A leggerti, mi è sembrato di specchiarmi. Quaderni e agende di ogni tipo, strumenti musicali (il pianoforte da accordare, chitarre suonate solo a metà), e poi le mie migliaia di matite colorate, pastelli, pennarelli, carboncini, carte e cartoncini di ogni formato e spessore. Tutto ciò che serve – e ancora di più – per disegnare e dipingere, al punto da aver dedicato una stanza intera della casa a questa passione. Non è l’assenza di mezzi a frenarmi, ma la difficoltà di trasformare il potenziale in pratica.
E poi libri, libri e ancora libri, che mi aspettano pazienti sugli scaffali. Anche io sento un vago senso di colpa: più che per l’accumulo, per la mancata realizzazione. Spreco tempo in cose che potrei sostituire con immersioni più autentiche e salutari. Amo l’aria aperta e le sue attività – non solo hobby, ma anche incombenze quotidiane – eppure, quando potrei organizzarmi meglio nei rari momenti liberi, finisco spesso per disperdere energie in altro. Forse è la stanchezza di una vita già colma a prendere il sopravvento.
Oggi, però, questa newsletter mi ha dato lo spunto: ho fatto l’abbonamento per costringermi a prendere sul serio il tempo che lascio scivolare via. Voglio ridurlo a briciole insignificanti e farmi assorbire solo da ciò che mi nutre davvero. Iniziare a scrivere qui (io che non intervengo mai sui social, e che ho solo Instagram) potrebbe essere il primo passo verso una piccola svolta: un esercizio di disciplina, di recupero di me stessa, di leggerezza e di creatività.
Nel 2000 mi regalarono "La via dell'artista" di Julia Cameron. Scrissi 68 quaderni protocollo di pagine del mattino e una decina di agende.
Un giorno decisi di rileggere tutto: fu come sprofondare. Al termine di questa lettura a tratti pesante, a volte poetica, altre ancora divertente e interessante, bruciai tutto.
In realtà trattenni (strappandole dai quaderni) i sogni e le poesie.
Ogni tanto scrivo ancora ma non più in modo costante. Scrivo un po' l'ossessione di non perdere la percezione di alcuni stati d'animo, di atmosfere che mi avvolgono.
Grazie Maura per aver riportato in primo piano questi passaggi e i quaderni di Joice che nei miei lunghi vissuti a Dublino ho avuto modo di incontrare. Aspiro alla lentezza e sarei pronta per l'undicesimo trasloco.
Da giovani (ora ho 35 anni) ho scritto molto. Quaderni e diari pieni. Scrivevo ovunque, soprattutto di me, ma anche di quello che avevo in torno. Ho scritto tanti incipit di libri che non ho mai continuato. Mi sarebbe piaciuto, mi dicevo, fare la scrittrice. O magari, perché no, la giornalista. Ma soprattutto, scrivere mi faceva stare bene. Poi cresci, le cose delle vita si fanno sempre più fitte, e tu trovi sempre meno tempo per staccare...e alla fine passa. Vorrei ricominciare. Ti ringrazio, perché oggi per caso ho letto la vostra newsletter, e mi ha fatto bene.
Ho diversi libri in attesa e anche quaderni comprati negli anni a cui avevo assegnato uno scopo preciso, ma ultimamente ho iniziato ad utilizzarli senza vincoli e questo mi ha dato un grande senso di libertà. Generalmente queste cose ... in attesa ... mi fanno sentire in colpa e le sento come un peso...
Se è vero che si può trovare gioia anche in un male allorché sia comune, questo post mi ha sollevato lo spirito.
Facendomi scoprire che anche una persona che ammiro molto si dibatte, come me, in alcune crepe della vita.
I quaderni non scritti si sono accumulati, accanto a quelli iniziati e poi abbandonati…
I quaderni scritti con l’obbligo di non fare passare giorno “sine linea”, o per seguire la “via dell’artista”, si sono affiancati a quelli scritti febbrilmente per un estremo bisogno di un confronto interno…
Riconosco nella tua foto la pratica di suddividere i compiti in bocconi assimilabili e inseribili in una routine di efficienza che ho imparato dall’ingegnere dell’efficacia… Di quegli elenchi ho riempito le agende…
Ho un corso online iniziato e mai finito che dovrebbe insegnarmi a fare journaling creativo… un modo per tentare di fermare le idee che altrimenti mi esplodono in testa come fuochi d’artificio e poi si spengono in pochi secondi…
Ho un’amica che ha imparato a costruire da sola i propri quaderni e li riempie di citazioni che poi riutilizza, di spunti di libri che poi scrive, di pensieri che poi condivide, di progetti che poi realizza. Ma lei ha scelto, con coraggio, di vivere in un tempo e in un realtà che a me sembrano irraggiungibili..
