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Il più bel niente che abbia mai visto. Moulin Rouge, o il Sonno Americano

ribellione addomesticata e sindrome di Stoccolma che si spaccia per sindrome di Stendhal

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Tlon e Andrea Colamedici
feb 26, 2026
∙ A pagamento

Questa settimana siamo a New York, come abbiamo raccontato qui.

Per arrivare all’Al Hirschfeld Theatre bisogna attraversare Times Square, e attraversare Times Square è già lo spettacolo, è già la tesi, è già tutto quello che poi succederà in sala portato alla scala di un quartiere.

Se Times Square fosse un sito web lo avresti bloccato: popup a tutta altezza e banner che lampeggiano impazziti e video che partono senza il tuo consenso e marchi che ti inseguono con lo sguardo ovunque ti giri. Un bombardamento sensoriale che online chiameresti senza alcun dubbio spam e che qui, incredibilmente, milioni di persone vengono a cercare ogni anno. Si fermano, alzano il telefono e fotografano tutto, come se fossero monumenti.

Times Square è un meraviglioso feed algoritmico reso fisico, un flusso di stimoli che non chiede consenso e non prevede vie d’uscita. Online abbiamo sviluppato difese, ad blocker, filtri, la capacità almeno teorica di chiudere la finestra e di riconoscerne la violenza e la volgarità. Il corpo nello spazio fisico non ha nessuno di questi strumenti e, confuso da tanta sollecitazione, si stordisce e gode. È paradossale ma è quel che succede; è accaduto anche a me prima di entrare a teatro. Una sindrome di Stoccolma così ben fatta che si spaccia per sindrome di Stendhal.

E però c’è una cosa che va detta: senza Times Square non sarebbero così belli i posti imboscati in un sottoscala senza insegne (tipo Burger Joint) di New York. Sarebbero belli, ma così lo sono di più. Times Square è il porno da confronto che fa sembrare tutto il resto più erotico.

La società dello spettacolo dello spettacolo

Debord diceva che lo spettacolo è il momento in cui l’esperienza vissuta viene sostituita dalla sua rappresentazione. Qui siamo un passo oltre, perché lo spettacolo stesso è diventato il materiale da spettacolarizzare. Non si rappresenta più la vita: si rappresenta la rappresentazione. Il Moulin Rouge di Broadway mette in scena l’idea hollywoodiana del cabaret parigino. Nel farlo, strizza l’occhio allo spettatore progressista per due ore e quaranta minuti con una precisione chirurgica; non sbaglia bersaglio neanche una volta, e bisogna riconoscerglielo: è un lavoro impeccabile. Nessuno al mondo sa fare spettacolo come gli americani. Ed è esattamente questo il punto.

Ogni scena contiene il segnale giusto: noi siamo i buoni, noi sappiamo che il nemico è l’avidità, lo sfruttamento, il potere. I bohémien sono gli eroi, la libertà è il valore supremo, l’amore vince su tutto, la bellezza ci salverà e il pubblico annuisce, si riconosce, si sente confermato, e intanto ha pagato tra i 75 e i 125 dollari per un biglietto già scontato del cinquanta per cento, a vedere uno spettacolo che è costato 28 milioni di dollari, dentro un set che è esso stesso, nella sua esistenza materiale, un atto di consumismo sfrenato che riempie Montmartre di mashup angloamericani1. Ma con grande gusto. La rivoluzione non avverrà mai, ma le luci sono posizionate veramente bene. E intendiamoci, questa bellezza è splendida, perché l’idea - molto italiana - che “basti il contenuto” ha fatto infiniti danni. Il problema è che Times Square e il musical di Moulin Rouge non sono kalòs kai agathòs, belli e buoni. È tutto bello, magnificamente bello, sì, ma non è buono.

Nancy Fraser chiamerebbe tutto questo “capitalismo cannibale”, vale a dire la capacità del capitale di prendere le istanze di liberazione, separarle da ogni contenuto redistributivo e sovversivo e trasformarle in estetica di consumo. Neanche per un istante lo spettacolo nasconde di essere un prodotto del capitalismo: lo esibisce con orgoglio e con sorrisi bianchissimi, e l’esibizione diventa essa stessa il meccanismo che neutralizza ogni critica. Come dire: lo sappiamo, siamo scaltri, e soprattutto siamo complici, noi e voi. E la complicità anestetizza.

