I quaderni di James Joyce e il trasloco
Quanto tempo di contemplazione serve per fare una cosa del genere?
Ciao, qui Maura.
Come forse sapete, stiamo traslocando. Rimarremo sempre a Roma e sempre nello stesso quartiere, ma il tema di questa newsletter in realtà è un altro.
In questi giorni, mentre preparavo i pacchi, ho ritrovato tantissimi quaderni mai usati, ancora in attesa. Bellissimi, scelti con attenzione, ma che avrebbero avuto bisogno di tanto tempo per essere riempiti. Per il lavoro uso da anni sempre lo stesso tipo di quaderno Moleskine (puntinato, copertina nera morbida, personalizzato con il mio nome e cognome, scritto in corsivo e argentato) su cui prendo appunti durante le riunioni e le conferenze. Li finisco con una certa regolarità, ma contengono essenzialmente idee, liste di cose da fare e non creano chissà quale stupore quando li si sfoglia.
(il massimo dell’eccentricità delle mie pagine)
I quaderni che ho chiuso nei pacchi, invece, potrebbero essere dedicati a moltissime cose assai creative: potrebbero essere Commonplace, per esempio, cioè potrei segnarci le frasi interessanti incontrate nel corso delle letture, e fatti, osservazioni e una miscellanea di appunti su quello che mi colpisce durante la giornata; potrebbero servirmi per fare journaling o gli esercizi di scrittura istintiva del mattino, tipo quelli che consiglia Julia Cameron in La via dell’artista.
(l’immagine viene da qui)
Caso vuole che questo trasloco sia stato diviso in due parti: a luglio abbiamo impacchettato e portato via circa 7000 libri, mentre adesso ci stiamo occupando di tutto il resto delle cose. Tra la prima e la seconda parte del trasloco abbiamo fatto un viaggio pianificato da mesi che ci ha portati a Dublino. Lì abbiamo visitato il MOLI, Museum of Literature Ireland, e durante la visita a un certo punto mi sono trovata di fronte ai quaderni di James Joyce.
Pagine dense di segni, cancellature, pensieri che si intrecciano in una geografia dell'immaginazione. Osservandoli, ho percepito non solo il lavoro di una vita, ma la testimonianza di una qualità del tempo che sembra esserci preclusa: un tempo che non scorre linearmente verso un risultato, ma che si addensa, stratifica, fermenta.
(Consiglio di lettura: Shakespeare and Company di Sylvia Beach, Neri Pozza - anche per non romanticizzare troppo Joyce, che non era esattamente una persona facile).
Sono rimasta lì, immobile, a contemplare quelle pagine fitte di segni minuti, cancellature, frecce che collegavano pensieri distanti nello spazio della pagina. Mi ha colpito la materialità di quel processo creativo: non solo le parole, ma il tempo sedimentato in ogni tratto di penna. Joyce riempiva quaderni su quaderni con una dedizione che oggi ci appare quasi incomprensibile.
Annotava frammenti di conversazioni colte per strada, giochi linguistici che attraversavano più idiomi, architetture narrative che si ramificavano come sistemi nervosi sulla carta. Ogni pagina testimoniava ore di contemplazione, di attesa, di ascolto profondo del mondo e del linguaggio.
Non tutto riguardava la letteratura: Joyce teneva conto con precisione anche di entrate e uscite (con ricevute, spese d’albergo, prestiti a conoscenti - anche perché, come si sa, era sempre in bolletta). Questo aspetto dei quaderni mostra la precarietà economica cronica di Joyce nei suoi anni parigini e triestini, la continua oscillazione tra debiti, piccoli prestiti e guadagni da articoli o lezioni private.
In questa immagine si vedono anche calendari fatti a mano con crocette: Joyce li usava per scandire i giorni, annotare appuntamenti o progressi di scrittura. Sono pagine apparentemente banali, ma rivelano il legame strettissimo tra la vita quotidiana di Joyce e la sua produzione letteraria: spesso i personaggi di Ulysses sono immersi in un flusso economico altrettanto minuto e dettagliato.
Quanto tempo di contemplazione serve per fare una cosa del genere? Non mi riferisco solo alla durata cronologica, ma a quella particolare qualità del tempo che si dilata quando ci immergiamo completamente in qualcosa. Un tempo che non consuma ma che stratifica. Mi ha colpito la testimonianza di un'immersione totale, di una resa alla lentezza necessaria del processo creativo.
Ecco: mentre sistemavo i miei quaderni vuoti negli scatoloni, ho compreso che il problema non è la mancanza di disciplina o di idee, è che bisogna scegliere con una grande intenzionalità di sostare in un’altra dimensione del tempo, di trovare quel tempo sospeso in cui il pensiero può fermentare senza l’urgenza del risultato.
I quaderni che porto con me nel trasloco sono testimoni silenziosi di questa perdita. E forse non è un caso che in questi giorni mi sia ritrovata a guardare molti video su YouTube su come fare journaling, scrivere 3 pagine ogni mattina prima di fare qualunque altra cosa. Queste pratiche mi attraggono moltissimo, ma chiedono una costanza che alla fine scelgo di mettere in altre cose.
Forse in questa fine di agosto che preannuncia l’inizio delle scuole e l’accelerazione del ritmo lavorativo, mettere via i quaderni mi ha suscitato un po’ di malinconia, e forse quel desiderio di creare più momenti di contemplazione. Magari quei quaderni non dovranno più aspettare come pazienti custodi di una possibilità, e almeno uno inizierà a essere usato.
Mi piacerebbe sapere se anche voi avete quaderni in attesa, libri non letti che aspettano il momento giusto, strumenti musicali che raccolgono polvere, progetti abbozzati e mai iniziati. E soprattutto: li vedete come promesse o come rimproveri? Come spazi di libertà o come pesi da portare?
Forse condividere queste presenze silenziose può aiutarci a comprendere meglio il nostro rapporto con quel tempo altro che tutti cerchiamo e che sembra sempre sfuggirci.
Buona domenica,
Maura
Dopo la lettura, perché non ritrovarci anche per la “scrittura” silenziosa?
A leggerti, mi è sembrato di specchiarmi. Quaderni e agende di ogni tipo, strumenti musicali (il pianoforte da accordare, chitarre suonate solo a metà), e poi le mie migliaia di matite colorate, pastelli, pennarelli, carboncini, carte e cartoncini di ogni formato e spessore. Tutto ciò che serve – e ancora di più – per disegnare e dipingere, al punto da aver dedicato una stanza intera della casa a questa passione. Non è l’assenza di mezzi a frenarmi, ma la difficoltà di trasformare il potenziale in pratica.
E poi libri, libri e ancora libri, che mi aspettano pazienti sugli scaffali. Anche io sento un vago senso di colpa: più che per l’accumulo, per la mancata realizzazione. Spreco tempo in cose che potrei sostituire con immersioni più autentiche e salutari. Amo l’aria aperta e le sue attività – non solo hobby, ma anche incombenze quotidiane – eppure, quando potrei organizzarmi meglio nei rari momenti liberi, finisco spesso per disperdere energie in altro. Forse è la stanchezza di una vita già colma a prendere il sopravvento.
Oggi, però, questa newsletter mi ha dato lo spunto: ho fatto l’abbonamento per costringermi a prendere sul serio il tempo che lascio scivolare via. Voglio ridurlo a briciole insignificanti e farmi assorbire solo da ciò che mi nutre davvero. Iniziare a scrivere qui (io che non intervengo mai sui social, e che ho solo Instagram) potrebbe essere il primo passo verso una piccola svolta: un esercizio di disciplina, di recupero di me stessa, di leggerezza e di creatività.