Abbiamo un enorme bisogno di comunità
E abbiamo fame di condivisione, ma facciamo fatica a sopportarne i vincoli
Sono rientrato da poco da un ritiro di cinque giorni con Jacob Collier e altri musicisti. Quattrocento partecipanti e dieci docenti tra cui mostri sacri come Chris Thile, Larry Goldings e Stian Carstensen. Prima e dopo sono stato a parecchie sagre e feste popolari, che uno dice ma che c’entra, e invece c’entra, ora ne parliamo.
Queste esperienze mi hanno dato parecchi spunti intorno a quattro temi che ho condiviso con chi ci segue su Instagram, chiedendo quale fosse secondo loro il più urgente. Sono arrivate migliaia di risposte; una persona su due ha selezionato “Come creare e abitare una comunità”.
Il retreat e la sagra
Durante il retreat con Collier le giornate avevano più o meno tutte la stessa forma. Al mattino e al pomeriggio i seminari con i maestri, poi le masterclass di Collier (che è un mostro di tecnica musicale, oltre che un maestro nel creare le condizioni dello stupore) in auditorium, poi la cena, un concerto dei maestri alle otto e mezza, e dalle dieci all’una di notte le jam session, in una decina di stanze aperte contemporaneamente dove chiunque poteva entrare e cimentarsi nel suonare con gli altri. Nel frattempo ogni sera, nella stanza di Barak Schmool (che insegna studi ritmici alla Royal Academy of Music) si costruiva una bateria di samba carioca, un gruppo di suonatori con ruoli per ogni livello di capacità. Io ho suonato l’agogô, le tipiche campane di ferro di origine nigeriana, con grande soddisfazione personale e pessimi risultati esteriori, ma tanto avevamo tutti i tappi e non se n’è accorto nessuno (o almeno spero)1.
Prima e dopo il retreat sono stato alla Sagra dei fiori di zucca e a quella degli gnocchi, a quella del lombrichello e ad altre che ora non ricordo; ci ho portato i miei figli, perché le sagre sono uno dei pochi posti dove un ragazzo può vedere grandi e piccoli fare cose gratis, insieme, lavorando per qualcosa che non appartiene a nessuno di loro, in una dimensione conviviale sempre più rara in città.
La sinistra ha trattato le sagre e le feste popolari come folklore, un residuo da cui emanciparsi, e le ha lasciate alla destra, che le ha prese volentieri e ci ha capitalizzato sopra, muovendo voti e immaginari. È stato un danno colossale, perché le feste popolari sono comunità di pratica allo stato puro, ci si entra sfrigolando padelle e montando palchi, e chi le abbandona molla una delle ultime scuole di vita comune rimaste in piedi. Da quando curo la direzione filosofica del Carnevale di Putignano ho chiarissimo quel che Gramsci chiamava nazionale-popolare, un’espressione che decenni di televisione berlusconiana hanno ridotto a sinonimo di intrattenimento medio ma che nei Quaderni indicava tutt’altro, ossia la saldatura tra chi pensa e i sentimenti del popolo. Gramsci rimproverava agli intellettuali italiani di essere da secoli una casta capace di parlare di tutto tranne che alla propria gente, e in quella distanza vedeva la ragione per cui all’Italia mancava una letteratura che fosse popolare e nazionale insieme (come i russi l’avevano avuta con Tolstoj).
Gli eredi di Gramsci, però, hanno smesso di friggere. O forse non hanno fritto mai.
Come si costruisce e si abita una comunità
Comunque, ho passato questi giorni estivi a chiedermi come si costruisca e si abiti una comunità.
La prima cosa su cui ho riflettuto è che una comunità si forma quando c’è una cosa da fare insieme. Senza la cosa da fare restano solo le chiacchiere, che uniscono chi già si conosce ed escludono tutti gli altri, e senza un ruolo per chi non sa fare niente ciò che si costruisce è un ambiente piacevole e sterile, dove i bravi suonano e gli altri guardano. Uno show, insomma.
Simone Weil, scrivendo La prima radice a Londra nel 1943, aveva messo il radicamento in cima ai bisogni dell’anima e lo aveva definito come partecipazione “reale, attiva e naturale” all’esistenza di una collettività. Bisogna servire a qualcosa, e privare qualcuno di questa possibilità è una mutilazione. L’agogô lasciato libero per il principiante risponde a quel bisogno lì.
Serve, poi, che quella cosa abbia un appuntamento pubblico che torni, e che la difficoltà delle attività comunitarie sia calibrata in modo che anche il più incapace della stanza possa avere un ruolo di pubblica utilità. La ricorrenza è ciò che rende visibile una traiettoria. Quest’anno friggi, l’anno prossimo stai in cucina, tra cinque anni decidi il menù e discuti con il Comune delle autorizzazioni, e nessuno ti ha mai fatto un corso. L’hai imparato sul campo, di volta in volta.
