Un gesto così significativo da volerlo compiere ogni giorno
Abitudini, attenzione e il tesoro da tracciare
Avevo deciso che dopo la laurea in Scienze Pedagogiche avrei preso lezioni di conversazione in inglese, perché sono una di quelle persone che si censurano molto quando parlano in un’altra lingua, e quando mi capita di ritrovarmi all’estero o in un incontro online ci metto un po’ per sciogliermi, e stava diventando limitante.
Quando ho effettivamente cominciato, mi è tornata in mente quella newsletter sui buoni propositi che Andrea ha scritto qualche settimana fa, in cui diceva che la domanda giusta non è dove vogliamo arrivare ma come vogliamo attraversare. Mi ha fatto pensare alla questione delle abitudini, che mi interessa da molto tempo: perché alcune reggono e altre no, perché certe cose che facciamo ogni giorno ci nutrono e altre ci svuotano anche se sulla carta sembrano identiche?
Io e Andrea siamo diversi: a me per esempio è sempre piaciuto fare liste e programmi, a lui piace tantissimo farli saltare. Mi piace pianificare, ho un senso del dovere esagerato e conosco molto bene l’effetto Zeigarnik, quel principio psicologico secondo cui le persone tendono a ricordare meglio i compiti interrotti o non completati rispetto a quelli che hanno concluso.
Ecco, di fronte alle sessioni di conversazione in inglese mi sono dovuta scontrare con il fatto che l’apprendimento avviene a piccoli sorsi: meglio 15 minuti al giorno che un’unica sessione di 24 ore, dicono tutti. Io, però, di solito funziono al contrario, e quando qualcosa mi appassiona divoro libri, articoli, video, ne parlo con chiunque, ci penso mentre cammino, ci penso prima di dormire, faccio ovviamente anche sogni a tema. E sono impaziente di capire.
L’hyperfocus che produce risultati rapidi è il meccanismo che conosco meglio, eppure l’inglese, come ogni altra lingua, non si lascia imparare così. Chiede pratica lenta, e perché un phrasal verb ti venga in mente spontaneamente bisogna ripeterlo e ripeterlo. Questo per me significa aspettare che i progressi arrivino un po’ per volta (la piattaforma che uso mi racconta di progressi impressionanti, ma temo che voglia lusingarmi).
Nella nostra rubrica su Vanity Fair abbiamo scritto di abitudini e del paradosso dell’ottimizzazione a partire dal fatto che Atomic Habits, il libro di James Clear che ha venduto più di 25 milioni di copie del mondo, è ancora un longseller. L’articolo si può leggere [qui]. Quello che Clear sostiene (e internet è pieno di video che gli fanno eco) è che le grandi trasformazioni personali derivino da cambiamenti dell’1% per volta. Scomponi il gesto, crea un innesco, associa una ricompensa, rendilo facile, e manterrai la serie.
Il problema è che la quasi totalità delle persone molla, e questo accade perché evidentemente il sistema - sebbene sia vero in teoria - non è sufficiente per farti compiere quel minimo sforzo giorno per giorno. A un certo punto qualcosa nel meccanismo si inceppa. Eppure il successo enorme di quel libro e di tutto il filone che rappresenta dice che il desiderio è reale, ed è un desiderio di autoefficacia.
Secondo Clear, il punto di arrivo dell’abitudine ben costruita è che non la senti più. L’abitudine perfetta è quella che si compie da sola, come un programma che gira in background. E allora forse il paradosso è questo: quando il gesto diventa automatico smette di essere significativo, e quando smette di essere significativo viene abbandonato, perché non era l’automazione ciò che cercavamo. Non è la ricerca della performance, è qualcosa di più simile alla fioritura.
La domanda, come abbiamo scritto per Vanity Fair, allora è: come si rende un gesto così significativo da volerlo compiere ogni giorno?
E allora mi è tornata in mente Simone Weil.
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