Avevo vent’anni e ho fatto un patto con me stessa: avrei cercato in ogni modo di scendere dalle nuvole e avrei imparato a stare al mondo, nel mondo, insieme agli altri (come la figlia di Indra nel Sogno di Strinberg): avrei pagato le bollette, avrei cercato un lavoro “serio”, sarei stata affidabile nei rapporti…
30 anni dopo ancora inseguo quello che Vecchioni nel suo romanzo di esordio chiamò il “tempo immobile” dell’anima. Allora mi sembrava di poterci accedere a mio piacimento ho scoperto a mie spese che invece quella vita così responsabile che avevo scelto se lo mangiava pezzo a pezzo come il Nulla si mangia il regno di Fantàsia ne “La Storia Infinita” di Michael Ende. Oggi riesco ad entrare e a rimanere in quel tempo sempre meno a lungo, spendendo sempre più risorse, viaggiando sempre più lontano…
Quella che doveva essere la mia vita è diventata una vacanza sempre più breve da un’esistenza in cui non mi riconosco.
Quei quaderni intonsi li vedo ancora come un talismano in grado di fare prima o poi la magia e riaprirmi le porte di una vita altra, anche se oggi ho scelto un quaderno digitale che mi permette di scrivere a mano e di creare infiniti e molteplici luoghi nei quali archiviare i frammenti di quell’altra realtà, di quell’altro tempo che continuo ad inseguire...
Cara Maura, le tue scritture sono sono sempre illuminanti, ma questa volta è stato come fossi stata ‘colpita e affondata’ dalle tue parole… sono anni organizzati in decine, che mi trovo imprigionata in questa bolla, bei quaderni vuoti, chitarra impolverata e album matite e pennelli ben riposti…intonsi..nei cassetti… E’ come se il tempo a disposizione degli adulti sia mal riposto se non contempli un ‘risultato’, un ‘mettere in ordine’ o un risolvere…come hai meglio descritto tu..eppure ho anche cambiato lavoro per avere a mia disposizione del tempo da dedicare a me e alla mia mente ma sembra invece che mi trovi in una ‘prigione mentale’,ne sono consapevole, ma non riesco a liberarmene, come fossi dentro Jumanji, immobilizzata dalle radici forti e urgenti che continuano a crescere senza sosta…ma in fondo… come nel gioco, basterebbe tirare il dado pre liberarsi e andare avanti… e quindi mi chiedo e ti chiedo, dove trovo questo dado? come fare a lanciarlo se anche le mani sono strette nella morsa?
Molti sono andati perduti, altri sono gelosamente conservati dentro una grossa scatola di plastica + due scatole di cartone.
Alcuni li ho riletti, altri no.
Attualmente il mio processo di journaling si suddivide in:
- bullet journal (conti, entrate - uscite, cose da fare, appuntamenti, dati medici, ecc)
- Commonplace Book (dove ho conservato anche le citazioni dal vostro "Ma chi me lo fa fare")
- Diario Journal personale
Non ho figli e ho un lavoro (quando ce l'ho perché sono sempre stata precaria) che mi aliena. Perciò ho tempo da dedicare a me stessa e alla mia salute mentale.
E' un piacere ma anche una necessità, un atto di cura e amore verso me stessa.
E' la mia forma di meditazione ma non solo.
Mi parlo e ascolto. Un respiro alla volta.
Il dialogo è costante, imprescindibile, con il passato e il presente.
Inevitabili le riflessioni sui cambiamenti sociali e politici, le sofferenze e le ingiustizie che ci riguardano tutti.
E allo stesso tempo scrivo per gettare l’ancora e non finire alla deriva della moltitudine, nel moltiplicarsi delle frange e delle rotture, alla ricerca della strada giusta o meglio delle strade possibili.
