Un consiglio di lettura, alcuni spunti al rientro dall'Argentina e un invito alla conferenza spettacolo "Ipnocrazia" a Milano
E dove vederci in settimana a Firenze, Padova e Verona
Cominciamo dalla fine.
Abbiamo una bella notizia: il 23 marzo al Teatro Carcano di Milano andrà in scena per la prima volta la nostra conferenza-spettacolo Ipnocrazia, che porta sul palco l’esperimento Jianwei Xun, con la regia di Gabriele Di Luca della mitica compagnia teatrale Carrozzeria Orfeo. Il suo è lo sguardo giusto per Ipnocrazia, capace di tenere insieme la lucidità dell’analisi e la follia della messa in scena.
Saliremo sul palco per raccontare cosa accade quando si inventa un autore, lo si vede viaggiare per il mondo e poi si rivela che non è mai esistito, scoprendo che la rivelazione ne conferma la tesi (e faremo insieme al pubblico in sala qualcosa di altrettanto curioso, che non possiamo raccontare ora).
Cos’è successo in Argentina
Siamo appena tornati dall’Argentina dopo il passaggio a New York (sì, siamo un po’ stanchi). Il 4 marzo Andrea ha tenuto la disertación magistral di apertura dei Diálogos de Futuro, l’iniziativa che ha riunito nella sede del parlamento mendocino specialisti di intelligenza artificiale, biotecnologia, telecomunicazioni e governance provenienti dall’America Latina e dall’Europa.
Il 5 marzo, nel quadro del Foro de Inversiones y Negocios, ha poi partecipato al panel “Diálogos con el futuro: ¿qué futuro estamos creando?” insieme a Borja Barbero, biochimico e ingegnere genetico della NASA, Pamela Gidi, responsabile della coordinazione strategica del nuovo Ministero della Scienza cileno, e Francisco Chahuán, senatore cileno e promotore del Congreso Futuro (a cui Andrea ha partecipato lo scorso gennaio: qui ne abbiamo parlato nella newsletter).
Il 6 marzo, infine, alla Facultad de Filosofía y Letras della Universidad Nacional de Cuyo, si è tenuta la conferenza Hipnocracia: IA y el control algorítmico de la conciencia, organizzata dall’Instituto de Filosofía e dal progetto di ricerca Arte, afectividad y educación, con la moderazione del professor Santiago Gelonch Villarino.
Scriveremo una newsletter ad hoc ispirata a questa esperienza argentina, in particolare ad alcuni incontri straordinari che abbiamo avuto.
Per ora passiamo ai consigli, che vanno in onda in ritardo di un giorno e in forma ridotta per venire incontro alle nostre capacità mentali (cit.) limitate dopo questo breve ma intenso tour de force americano.
Da leggere
Ti consigliamo Un himno a la vida. Mi historia di Gisèle Pelicot, scritto con la giornalista e romanziera Judith Perrignon (Lumen, 2026, in Italia è appena uscito per Rizzoli).
Andrea lo ha letto durante il volo di ritorno in Italia, dopo averlo trovato in una libreria di Mendoza. È il libro in cui Pelicot racconta in prima persona la propria storia: una mattina di novembre del 2020 una telefonata dal commissariato di Mazan, e la scoperta che per quasi dieci anni il marito l’aveva drogata e violentata, invitando decine di sconosciuti a fare altrettanto.
La cosa straordinaria di questo libro è la qualità della narrazione. Pelicot non reclama compassione, non chiede ammirazione né costruisce un monumento alla propria sofferenza ma riprende possesso della propria storia con una maestria autoriale rarissima, che fa di questo libro un testo che tiene insieme la devastazione e la limpidezza, l’orrore e una gioia ostinata per l’essere al mondo.
Lo raccomando, da uomo, agli uomini. Perché il primo istinto di fronte a questa vicenda è la distanza: cinquanta uomini, duecento stupri, un mostro, un caso estremo, una patologia. Il libro smonta questa distanza pezzo per pezzo. I cinquanta uomini del processo erano padri, mariti, colleghi, vicini; altro che mostri. La cosa più difficile da reggere, nella lettura, è proprio questa normalità: anzitutto la volontà di quegli uomini nello stuprare una persona narcotizzata, considerando la violenza inflitta una controindicazione accettabile per la soddisfazione del proprio desiderio. Gisèle Pelicot - con l’aiuto di Perrignon - lo dice con la stessa elegantissima precisione con cui racconta tutto il resto (la propria infanzia e quella di Dominique Pelicot, il matrimonio, i figli, il processo). E quella precisione costringe chi legge a guardarsi intorno, e poi a guardarsi dentro, e a restarci un po’.
