settimo Torinese che era lì per un panel sul rapporto tra botte, musica e lettura: bei tempi, quelli in cui si poteva ancora parlare liberamente). Perché se l’autore sa, l’autore cambia, e se l’autore cambia il Fantasalone si rompe, e con il Fantasalone si rompe anche quella cosa che il Fantasalone diagnostica senza dirlo, ossia il crollo perenne della letteratura italiana, che finché crolla comunque vuol dire che qualcosa ancora c’è, e quindi bene così. Io non sono d’accordo, e per questo ne scrivo: secondo me crolla lo stesso anche se apriamo le porte del gioco a tutti.
Quest’anno, per dire, si guadagna un punto se l’autore dice “in questo momento storico”, “la complessità”, “c’è bisogno di fare comunità”. Speciale 2026, a causa del tema di questa edizione, è la frase “la grandissima Elsa Morante” (bisogna che dicano proprio grandissima per ottenere tre punti).
Due punti se cita una poesia a memoria, tre se è di Szymborska, cinque se è di Szymborska e l’autore non riesce a dire bene Szymborska.
Sei punti se l’autore dice “questa è una domanda bellissima” e poi non risponde alla domanda.
Dieci punti se l’autore si presenta con quaranta minuti di ritardo sul palco. Sempre dieci se contribuisce a far arrabbiare Cacciari.
Tutto questo è la dimostrazione pratica del fatto che il mondo della cultura italiana, che passa per essere autorefenziale e incapace di ridere di sé, in realtà è molto più autoironica e intelligente di quanto si creda.