Attraversare il dolore e la paura, attraversare sempre nonostante tutto.
Non c’è altra condizione al vivere.
Imparare a riconoscersi nei mutamenti, oltre la mera sopravvivenza, altrimenti arida e senza possibilità di luce e immaginazione. Rinascere a dispetto di ogni domanda senza risposta o di ogni lacerante risposta a domanda muta.
Io ho quasi paura a usare un quaderno bello, a leggere un libro che mi ispira tantissimo perché ho paura che finisca. Aspetto sempre il momento giusto che poi non c'è mai
Ormai sono una cinquantenne,ma non ho perso l'abitudine,a me cara, di mettere nero su bianco tutto ciò che mi passa per la testa. Ho iniziato che ero un'adolescente, riempivo il mio diario di tutto ciò che avveniva nel corso della giornata. Ho continuato da adulta, ne ho riempito di quaderni e di agende. Una l 'ho anche buttata, sperando che con quel gesto potessi cancellare il dolore raccontato. Amo stare in silenzio quando sono sola, proprio per dar modo ai miei pensieri di parlarmi. Ma soffro molto il senso di colpa per il tempo che spesso mi accorgo di sprecare.
Un giorno un mio stimato professore delle superiori mi chiese: "non dirmi che scrivi ancora il diario come le bambine?" io sì,ce l'avevo, ho sempre scritto per una necessità inconsapevole. Eppure quella volta mi sono sentita stupida. Mi sono raffreddata,prima nei miei confronti, poi nei suoi. In entrambi i casi un peccato. Poi io ho ripreso, in diverse forme, con tempistiche più o meno produttive. Fogli, quaderni,file...chissà che fine faranno con me, non credo saranno esposti come quelli di Joyce :-D
La vera compassione però la provo per quelle persone, soprattutto guarda caso uomini, che non hanno compreso il potere terapeutico della scrittura. E della lettura. Quanto mi piace l'immagine di me con una libreria sullo sfondo, una poltrona davanti al camino, un bicchiere di vino e un libro in mano. Un giorno succederà e non mi sentirò in colpa per dedicarmi quel tempo.
Quaderni non scritti e libri non letti. Quanti ne vuoi. Ma sono possibilità. Attesa. Scelta. Ci sarà un momento per tutto o almeno avrò avuto sempre con me questo pensiero delle cose possibili.
Ho un’ossessione per le agende e la cancelleria, oltre che per tutto il materiale che serve per organizzare e “tenere traccia”. Ultimamente ho visto anch’io moltissimi video di journaling e ho acquistato, lo dico con un po’ di vergogna, tre agende diverse. Questo perché ovviamente sono stata influenzata da video patinati di tik tok e ho investito la mia richiesta di dopamina in acquisti randomici. Tutto questo per dire che non sono mai stata costante in nulla (agende ne ho mille ma scrivo un giorno e poi nulla, vorrei approfondire dei progetti creativi, ma poi mi passa la voglia), ma posso capirlo. Il nostro non è un tempo contemplativo, ma un tempo produttivo. Ci sono cose da fare e anche quando non abbiamo realmente da fare pensiamo al da fare, immobilizzandoci.
L’unica cosa che non ho mai smesso di fare, con in-costanza, è scrivere sui taccuini. Non ne finisco uno, scrivo dove capita, su quello che trovo sotto mano. Appunto stati d’animo e parentesi di vita. Da quando ho ripreso gli studi (psicologia) ho scoperto che l’unico modo per tenere traccia della nostra evoluzione e di come ci sentiamo è avere un diario. Quindi sì, scrivo come terapia. Non importa dove e in che ordine, ma lo faccio perché è uno spazio personale, in cui sembra quasi che la penna si impossessi di me e inizi a scorrere da sola. È un rito che mi concedo. Grazie per i tuoi spunti di riflessione, hanno risuonato tantissimo!