È il tipo di libro che non ti lascia dove ti ha trovato.
“La vergogna deve cambiare lato”, ha detto Pelicot al processo, rifiutando che si svolgesse a porte chiuse.
Un estratto dal memoir:
Quando avevo sedici anni mi chiedevo sempre quale fosse la mia missione. A quell’età ci si interroga sul senso della vita. Io cercavo qualcosa di più, una missione, appunto: avevo bisogno di averne una per sfuggire alla tristezza che aveva inghiottito la mia famiglia, e che avrebbe potuto far fuori anche me. Era il 1968, le donne lottavano insieme per sottrarsi a una vita programmata, per l’aborto, per la loro libertà, io le sentivo, le ammiravo, ma ero distante, non capivo quell’opposizione tra uomini e donne. Ero assillata dalla figura melanconica di mio padre che non ero mai riuscita a consolare, né lui, né mio fratello: non avevo potuto fare niente per loro, così silenziosi, così lontani da qualunque brutalità maschile, così affezionati a mamma. E sognavo l’amore, un matrimonio, una famiglia per aggiustare tutto, per prendermi ciò che mi era stato strappato, per invecchiare di fianco a un uomo, per abbracciare i miei figli finché, troppo grandi, non si fossero divincolati e avessero respinto con dolcezza la stretta materna. Volevo tutto questo, niente poteva farmi deviare da questa strada, e avevo creduto di imboccarla sposandomi, nella buona e nella cattiva sorte.
Eccomi a settant’anni donna martire, simbolo di una nuova ondata femminista che conosco poco. Non voglio voltarle le spalle ancora una volta. Resterò quella che sono, senza odio, incapace di opporre gli uomini alle donne perché credo che siamo fatti per vivere insieme. Potrei anche deludere qualche militante, non sono molto radicale, da sempre sostenitrice di una vita classica e calma. Ma ho sentito come hanno trasformato tutto il dolore di un processo in canti liberatori sui gradini del palazzo di giustizia, ho sentito la gioia e la rabbia trionfare sul silenzio; perciò, sono felice di offrire la mia storia come esempio e il mio nome come stendardo. Ed estremamente sollevata di sapere che una donna che si sveglierà senza ricordare ciò che è successo il giorno prima penserà a me, o meglio a quanto mi è accaduto. Sì, preferisco scriverlo così, che pensi a quanto mi è accaduto. Non mi piace il ruolo di vittima e non mi sono mai sentita né considerata un’icona. Forse ho semplicemente compiuto la missione che mi dava il tormento a sedici anni.
Calendario
Il 12 marzo alle 14.30 a Firenze, presso il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino per lo European Festival of Journalism and Media Freedom, Andrea sarà intervistato da Paolo Celot su Ipnocrazia. Informazioni qui.
Lo stesso giorno alle 20.30 Maura condurrà una lezione presso la Sala della Carità Via S. Francesco, 61, a Padova, dal titolo Dalla ricompensa alla libertà. Per Cambio Gioco, settimana per la prevenzione del gioco d’azzardo. Informazioni qui.
Venerdì 13 marzo alle 18.00 Maura sarà in dialogo con Cristina Donà al
Teatro alle Stimate di Verona per un incontro dal titolo Desiderio d’Amore. Informazioni qui.
Per questa volta è tutto.
A presto,
Andrea e Maura









Grazie per questa newsletter. Vado a dormire con più speranza dopo avervi letto.
Oggi sono evasa dal lavoro per andare a vedere Andrea al Teatro del Maggio a Firenze. Finalmente a Firenze Andrea❤️! Sono ancora emozionatissima e Andrea si conferma sempre un grande defibrillatore per il cervello. Un incontro bellissimo, tra le ore di permesso lavorativo meglio spese di sempre. Ma chi me lo faceva fare di rimanere in ufficio a lavorare?! Grazie Andrea per queste occasioni e per essere sempre una giusta leva per coltivare la meraviglia, accogliere l'inaspettato, percorrere strade diverse da quelle conosciute. Sono piena di gratitudine ❤️