L'arte che non spiega niente - Leonora Carrington
(e il link al BookClub di stasera)
Ciao, qui Maura.
[Stasera ci sarà l’incontro mensile del BookClub dedicato a Il cornetto acustico di Leonora Carrington (più giù trovate il link a Zoom), e volevo approfittarne per parlare ancora una volta di lei]
All’inizio di questo mese ho visitato il MoMA a New York, e a un certo punto mi è apparso davanti Green Tea, un quadro del 1942 proprio di Leonora Carrington. Il giorno prima avevo mandato la newsletter con la scelta del libro che le persone abbonate alla Tlonletter avevano scelto, in cui parlavo un po’ della sua storia.
È piccolo, 61 per 76 centimetri, e ricorda certi luoghi fantastici, come Il giardino dei Tarocchi o La Scarzuola. Nei quadri di Carrington ci sono sempre creature, vapori, presenze animali, colori accesi, come se ognuna delle sue opere rappresentasse una diapositiva del suo universo interiore, una specie di metaverso che lei ha realmente abitato, e che ha spesso restituito attraverso la pittura e la narrativa.
Quando me lo sono trovata davanti - per quanto piccolo - non mi è sembrato un caso. Lei, di sicuro, non si sarebbe stupita. Quello che mi colpisce sempre dei quadri di Carrington, e del suo unico romanzo compiuto, è che non funzionano come ci si aspetterebbe da un’opera surrealista, perché non c’è nessuno strappo nel tessuto del mondo. C’è piuttosto un mondo parallelo costruito con una coerenza interna assoluta, con le sue creature, le sue regole, la sua cosmogonia, che Carrington ha abitato per tutta la vita come se fosse altrettanto reale di quello che abitiamo noi.
Non so ancora - lo saprò stasera - se Il cornetto acustico vi è piaciuto, posso dirvi che secondo me entrare nella sua opera significa accettare di muoversi dentro qualcoda che non ha una logica, che può confondere, e che può dunque aiutare - in tempi come questi - a perdersi e a godersi il viaggio senza chiedere spiegazioni, abbandonando per un po’ l’abitudine di trattare l’arte come un percorso con una destinazione, qualcosa che deve insegnarti qualcosa, portarti da qualche parte, lasciarti migliore o almeno più consapevole di prima.
Finire un suo romanzo senza aver capito dove voleva portarti è il segnale che ha funzionato. Ridere durante la lettura di un romanzo di un’artista così importante può essere inaspettato, perché abbiamo l’idea che quel certo tipo di arte abbia bisogno delle nostre migliori qualità intellettuali per essere compresa, e invece Leonora Carrington ci ricorda il potere dell’ironia, del prendersi in giro, del meravigliarsi, stupirsi e ridere allo stesso tempo.
In Il cornetto acustico, Marian Leatherby ha novantadue anni, la barba che le cresce sul mento, e sente pochissimo. Vive in Messico col nipote, la moglie di lui e il bisnipote, che la considerano un peso con la cordialità appena sufficiente a non doversi sentire in colpa. Un giorno l’amica Carmella (che personaggio incredibile, lei dovete averla adorata di sicuro) le regala un cornetto acustico di ceramica. Con quello strumento Marian comincia a sentire quello che i suoi familiari dicono quando credono che lei non ascolti: si stanno organizzando per spedirla in un ospizio.
L’ospizio è la Confraternita del Pozzo di Luce, un covo di gente fuori come un balcone. Le ospiti seguono un regime di controllo di sé che comprende docce fredde e privazione del cibo (qui c’è una colossale presa in giro nei confronti di alcune correnti esoteriche, magari ne parleremo). Marian prende nota di tutto con attenzione, ma senza prendere niente sul serio. Viene rimproverata perché troppo golosa, identificata con le passioni terrene, e lei racconta tutto con una pura ironia britannica che è insieme distacco e precisione chirurgica.
[Leonora Carrington, The Elements]
A un certo punto - e qui mi fermo per evitare spoiler - il romanzo svolta verso miti arturiani, riti alchemici, dee lunari, una cospirazione millenaria che coinvolge la storia dell’umanità intera, sconvolgimenti climatici, e quindi prende sostanza tutto quell’insieme di discorsi di Marian e di Carmella che fino a quel punto sembrava la farneticazione di due donne molto in là con gli anni. Tutto viene narrato con lo stesso tono piano e leggermente divertito con cui si potrebbe raccontare una gita fuori porta andata storta.
Carrington scriveva così perché pensava così. La sua cosmogonia personale, costruita nell’arco di tutta una vita, mescolava il folklore celtico dell’infanzia con la mitologia azteca del Messico in cui visse per decenni, l’alchimia medievale, la cabala, il buddismo tibetano, e una competenza culinaria che per lei era una pratica di trasformazione della materia, un po’ come la pittura.
Della sua vita ho già raccontato qui, ma voglio ricordare che nel 1940 ebbe un crollo psicotico grave, era stata internata a Santander, le erano state somministrate dosi massicce di Cardiazol. Anni dopo scrisse Giù in fondo, un resoconto di quell’esperienza dall’interno, senza la mediazione rassicurante del senno di poi. Usò quell’esperienza come materiale grezzo per costruire qualcosa che non doveva aver bisogno di essere redento per avere senso.
Viviamo in una cultura in cui qualsiasi esperienza, difficile o ordinaria, tende a trasformarsi in un arco narrativo con una direzione riconoscibile, fatta di elaborazione, superamento, trasformazione in qualcosa di utile.
Questo romanzo finisce senza offrire alcuna catarsi, senza che Marian abbia imparato una lezione o raggiunto una pace interiore. Luis Buñuel disse che leggere Il cornetto acustico libera dalla miserabile realtà dei nostri giorni, come se il libro potesse ricordarci che la realtà è molto più vasta e strana di come la stiamo trattando, e che esplorarla con attenzione non significa smettere di trovarci dentro qualcosa di assurdo e comico.
Stasera ne parliamo insieme, alle 21 su Zoom, qui:
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