Ciao Maura, che combinazione, apro la posta e leggo le tue riflessioni. Proprio questa notte in aereo mi interrrogavo sullo stesso argomento. E così ho scritto:
"L'idea di tenere un diario giornaliero non mi è nuova. Si è fatta strada con la perdita dei ricordi che è una vecchia storia. Infanzia, giovinezza e molte fasi della vita sono state inghiottite in un buco nero. Anzi, sono proprio scomparse. Non solo non me le ricordo ma è come se non ci fossero mai state. Non si tratta di richiamare un ricordo, di ricostruire un vissuto. Non è più possibile perché non esiste un indizio da cui partire. La cosa più fastidiosa è che spesso non ricordo neppure i film, i libri, la musica che mi sono piaciuti. Certo, è molto più grave non ricordare il vissuto ma in fondo la maggior parte è insignificante. Purtroppo, la rimozione delle cose brutte non è abbastanza accurata e si porta via tutto. Poi, capita di vedere una vecchia foto o un appunto e qualcosa si accende, ma purtroppo fotografo solo cose che confermano una ricerca già in atto e l'unica scintilla non è altro che una conferma dello stesso interesse che ritorna più riprese. È curioso che a volte non ricordo nulla del contesto ma solo "l'informazione" dettagliata di ciò che ho registrato. Il che conferma una sorprendente ossessione di lunghissima durata per alcuni argomenti che mi sembra di conoscere ormai bene. Prendo nota con stupore di qualcosa che già conosco. Un ritrovamento, più che una vera esplorazione. E quasi sempre si tratta di ricordi intellettuali e poco esperienziali. Semmai rivivo la sorpresa del presunto primo riconoscimento. La famosa prima volta. Quando vivo un'esperienza nuova di scoperta non ho mai il desiderio di analizzarla e scriverla al rischio dell'oblio.
Si potrebbe continuare a ragionare di questo, soprattutto della confusione tra elaborazione mentale e autentica esperienza. Sul ricordo delle esperienze dovrò tornare. Probabilmente seguono percorsi differenti. Basta pensare all'esperienza di guida della motocicletta.
Ma basta divagare, torniamo all'inizio, al diario quotidiano.
Sarebbe utile tenere un elenco delle attività, incontri, menù, salute ecc.? O si tratta dell' ennesima deriva del desiderio di controllo? Sapere cosa ho fatto ieri a cosa potrebbe servire?
Allora mi dico che forse dovrei tenere memoria solo degli eventi rilevanti ma questo è altrettanto difficile. Si, perché se non descrivo accuratamente un'esperienza, avrei bisgono, paradossalmente, di un tempo quasi equivalente al vissuto che voglio descrivere. Sarebbe come ricopiare un libro intero anziché sottolineare le frasi interessanti.
In definitiva viene molto più naturale cercare di creare potenziali ricordi interessanti piuttosto che registrarli.
Un discorso diverso si potrebbe fare a proposito dei sogni.
Riscriverli è rivelatorio, ma va fatto subito al risveglio ed è molto improbabile riuscirci per innumerevoli e ovvie ragioni (o scuse).
Mi ripropongo allora di accontentarmi di una descrizione sommaria del sogno. In futuro si capirà nella rilettura l'eventuale significato. Che poi è molto meno importante della natura creativa del sogno stesso. ... "
Ciao Maura, sì, anche io ho libri e quaderni in attesa, strumenti impolverati e progetti di scrittura (trasloco in corso anche per me). Hanno tutti a che fare con quello che realmente centra il mio senso di stare al mondo, che viene sempre spostato da un'altra parte dalla quotidianità che scorre. Mi sembra che questo spostamento avvenga sempre contro la mia volontà e ad ogni minima distanza in là ci sia sempre una voce in me che dice "ma no, così no!".
Un'altra voce invece, che ha modo di essere quando riesco a coltivare il tempo di contemplazione di cui parli, mi sembra che dica "sì, così sì!".
Rispetto alle ultime due domande che ci poni, non riesco bene a definire se queste attese siano promesse e spazi di libertà o rimproveri e pesi da portare, mi sembra che la mia sensazione sia un misto fra queste due percezioni. Sono promesse e spazi di libertà che hanno un tono da rimprovero e quando riesco a concedermi del tempo da dedicargli mi sembra proprio di togliermi un peso e stare, finalmente.
Dopo la lettura, perché non ritrovarci anche per la “scrittura” silenziosa?
Bellissima idea, anche a me piacerebbe molto!