È la manifestazione della straordinaria capacità di questo paese, gli Stati Uniti, di creare giganteschi e sfavillanti pacchi regalo con dentro niente. Pacchi regalo meravigliosi, intendiamoci: carta lucidissima, fiocchi perfetti e dimensioni abbondanti. Ma dentro, niente. E il vuoto è il prodotto, è ciò che viene coscientemente venduto, perché il vuoto è l’unica cosa che non delude mai davvero, dato che non promette nulla in particolare. Lo apri, non c’è niente, e pensi: forse c’è qualcosa che non ho capito. Però guarda che bella carta che hanno scelto.2

Ah, la trama!

Comunque, torniamo a noi. Bisogna parlare della trama perché a un certo punto ti siedi, le luci si abbassano, la scenografia ti travolge e il set è una macchina da guerra visiva: i corpi si muovono con una precisione che toglie il fiato, la musica ti prende e tu pensi va bene, godiamocela. E cominci a seguire la storia, e la storia è questa: siamo nella Parigi del 1899, Christian è un giovane scrittore americano che arriva a Montmartre per vivere la sua vita bohémien, incontra Satine, la stella del Moulin Rouge, la donna più desiderata del cabaret, e se ne innamora perdutamente. Satine ricambia, ma il Moulin Rouge sta per chiudere, il proprietario Harold Zidler ha bisogno di soldi, e i soldi li ha il Duca di Monroth, che in cambio del finanziamento vuole Satine per sé.

Satine è malata di tubercolosi ma non può fermarsi perché, beh, perché la storia non glielo permette. Deve scegliere tra il Duca che la compra e Christian che la ama, tra la sicurezza e la passione. Messa così sembra Verdi, sembra la Traviata. E invece no. Perché quello che c’è sotto è molto più interessante di quello che gli autori pensano di aver messo, perché lo spettacolo basato sul film di Baz Luhrmann dice una cosa credendo di raccontarne un’altra, e la cosa che dice senza saperlo è molto più rivelatrice della cosa che racconta di proposito.

C’è il Duca di Monroth, il cattivo della storia, il personaggio che il pubblico è spinto a odiare dalla prima scena in cui appare. Possiede, compra, pretende. Considera Satine sua proprietà, o quantomeno così ce lo vogliono raccontare. Perché c’è qualcosa che non torna nella sua costruzione, qualcosa che rivela più di quanto il musical intenda, e riguarda ciò che il Duca rappresenta davvero.

Europa vs America

Il Duca è chiaramente l’Europa, il vecchio mondo, l’aristocrazia, la cultura antica, il potere che viene da lontano. Christian, il protagonista, è invece l’America: giovane, appassionato, pieno di sogni, convinto che l’amore e la libertà possano vincere qualsiasi cosa. Tra i due la differenza apparente è morale. Quella reale però è un’altra, e il musical la mostra senza volerlo. Il Duca è costruito come una macchietta, un ostacolo narrativo, un cattivo da melodramma a cui non viene concessa nessuna profondità, nessuna qualità che il pubblico possa riconoscere come valore. L’America/Christian non riesce a immaginare che l’altro, che il Duca/Europa, abbia qualcosa dentro, perché riconoscerlo significherebbe ammettere un debito, una mancanza, una profondità culturale che il Nuovo Mondo sa di non possedere fino in fondo e che compensa con l’energia, con il sentimento, con il volume. Alla fine si compensa sempre con il volume, negli USA.
Think bigger.

Il complesso di inferiorità statunitense verso l’Europa si vede tutto nel dispositivo. Il fatto stesso che lo spettacolo sia ambientato a Parigi, che usi l’estetica europea come scenografia, che saccheggi il Moulin Rouge come brand per svuotarlo di ogni contenuto e riempirlo di canzoni pop angloamericane è il complesso di inferiorità in azione. Non è che l’America odi l’Europa: è che la compra, la svuota, ci si traveste, e poi la presenta al proprio pubblico come spettacolo. Il musical stesso è ciò che l’America fa all’Europa. Il Moulin Rouge di Montmartre esiste dal 1889 e fa i suoi spettacoli di rivista con il can-can e le piume; quello di Broadway prende il nome, tiene le piume e il can-can e butta via quasi tutto il resto, e ci mette dentro Britney Spears. È una metafora così perfetta che quasi ti commuove.

L’eroe tremendo

Ma il vero colpo di scena, quello che il musical non sa di contenere, non riguarda il Duca. Riguarda Christian. Perché Christian, l’eroe, il protagonista, a ben guardare è il personaggio più violento della storia.

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