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Siamo tutti complottisti. Cosa dicono di noi gli Epstein files

Perché il pensiero complottista è un adattamento evolutivo, la filosofia nasce dallo stesso identico sospetto, e il caso Epstein ci costringe a fare i conti con domande impegnative su noi stessi.

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Tlon e Andrea Colamedici
feb 11, 2026
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Da ragazzo amavo le teorie del complotto e mi sforzavo di crederci perché volevo che il mondo fosse più interessante di come me lo raccontavano. Ho attraversato per diversi anni quella fase in cui dietro qualsiasi evento pubblico, grande o piccolo, si muoveva sempre e comunque una mano occulta.

Oggi quello che mi affascina dei complotti è la loro architettura: come si costruiscono, quali bisogni intercettano e quali generano, e con quale precisione si incastrano nella fame di chi li cerca.
Gli Illuminati, le società segrete, le cospirazioni secolari, i grandi cattivi: al tempo ho esplorato tutto il repertorio e ho incontrato una marea di meravigliosi spostati mentre andavo a caccia della vera, verissima verità1.
E ricordo con precisione il sentimento che animava quella ricerca, perché era nobile nella sua radice: il rifiuto dell’idea per cui “le cose stanno così, punto e basta”.

Emilio Isgrò, Credo e non credo, 2010.

La nascita del complottismo

Quel rifiuto è il primo movimento del pensiero. Anche la filosofia nasce da lì, dal dirsi che il mondo non si esaurisce dove gli altri dicono che finisca2. Platone l’ha messo in scena nel mito della caverna, che è il frame narrativo per eccellenza di ogni teoria del complotto: tra individui incatenati che scambiano le ombre per realtà un uomo si libera, vede il sole, e quando torna a raccontare ciò che ha visto viene preso per pazzo. È una struttura che qualsiasi complottista riconoscerebbe immediatamente come propria: io ho visto la verità, gli altri dormono e se provo a svegliarli mi deridono.

La differenza tra ricerca e complottismo sta nel metodo e nella disposizione interiore. Il ricercatore accetta che il percorso sia lungo e incerto, e che possa portare alla fine a scoprire di avere torto. Il complottista vuole invece la rivelazione immediata, completa, fatta e finita, e non contempla la possibilità di essersi sbagliato. Il ricercatore (in teoria) dialoga e fa della propria ignoranza un metodo, laddove il complottista accumula conferme ed è convinto di avere sempre ragione. Questa differenza è in realtà labilissima: il confine tra chi indaga con disciplina e chi cade nella paranoia interpretativa si attraversa senza accorgersene, a volte in una sera.
E può succedere a chiunque.

Siamo tutti complottisti (per fortuna)

Nessuno è al riparo dal complottismo, così come nessuno è al riparo dalla superstizione o dal pregiudizio. Ognuno di noi crede a qualcosa di assurdo, una convinzione mai verificata che abita il fondo del nostro pensiero e che difendiamo con una ferocia inversamente proporzionale alle prove di cui disponiamo.

La psicologia evolutiva conferma questa intuizione con una precisione che dovrebbe inquietare chiunque se ne creda al riparo. Uno studio pubblicato nel 2018 su Perspectives on Psychological Science argomenta che il pensiero complottista non sia un difetto cognitivo ma un adattamento evolutivo, un sistema d’allarme che la selezione naturale ha favorito perché, negli ambienti ancestrali, sospettare di coalizioni ostili poteva fare la differenza tra la vita e la morte. In un mondo impegnativo come quello preistorico, il paranoico sopravviveva e il fiducioso moriva. L’evoluzione ci ha tarato verso i falsi positivi: meglio cento sospetti infondati che un complotto reale non intercettato.

Il problema è che quei meccanismi si sono evoluti per funzionare in gruppi di un centinaio di umani, dove potevi verificare i tuoi sospetti guardando in faccia chi ti stava intorno. Tra otto miliardi di persone connesse da reti globali, dove le informazioni viaggiano molto più velocemente della possibilità di verificarle, il sistema d’allarme suona senza sosta e nessuno sa più come spegnerlo, e così abbiamo finito col considerarlo parte del paesaggio sonoro. Il complottismo contemporaneo è un meccanismo ancestrale funzionale che opera in un ambiente inadatto. E poiché è radicato nella struttura stessa della cognizione umana, prima che la ragione abbia il tempo di intervenire, nessuno ne è esente per costituzione. La disciplina del dubbio viene sempre dopo, e costa molta fatica.

Il complottismo è, infatti, una domanda giusta che offre risposte sbagliate.

La domanda giusta è: il mondo funziona davvero come ci è stato raccontato?
E la risposta, evidentemente, è no
.
Gli Epstein files lo confermano con una brutalità rara, anche se intorno ai documenti reali si è già addensata una nube di notizie false (dai nomi che non compaiono nei file alla presa per buona di rivelazioni non verificate, per la serie è scritto, quindi è vero). Tre milioni e mezzo di pagine sono troppe affinché qualcuno le legga davvero. Ad ogni modo, il fatto assodato è che Jeffrey Epstein era un finanziere americano che per decenni ha gestito una rete internazionale di sfruttamento sessuale di minori, protetto da amicizie con capi di stato, principi reali, scienziati e amministratori delegati.

Emilio Isgrò, Pacem in terris

Su questo, il ragazzo che a sedici anni leggeva Il mattino dei maghi ha ragione: dev’esserci molto altro dietro. Il fatto è che i complottisti che parlavano di Epstein - QAnon in testa - puntavano tutto sui democratici e le élite liberal, ma la rete che i documenti potenzialmente rivelano attraversa ogni schieramento e ogni nazione. La realtà supera sempre la cospirazione; il complottista aveva ragione sul fatto e torto sulla mappa. Vedeva il mostro, ma lo collocava esclusivamente nel territorio del nemico.

Il fatto è che restare nel dubbio è faticoso, e reggere sempre l’incertezza è quasi insostenibile. E allora il complottista, anziché educare il proprio sospetto, lo narcotizza con una spiegazione totale e sostituisce un racconto con un altro racconto, una certezza con un’altra certezza, e la sua fame di senso - che era autentica, che era sacra - si trasforma in una bulimia narrativa.

In lotta contro la realtà

Conosco bene quella fame. È un bisogno di profondità e una fame di iniziazione in un tempo sprovvisto di riti di passaggio. È, in fondo, un desiderio di più mondo, più vita, più realtà. È il desiderio più umano che esista.

Ma proprio perché è così potente, è facilissimo da deviare. Vediamo come.

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