A leggerti, mi è sembrato di specchiarmi. Quaderni e agende di ogni tipo, strumenti musicali (il pianoforte da accordare, chitarre suonate solo a metà), e poi le mie migliaia di matite colorate, pastelli, pennarelli, carboncini, carte e cartoncini di ogni formato e spessore. Tutto ciò che serve – e ancora di più – per disegnare e dipingere, al punto da aver dedicato una stanza intera della casa a questa passione. Non è l’assenza di mezzi a frenarmi, ma la difficoltà di trasformare il potenziale in pratica.
E poi libri, libri e ancora libri, che mi aspettano pazienti sugli scaffali. Anche io sento un vago senso di colpa: più che per l’accumulo, per la mancata realizzazione. Spreco tempo in cose che potrei sostituire con immersioni più autentiche e salutari. Amo l’aria aperta e le sue attività – non solo hobby, ma anche incombenze quotidiane – eppure, quando potrei organizzarmi meglio nei rari momenti liberi, finisco spesso per disperdere energie in altro. Forse è la stanchezza di una vita già colma a prendere il sopravvento.
Oggi, però, questa newsletter mi ha dato lo spunto: ho fatto l’abbonamento per costringermi a prendere sul serio il tempo che lascio scivolare via. Voglio ridurlo a briciole insignificanti e farmi assorbire solo da ciò che mi nutre davvero. Iniziare a scrivere qui (io che non intervengo mai sui social, e che ho solo Instagram) potrebbe essere il primo passo verso una piccola svolta: un esercizio di disciplina, di recupero di me stessa, di leggerezza e di creatività.
Nel 2000 mi regalarono "La via dell'artista" di Julia Cameron. Scrissi 68 quaderni protocollo di pagine del mattino e una decina di agende.
Un giorno decisi di rileggere tutto: fu come sprofondare. Al termine di questa lettura a tratti pesante, a volte poetica, altre ancora divertente e interessante, bruciai tutto.
In realtà trattenni (strappandole dai quaderni) i sogni e le poesie.
Ogni tanto scrivo ancora ma non più in modo costante. Scrivo un po' l'ossessione di non perdere la percezione di alcuni stati d'animo, di atmosfere che mi avvolgono.
Grazie Maura per aver riportato in primo piano questi passaggi e i quaderni di Joice che nei miei lunghi vissuti a Dublino ho avuto modo di incontrare. Aspiro alla lentezza e sarei pronta per l'undicesimo trasloco.
Da giovani (ora ho 35 anni) ho scritto molto. Quaderni e diari pieni. Scrivevo ovunque, soprattutto di me, ma anche di quello che avevo in torno. Ho scritto tanti incipit di libri che non ho mai continuato. Mi sarebbe piaciuto, mi dicevo, fare la scrittrice. O magari, perché no, la giornalista. Ma soprattutto, scrivere mi faceva stare bene. Poi cresci, le cose delle vita si fanno sempre più fitte, e tu trovi sempre meno tempo per staccare...e alla fine passa. Vorrei ricominciare. Ti ringrazio, perché oggi per caso ho letto la vostra newsletter, e mi ha fatto bene.
Ho diversi libri in attesa e anche quaderni comprati negli anni a cui avevo assegnato uno scopo preciso, ma ultimamente ho iniziato ad utilizzarli senza vincoli e questo mi ha dato un grande senso di libertà. Generalmente queste cose ... in attesa ... mi fanno sentire in colpa e le sento come un peso...
Se è vero che si può trovare gioia anche in un male allorché sia comune, questo post mi ha sollevato lo spirito.
Facendomi scoprire che anche una persona che ammiro molto si dibatte, come me, in alcune crepe della vita.
I quaderni non scritti si sono accumulati, accanto a quelli iniziati e poi abbandonati…
I quaderni scritti con l’obbligo di non fare passare giorno “sine linea”, o per seguire la “via dell’artista”, si sono affiancati a quelli scritti febbrilmente per un estremo bisogno di un confronto interno…
Riconosco nella tua foto la pratica di suddividere i compiti in bocconi assimilabili e inseribili in una routine di efficienza che ho imparato dall’ingegnere dell’efficacia… Di quegli elenchi ho riempito le agende…
Ho un corso online iniziato e mai finito che dovrebbe insegnarmi a fare journaling creativo… un modo per tentare di fermare le idee che altrimenti mi esplodono in testa come fuochi d’artificio e poi si spengono in pochi secondi…
Ho un’amica che ha imparato a costruire da sola i propri quaderni e li riempie di citazioni che poi riutilizza, di spunti di libri che poi scrive, di pensieri che poi condivide, di progetti che poi realizza. Ma lei ha scelto, con coraggio, di vivere in un tempo e in un realtà che a me sembrano irraggiungibili..
