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Il talento da solo non spiega niente (e nemmeno il privilegio)

Un anno di ozio a Broadway, un terminale a Seattle, il tavolino di Jane Austen e chi metteva il cibo davanti a Conrad

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Tlon e Maura Gancitano
ago 29, 2026
∙ A pagamento

Buongiorno da Alpbach, in Tirolo. Siamo qui per l’European Forum Alpbach, in particolare per partecipare al laboratorio su Media, Attivismo e Democrazia, che riunisce professionisti della società civile e dei media indipendenti e a cui è stata invitata anche Tlon. Ve ne parleremo la prossima settimana, perché può dare degli strumenti molto utili per orientarsi rispetto alle prossime elezioni italiane.

[Alpbach è tutta così]

Da domenica prossima ripartiremo regolarmente con la newsletter dei consigli settimanale, oltre al videopodcast del lunedì e ad almeno un longform durante la settimana.

Andiamo al tema di questa newsletter, che riprende il discorso sulla creatività iniziato qui la scorsa settimana. Dicevamo che quando si parla di creatività “il punto” non esiste, piuttosto esiste la pratica, un giorno alla volta. Eppure - siamo sinceri - è faticoso, ed è difficile non domandarsi se non ci sia un segreto che certe persone si portano dietro per riuscire a entrare in uno stato di flusso e a non bloccarsi nel percorso creativo (qualunque sia il filone che si sta seguendo), soprattutto quando non succede niente.

Qualche mese fa ho letto un libro di Mason Currey, già autore del famosissimo Rituali quotidiani, in cui raccontava il processo creativo essenzialmente solo di artisti uomini. Dopo essersi reso conto di aver tagliato fuori un enorme numero di donne, ha scritto quindi Grandi artiste al lavoro , ed è interessante osservare la differenza, perché in questo emergono le difficoltà tipiche (per esempio le dipendenze) ma anche ostacoli più pratici e concreti (figli, persone di cui prendersi cura, cose normali da fare durante la giornata, ma ci torneremo tra un po’).

[Betty Comden e Adolph Green]

Tra le storie che mi hanno colpita c’è quella di Betty Comden e Adolph Green, la coppia che ha scritto per Broadway e per il cinema alcune delle scene più famose del Novecento, tra cui la sceneggiatura di Cantando sotto la pioggia. Per sessant’anni si sono visti ogni giorno per lavorare nel soggiorno dell’appartamento di lei a Manhattan, che avessero un progetto oppure no. «Ci sono lunghi periodi in cui non succede niente, e la situazione è noiosa, scoraggiante», raccontava Comden al New York Times nel 1977, «ma abbiamo una teoria: niente va sprecato, nemmeno quelle lunghe giornate passate a fissarci. Bisogna crederci, no? Credere che passare tutto questo è stato necessario per arrivare al giorno in cui qualcosa è accaduto». E in effetti, l’idea di Susanna agenzia squillo (1960), uno dei loro successi più grandi, arrivò dopo «un anno di ozio».

E io lo so cosa stai pensando, ora che siamo alla fine di agosto e hai paura della valanga di cose da fare che ti travolgerà da lunedì senza lasciarti respiro fino a Natale. Vediamo come sono teneri in una foto più recente, e poi ne parliamo.

[Sempre Betty Comden e Adolph Green]

Torniamo a Jacob Collier per dire una cosa che mi preme dire (ed era anche nella pagina di appunti che ho condiviso nella precedente newsletter). Per quanto io non nutra nei suoi confronti la stessa ammirazione sterminata che ha Andrea - forse perché non riesco a capire bene cosa faccia con la musica, non ho quel tipo di orecchio - devo ammettere che la sua storia è affascinante. Una storia evidentemente privilegiatissima: nasce nella famiglia giusta, nella città giusta, in una casa piena di strumenti, con una madre che insegna violino alla Royal Academy of Music di Londra, e ha la possibilità di dedicarsi totalmente alla musica fin da bambino.

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