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Buoni propositi per anni difficili

Si può progettare se manca il futuro? Sì.

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Andrea Colamedici e Tlon
gen 03, 2026
∙ A pagamento

Anzitutto, auguri.
All’inizio di ogni anno facciamo liste, prendiamo decisioni, giuriamo a noi stessi che questa volta sarà diverso. Più esercizio, meno distrazioni, più quiete, e così via. Ma come si fa a progettare se il terreno si muove sempre, e se niente sembra abbastanza saldo da reggerci sopra un’intenzione? Perché, a guardarlo bene, l’orizzonte ha smesso di essere un luogo verso cui camminare. Brucia, o scompare, o si sposta mentre lo guardiamo. Il fatto è che si è rotto qualcosa di più antico, un patto che durava da parecchio tempo. E va bene così.

Jurema Oliveira, Il terremoto di Lisbona

Coprire l’assurdo

Il primo novembre del 1755 un terremoto distrusse Lisbona. Trentamila morti in pochi minuti, nel giorno di Ognissanti, mentre la gente era in chiesa. Le candele votive rovesciate dagli altari appiccarono incendi in tutta la città; chi fuggì dalle fiamme verso il porto fu travolto dallo tsunami che arrivò mezz’ora dopo. L’Europa si trovò davanti all’assurdo senza veli: il male gratuito, la catastrofe senza senso, e il cielo muto. L’ottimismo di Leibniz per il quale viviamo nel migliore dei mondi possibili diventò osceno. Voltaire scrisse il Candide per ridicolizzarlo, Kant un saggio sulle cause naturali dei terremoti.

E venne fatto un patto.
L’Europa smise di chiedere perché e cominciò a chiedere come. La domanda sul senso venne sostituita dalla domanda sul meccanismo. Il futuro non sarebbe più stato un destino da accettare ma un progetto da costruire. Bisognava proteggersi, anche da Dio. L’orizzonte sarebbe stato fermo, calcolabile, e noi vi saremmo andati incontro con i saldi strumenti della ragione.

Quel patto ha retto in qualche modo per due secoli e mezzo per l’Occidente. Ha prodotto la scienza, i diritti, le istituzioni come le intendiamo oggi, e la promessa che se fai le cose giuste arrivi da qualche parte. Era una copertura, perché lì sotto l’assurdo infuriava lo stesso, ma ci si poteva illudere che tutto fosse sotto controllo.
Ora quella copertura è ceduta in più punti. L’assurdo che era stato sommerso è tornato in vista nel clima impazzito, nelle guerre sotto casa, nella tecnologia che ci sovrasta, nella politica delirante. Non che prima il mondo fosse stabile, intendiamoci; ma almeno potevamo fingere che lo fosse. E allora il proposito classico, quello che dice “fra dodici mesi vorrei arrivare lì”, quello che presuppone un mondo che accetta di restare fermo mentre tu ti ci muovi dentro, non lo si riesce più nemmeno a pensare.

C’è solo lo stile

C’è però quel vertiginoso frammento di Eraclito, il numero 119 nella raccolta Diels-Kranz: ethos anthropoi daimon. Di solito lo si traduce con “il carattere di uomo è il suo destino”, e lo si legge come una massima morale: comportati bene e sarai premiato. Sono infinite le interpretazioni che nei millenni sono state date a queste tre parole; in questo caso ci è utile quella di James Hillman che, nel Codice dell’Anima, ha spogliato il termine ethos dalla crosta dell’etica posteriore e vi ha trovato qualcosa di più antico: l’ethos come «abito», come il modo in cui conduci la tua vita. E così il frammento dice altro: che il tuo modo abituale di stare nelle cose è già il tuo daimon.

«Come conduci la tua vita: tale sei e tale sarai. È un autoinganno aggrapparsi a un sé privato, nascosto e più vero, a prescindere da come siamo in pratica. Invece, ecco il realismo di Eraclito: tu sei il modo come sei».