Avevo vent’anni e ho fatto un patto con me stessa: avrei cercato in ogni modo di scendere dalle nuvole e avrei imparato a stare al mondo, nel mondo, insieme agli altri (come la figlia di Indra nel Sogno di Strinberg): avrei pagato le bollette, avrei cercato un lavoro “serio”, sarei stata affidabile nei rapporti…
30 anni dopo ancora inseguo quello che Vecchioni nel suo romanzo di esordio chiamò il “tempo immobile” dell’anima. Allora mi sembrava di poterci accedere a mio piacimento ho scoperto a mie spese che invece quella vita così responsabile che avevo scelto se lo mangiava pezzo a pezzo come il Nulla si mangia il regno di Fantàsia ne “La Storia Infinita” di Michael Ende. Oggi riesco ad entrare e a rimanere in quel tempo sempre meno a lungo, spendendo sempre più risorse, viaggiando sempre più lontano…
Quella che doveva essere la mia vita è diventata una vacanza sempre più breve da un’esistenza in cui non mi riconosco.
Quei quaderni intonsi li vedo ancora come un talismano in grado di fare prima o poi la magia e riaprirmi le porte di una vita altra, anche se oggi ho scelto un quaderno digitale che mi permette di scrivere a mano e di creare infiniti e molteplici luoghi nei quali archiviare i frammenti di quell’altra realtà, di quell’altro tempo che continuo ad inseguire...
Cara Maura, le tue scritture sono sono sempre illuminanti, ma questa volta è stato come fossi stata ‘colpita e affondata’ dalle tue parole… sono anni organizzati in decine, che mi trovo imprigionata in questa bolla, bei quaderni vuoti, chitarra impolverata e album matite e pennelli ben riposti…intonsi..nei cassetti… E’ come se il tempo a disposizione degli adulti sia mal riposto se non contempli un ‘risultato’, un ‘mettere in ordine’ o un risolvere…come hai meglio descritto tu..eppure ho anche cambiato lavoro per avere a mia disposizione del tempo da dedicare a me e alla mia mente ma sembra invece che mi trovi in una ‘prigione mentale’,ne sono consapevole, ma non riesco a liberarmene, come fossi dentro Jumanji, immobilizzata dalle radici forti e urgenti che continuano a crescere senza sosta…ma in fondo… come nel gioco, basterebbe tirare il dado pre liberarsi e andare avanti… e quindi mi chiedo e ti chiedo, dove trovo questo dado? come fare a lanciarlo se anche le mani sono strette nella morsa?
Grazie di esserci e condividere i tuoi pensieri…
Scrivo diari da quando avevo 13 anni.
Molti sono andati perduti, altri sono gelosamente conservati dentro una grossa scatola di plastica + due scatole di cartone.
Alcuni li ho riletti, altri no.
Attualmente il mio processo di journaling si suddivide in:
- bullet journal (conti, entrate - uscite, cose da fare, appuntamenti, dati medici, ecc)
- Commonplace Book (dove ho conservato anche le citazioni dal vostro "Ma chi me lo fa fare")
- Diario Journal personale
Non ho figli e ho un lavoro (quando ce l'ho perché sono sempre stata precaria) che mi aliena. Perciò ho tempo da dedicare a me stessa e alla mia salute mentale.
E' un piacere ma anche una necessità, un atto di cura e amore verso me stessa.
E' la mia forma di meditazione ma non solo.
Mi parlo e ascolto. Un respiro alla volta.
Il dialogo è costante, imprescindibile, con il passato e il presente.
Inevitabili le riflessioni sui cambiamenti sociali e politici, le sofferenze e le ingiustizie che ci riguardano tutti.
E allo stesso tempo scrivo per gettare l’ancora e non finire alla deriva della moltitudine, nel moltiplicarsi delle frange e delle rotture, alla ricerca della strada giusta o meglio delle strade possibili.