La banda, la parrocchia, il circolo, l’oratorio erano scuole di questo tipo, ad accesso perpetuo, e nel giro di due generazioni sono pressoché sparite dalla vita adulta. Quel che ha preso il loro posto oggi si compra. Il ritiro, appunto (e costa pure caro), e il festival, la summer school, il retreat di scrittura, i cinque giorni con il musicista che ammiri: dispositivi che offrono appartenenza a termine a chi può permettersela. Ma la differenza vera, più che nel prezzo del biglietto, sta in che cosa il pagamento fa al legame: pagare chiude il conto. Esci dal retreat senza debiti verso nessuno, ed è esattamente questo che compri: cinque giorni di calore e zero obblighi. La sagra ti impone il vicino che non hai scelto, la lite su chi cucina, la persona con cui non parli da tre anni e con cui devi comunque reggere un palo. I dieci euro degli gnocchi non pagano quel lavoro, lo riconoscono e basta: il conto resta aperto, e chi ha ricevuto la festa quest’anno sa che il prossimo, in qualche forma, toccherà a lui.
Per le appartenenze dal conto chiuso un nome esiste già. Zygmunt Bauman le chiamava comunità guardaroba, in cui si entra lasciando all’ingresso le proprie differenze, si condivide un’emozione forte per una sera o per una settimana, e all’uscita ognuno ritira il proprio cappotto e torna alla sua vita come se niente fosse. Il calore c’è e gli obblighi no, e questa è insieme la loro grazia e il loro limite.
Comunità di pratica e comunità di confine
Il fatto è che ci sono comunità che si costruiscono attorno a una pratica, e in quelle si entra facendo qualcosa, e si può entrare sempre, e chi arriva ultimo trova comunque qualcosa da fare. E ci sono comunità che si costruiscono attorno a un confine, a un noi contro loro, e in quelle si entra assomigliandosi: gruppi tenuti insieme da identità, diagnosi, orientamenti politici, fandom, appartenenze online. Le seconde sono più immediate e stanno vincendo dappertutto, nella politica come nei gruppi di interesse come nelle chiese, piccole e grandi. Le prime sono più lente, ma sono le uniche che ti trasformano, perché la pratica ha un metro che non appartiene a nessuno: il tempo lo tieni o non lo tieni, gli gnocchi cuociono o si sfanno. Nella comunità di confine il solo metro è la fedeltà, e l’unico errore contemplato è il tradimento.
La comunità di pratica all’inizio chiede di più, però è l’unica in cui l’aiuto arriva senza doverlo domandare, perché il ruolo ti rende visibile e la cadenza fa sì che, se un giovedì non ci sei, qualcuno se ne accorga e ti venga a cercare. Il vincolo che spaventa tanti, in fondo, è la stessa cosa che regge la comunità.
Devo però essere onesto, perché il rischio di romanticizzare la sagra è dietro l’angolo e non voglio correrlo. Io alle sagre mi diverto moltissimo, ma so anche che con quelle stesse persone non riuscirei a stare tutto l’anno. Il paese che apparecchia la festa è lo stesso che ti conosce da sempre e che ha deciso da un pezzo chi sei, e la cadenza che ti insegna un mestiere è la stessa che ti archivia: la traiettoria è lenta, va in una direzione sola, e quasi mai prevede che tu possa diventare un altro.
Su Instagram ho chiesto anche quale rischio spaventasse di più, di una comunità, e la risposta più votata, sopra la perdita della libertà, è stata “dover star fissi in un ruolo”. Ci torneremo, perché merita una newsletter a sé.
Comunque, nelle stories abbiamo fatto anche un’altra domanda, aperta:
quali sono per te le caratteristiche essenziali di una comunità?
Le risposte sono state migliaia, e abbiamo provato a metterle in ordine.
Una risposta su cinque parla di condivisione. Seguono i valori condivisi e la reciprocità, poi il rispetto e l’aiuto, e più in basso l’ascolto, l’accoglienza, la cura.
Lette una dietro l’altra, queste risposte sono quasi tutte una richiesta d’aiuto. Accoglienza, ascolto, sostegno nel momento del bisogno, un posto dove non essere giudicati. L’assenza di giudizio ritorna decine di volte, insieme al bisogno di sentirsi “visti, accettati e apprezzati”, di trovare “uno spazio sicuro in cui essere me stessa”, come scrive una lettrice. La comunità immaginata è un riparo in cui si entra per essere accolti e sostenuti nel momento del bisogno, e vi si porta la propria fragilità con la garanzia che nessuno la userà contro di noi.
Una risposta chiede di “non aver paura che gli altri ti portino via il tuo spazio”, un’altra vuole “condivisione senza ingerenza”, una terza sogna di esserci “senza volere nulla in cambio”. In fondo, quasi invisibili, il dissenso, il conflitto, le regole e il dovere, nominati da una manciata di persone su migliaia. Vogliamo essere riconosciuti e cercati quando manchiamo ma vogliamo contemporaneamente conservare il diritto di ritirarci senza costo, ridefinire autonomamente i confini, non essere giudicati, non subire ingerenze.
Non è difficile capire da dove venga questa contraddizione. È il segno della stanchezza di chi vive ogni ambito dell’esistenza come un esame, e quella stanchezza va presa sul serio, perché è reale e viene prima di ogni teoria. È la domanda di chi vive dentro quella che anni fa abbiamo chiamato società della performance. Se ogni ambito dell’esistenza è diventato un esame, se il lavoro ci valuta e i social ci misurano e perfino il riposo va ottimizzato (come sa chiunque stia cercando di stillare ogni goccia di relax dalle vacanze), allora la comunità diventa il nome del luogo dove l’esame finalmente si sospende. La sua caratteristica essenziale, ci dicono le risposte quasi all’unanimità, è la tregua.
La tregua però non basta
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