Non c’è un’essenza segreta da scoprire, un io autentico sepolto sotto le incrostazioni della vita quotidiana. C’è il modo in cui attraversi le cose.
C’è quindi soltanto, a ben vedere, lo stile.

James Hillman

Hillman poi si spinge oltre. Scrive che ci siamo abituati a credere che il daimon si preoccupi del nostro destino, e che sia un nostro servitore vita natural durante. Ma il suo, di destino? Siamo soliti pensare che il daimon sia un cagnolino al nostro servizio; una risorsa interiore, un talento da sfruttare, una guida per realizzarci. Lo psicologo americano capovolge la questione e si domanda: e se fossimo noi al suo servizio? O quantomeno: se ci fosse una qualche reciprocità? Se il compito non fosse usare il daimon per i nostri scopi, ma offrirgli una dimora degna?

Eudaimonia e Euantropia

Proviamo a prendere sul serio lo sprone di Hillman, e ad agire come se il daimon esistesse davvero. Proviamo a prendere a cuore la sua felicità, e a nominarla.

I greci chiamavano eudaimonia la felicità; letteralmente avere un buon daimon, uno che sapeva guidarti bene, e che non aveva desideri troppo cruenti da farti soddisfare.
Se rovesciamo lo sguardo e guardiamo dalla parte del daimon, la sua felicità speculare sarebbe l’euantropia: ossia avere un buon umano. Uno che lo accoglie bene, che gli dà forma, che gli permette di crescere attraverso ciò che fa. Lo stile di cui parlavamo, allora, più che una forma di auto-espressione si rivela un’etica dell’ospitalità, il modo in cui offriamo a ciò che ci abita una vita in cui valga la pena vivere. È lo stile come servizio verso qualcosa che è in noi ma non ci appartiene.
Ed è bello pensare alla felicità del proprio demone. Non so come altro dirlo.

François-André Vincent, Alcibiade istruito da Socrate (con daimon annesso)

Questo rovescia il senso dei nostri propositi perché di solito ci chiediamo: cosa voglio ottenere io? Dove voglio arrivare io? Se però il futuro non è più un luogo stabile e io non sono più il centro di una circonferenza ma uno dei due fuochi di un’ellisse, tutto cambia.

Facciamoci aiutare dalle parole. Proposito viene da propositum, ciò che è posto davanti a sé. Progetto da proiectum, ossia quel che è gettato avanti. Entrambi presuppongono un luogo che sta fermo, che aspetta, che accoglie il lancio o riceve ciò che vi è stato deposto. Ma se l’avanti brucia, se si sposta, se non c'è più un terreno su cui atterrare, allora il gesto stesso perde senso. Non si può porre nulla davanti a ciò che non esiste. Non si può gettare nulla verso ciò che non sta fermo ad aspettare. Non si può progettare nel solito modo.
Ci si può però chiedere un’altra cosa: come attraversare.

Come attraversare

Scrive Hillman:

«Con il nostro comportamento noi facciamo anima, perché l'anima non arriva preconfezionata dal paradiso. Lassù è solo immaginata, è un progetto irrealizzato che vuole scendere per crescere».

L’anima non è data una volta per tutte. È qualcosa che si fa, giorno per giorno, gesto per gesto. Ogni scelta la modifica e la forma, la tradisce o la nutre. Il proposito, allora, riguarda ciò che diventeremo facendo, e ciò che faremo diventare l’anima che ci abita.

Buffon, nel suo Discours sur le style all’Académie française, pronunciò una frase memorabile:

«Ces choses sont hors de l’homme, le style est l’homme même: le style ne peut donc ni s’enlever, ni se transporter, ni s’altérer».

Le conoscenze, le scoperte, i fatti, sono fuori dall’essere umano. Ma lo stile è l’umano stesso. E dunque non può essere portato via, né trasferito, né alterato. Perché lo stile sei tu, nella forma che dai al tempo mentre lo attraversi.

Nicolai Abildgaard, Socrate in prigione (con daimon annesso)

Addendum per abbonati

Un secolo dopo, Nietzsche scriveva nell’aforisma 290 della Gaia scienza:

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