Attraversare il dolore e la paura, attraversare sempre nonostante tutto.
Non c’è altra condizione al vivere.
Imparare a riconoscersi nei mutamenti, oltre la mera sopravvivenza, altrimenti arida e senza possibilità di luce e immaginazione. Rinascere a dispetto di ogni domanda senza risposta o di ogni lacerante risposta a domanda muta.
Certo....una montagna di cose in attesa, come me del resto.
Ma ho anche 'quaderni di Joyce' del mio passato e quando mi capita di guardarli, mi riconosco.
Quella sono io.
Io ho quasi paura a usare un quaderno bello, a leggere un libro che mi ispira tantissimo perché ho paura che finisca. Aspetto sempre il momento giusto che poi non c'è mai
Ormai sono una cinquantenne,ma non ho perso l'abitudine,a me cara, di mettere nero su bianco tutto ciò che mi passa per la testa. Ho iniziato che ero un'adolescente, riempivo il mio diario di tutto ciò che avveniva nel corso della giornata. Ho continuato da adulta, ne ho riempito di quaderni e di agende. Una l 'ho anche buttata, sperando che con quel gesto potessi cancellare il dolore raccontato. Amo stare in silenzio quando sono sola, proprio per dar modo ai miei pensieri di parlarmi. Ma soffro molto il senso di colpa per il tempo che spesso mi accorgo di sprecare.
Un giorno un mio stimato professore delle superiori mi chiese: "non dirmi che scrivi ancora il diario come le bambine?" io sì,ce l'avevo, ho sempre scritto per una necessità inconsapevole. Eppure quella volta mi sono sentita stupida. Mi sono raffreddata,prima nei miei confronti, poi nei suoi. In entrambi i casi un peccato. Poi io ho ripreso, in diverse forme, con tempistiche più o meno produttive. Fogli, quaderni,file...chissà che fine faranno con me, non credo saranno esposti come quelli di Joyce :-D
La vera compassione però la provo per quelle persone, soprattutto guarda caso uomini, che non hanno compreso il potere terapeutico della scrittura. E della lettura. Quanto mi piace l'immagine di me con una libreria sullo sfondo, una poltrona davanti al camino, un bicchiere di vino e un libro in mano. Un giorno succederà e non mi sentirò in colpa per dedicarmi quel tempo.
Quaderni non scritti e libri non letti. Quanti ne vuoi. Ma sono possibilità. Attesa. Scelta. Ci sarà un momento per tutto o almeno avrò avuto sempre con me questo pensiero delle cose possibili.
Ho un’ossessione per le agende e la cancelleria, oltre che per tutto il materiale che serve per organizzare e “tenere traccia”. Ultimamente ho visto anch’io moltissimi video di journaling e ho acquistato, lo dico con un po’ di vergogna, tre agende diverse. Questo perché ovviamente sono stata influenzata da video patinati di tik tok e ho investito la mia richiesta di dopamina in acquisti randomici. Tutto questo per dire che non sono mai stata costante in nulla (agende ne ho mille ma scrivo un giorno e poi nulla, vorrei approfondire dei progetti creativi, ma poi mi passa la voglia), ma posso capirlo. Il nostro non è un tempo contemplativo, ma un tempo produttivo. Ci sono cose da fare e anche quando non abbiamo realmente da fare pensiamo al da fare, immobilizzandoci.
L’unica cosa che non ho mai smesso di fare, con in-costanza, è scrivere sui taccuini. Non ne finisco uno, scrivo dove capita, su quello che trovo sotto mano. Appunto stati d’animo e parentesi di vita. Da quando ho ripreso gli studi (psicologia) ho scoperto che l’unico modo per tenere traccia della nostra evoluzione e di come ci sentiamo è avere un diario. Quindi sì, scrivo come terapia. Non importa dove e in che ordine, ma lo faccio perché è uno spazio personale, in cui sembra quasi che la penna si impossessi di me e inizi a scorrere da sola. È un rito che mi concedo. Grazie per i tuoi spunti di riflessione, hanno risuonato tantissimo!
