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Il grande equivoco sulla creatività

è che ci sia un punto a cui arrivare

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Tlon e Maura Gancitano
ago 21, 2026
∙ A pagamento

Come ormai sapete, questo mese siamo stati al retreat di Jacob Collier, di cui Andrea ha parlato anche in questa newsletter. Io ho partecipato solo ai momenti conviviali (colazioni, pranzi e cene) e - lasciatemi questa nota un po’ freak - ho percepito l’energia che circolava in quei giorni.

slice fruits on plate on near glass cups
Photo by Brooke Lark on Unsplash

In particolare, una mattina a colazione ci siamo trovati a chiacchierare con una coppia di pensionati di New York, e Andrea si è confrontato con la donna sul seminario tenuto dalla direttrice d’orchestra Suzie Collier, cioè la madre di Jacob.

La signora diceva che la masterclass era stata sì interessante, ma lei continuava a deviare, cambiava strada, non si capiva quale fosse il punto, in qualche modo il “segreto” da comprendere. Questa idea mi ha colpito molto, perché è ricorrente sia che si parli di creatività, sia che si parli di spiritualità, di meditazione, di qualunque forma di pratica: “Sì, tutto bello, ma quindi? Qual è il punto?”

Il punto non esiste. Il grande equivoco sulla creatività, per me, è che ci sia un punto a cui arrivare, oltre il quale finalmente saremo pacificati e tutto sarà fluido, un continuo stato di flusso, uno stare “in the zone” permanente. Dipende un po’ forse dal modo attuale di vivere il tempo.

Nella prossima newsletter vorrei parlare ancora di Collier per raccontare una tesi che si trova in un libro di Malcolm Gladwell, e che si riferisce sia a quanto tempo dedichiamo a qualcosa, sia alle condizioni privilegiate o svantaggiate in cui nasciamo (nel caso di Collier, particolarmente fortunate).

In cima a ogni articolo c’è scritto quanti minuti servono per leggerlo, l’e-reader ti dice a che percentuale del libro sei arrivata, passiamo le giornate a usare interfacce digitali che ci comunicano di continuo la nostra posizione lungo una linea, attraverso una barra di avanzamento. Non voglio tirarmi fuori da questa dimensione, da persona che usa molto gli strumenti digitali per organizzare le cose da fare e che usa sempre le mappe quando guida per sapere quanto tempo rimane prima di arrivare a destinazione.

Anzi, proprio perché non me ne tiro fuori, voglio sottolineare la questione. Quando parliamo di “flusso”, ci riferiamo a un concetto formulato dall’impronunciabile Mihály Csíkszentmihályi, lo psicologo che negli anni Sessanta a Chicago comincia a studiare dei pittori che erano in grado di lavorare per ore in uno stato di concentrazione totale, ma che poi, una volta finito il quadro, lo mettevano da parte perdendo interesse.

analog clock at 12 am
Photo by Djim Loic on Unsplash

Secondo lo psicologo, a loro non importava l’oggetto in sé, ma la pratica autotelica, dal greco autós e télos, cioè un’attività che ha il fine dentro di sé. Pensandoci, sono due le cose che sento dire spesso di Collier:

  • Invidia per il fatto che sia su un altro piano rispetto alla maggioranza dei musicisti per come sente la musica e ci gioca (una invidia esplicita, perché dopo averlo ascoltato ci si sente del tutto incapaci in confronto a lui)

  • l’idea che sia “aperto”, e durante il retreat questo è stato l’aggettivo che ho sentito usare più spesso. Aperto a ciò che può accadere, all’improvvisazione, a vedere cosa succede giocando con il ritmo e l’armonia

In effetti, una delle critiche che gli viene posta spesso è che tutta la sua competenza musicale non si sia (ancora?) tradotta in qualcosa di memorabile. Se è così bravo, perché i suoi pezzi - che pure hanno vinto Grammy e altri premi per il virtuosismo - non rimangono in testa come un Mozart o come un pezzo pop?

Io credo che a lui interessi più l’istante, ciò che succede di imprevisto e imprevedibile, e che per lui suonare sia necessario, e debba farlo a ripetizione, continuamente, senza sosta. E questo vale per lui, per la sua mente divergente (anche di questo si è parlato al retreat), e per il suo modo - più in generale - di stare al mondo.

Immagino che molte delle persone che si sono iscritte al retreat siano andate anche per trovare una risposta, capire qualcosa, trovare il punto. Ma il punto non esiste. Esiste la pratica, un giorno alla volta. Si ricomincia, si fa di nuovo, si fa tutti i giorni. Per Collier è nella natura delle cose, per moltissime altre persone è faticoso, doloroso.

E questo vale, secondo me, per quasi tutte le pratiche. Vale per esempio per la lettura e per l’attività fisica. Io, per esempio,

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