Ciao Maura, che combinazione, apro la posta e leggo le tue riflessioni. Proprio questa notte in aereo mi interrrogavo sullo stesso argomento. E così ho scritto:
"L'idea di tenere un diario giornaliero non mi è nuova. Si è fatta strada con la perdita dei ricordi che è una vecchia storia. Infanzia, giovinezza e molte fasi della vita sono state inghiottite in un buco nero. Anzi, sono proprio scomparse. Non solo non me le ricordo ma è come se non ci fossero mai state. Non si tratta di richiamare un ricordo, di ricostruire un vissuto. Non è più possibile perché non esiste un indizio da cui partire. La cosa più fastidiosa è che spesso non ricordo neppure i film, i libri, la musica che mi sono piaciuti. Certo, è molto più grave non ricordare il vissuto ma in fondo la maggior parte è insignificante. Purtroppo, la rimozione delle cose brutte non è abbastanza accurata e si porta via tutto. Poi, capita di vedere una vecchia foto o un appunto e qualcosa si accende, ma purtroppo fotografo solo cose che confermano una ricerca già in atto e l'unica scintilla non è altro che una conferma dello stesso interesse che ritorna più riprese. È curioso che a volte non ricordo nulla del contesto ma solo "l'informazione" dettagliata di ciò che ho registrato. Il che conferma una sorprendente ossessione di lunghissima durata per alcuni argomenti che mi sembra di conoscere ormai bene. Prendo nota con stupore di qualcosa che già conosco. Un ritrovamento, più che una vera esplorazione. E quasi sempre si tratta di ricordi intellettuali e poco esperienziali. Semmai rivivo la sorpresa del presunto primo riconoscimento. La famosa prima volta. Quando vivo un'esperienza nuova di scoperta non ho mai il desiderio di analizzarla e scriverla al rischio dell'oblio.
Si potrebbe continuare a ragionare di questo, soprattutto della confusione tra elaborazione mentale e autentica esperienza. Sul ricordo delle esperienze dovrò tornare. Probabilmente seguono percorsi differenti. Basta pensare all'esperienza di guida della motocicletta.
Ma basta divagare, torniamo all'inizio, al diario quotidiano.
Sarebbe utile tenere un elenco delle attività, incontri, menù, salute ecc.? O si tratta dell' ennesima deriva del desiderio di controllo? Sapere cosa ho fatto ieri a cosa potrebbe servire?
Allora mi dico che forse dovrei tenere memoria solo degli eventi rilevanti ma questo è altrettanto difficile. Si, perché se non descrivo accuratamente un'esperienza, avrei bisgono, paradossalmente, di un tempo quasi equivalente al vissuto che voglio descrivere. Sarebbe come ricopiare un libro intero anziché sottolineare le frasi interessanti.
In definitiva viene molto più naturale cercare di creare potenziali ricordi interessanti piuttosto che registrarli.
Un discorso diverso si potrebbe fare a proposito dei sogni.
Riscriverli è rivelatorio, ma va fatto subito al risveglio ed è molto improbabile riuscirci per innumerevoli e ovvie ragioni (o scuse).
Mi ripropongo allora di accontentarmi di una descrizione sommaria del sogno. In futuro si capirà nella rilettura l'eventuale significato. Che poi è molto meno importante della natura creativa del sogno stesso. ... "
Ciao Maura, sì, anche io ho libri e quaderni in attesa, strumenti impolverati e progetti di scrittura (trasloco in corso anche per me). Hanno tutti a che fare con quello che realmente centra il mio senso di stare al mondo, che viene sempre spostato da un'altra parte dalla quotidianità che scorre. Mi sembra che questo spostamento avvenga sempre contro la mia volontà e ad ogni minima distanza in là ci sia sempre una voce in me che dice "ma no, così no!".
Un'altra voce invece, che ha modo di essere quando riesco a coltivare il tempo di contemplazione di cui parli, mi sembra che dica "sì, così sì!".
Rispetto alle ultime due domande che ci poni, non riesco bene a definire se queste attese siano promesse e spazi di libertà o rimproveri e pesi da portare, mi sembra che la mia sensazione sia un misto fra queste due percezioni. Sono promesse e spazi di libertà che hanno un tono da rimprovero e quando riesco a concedermi del tempo da dedicargli mi sembra proprio di togliermi un peso e stare, finalmente.
Un saluto a tutti,
Sara