Consigli di lettura, visione e ascolto
e una novità sul calendario della newsletter
Rieccoci con la nostra newsletter domenicale di consigli.
Da questa settimana (l’avrai già notato) la Tlonletter cambia passo. Scriveremo più spesso: più riflessioni su quello che accade nel mondo, sulla filosofia, sulla cura di sé, su tutto ciò che ci sembra meriti spazio e attenzione.
Possiamo farlo grazie a chi si è abbonato e si abbona.
Se vuoi essere tra queste persone:
Per gli abbonati continuano a esserci una volta al mese l’appuntamento di Filosofia di Gruppo con Andrea (il prossimo sarà domani, lunedì 16 febbraio) e del BookClub con Maura (il 23 febbraio, stiamo leggendo L’anno della lepre di Arto Paasilinna).
E adesso, i consigli di questa settimana.
Da guardare
Su Netflix sono appena sbarcati quattro film di Wes Anderson.
Consigliata maratona.
I Tenenbaum: Anderson ancora sveglio. Da guardare per primo. È il suo film più gurdjieffiano: personaggi che dormono e lo sanno, che cercano di svegliarsi e falliscono e che a volte, per un istante e per errore, ci riescono. È niccianamente la tragedia di Anderson, in cui apollineo e dionisiaco sono perfettamente bilanciati e la gabbia formale rende visibile il disordine di chi ci vive dentro, senza essere fine a se stessa.
Il treno per il Darjeeling: la preghiera fallita. Tre fratelli che mollano le valigie del padre morto. È un film sulla possibilità che la preghiera fallita sia l'unica preghiera possibile.
Grand Budapest Hotel: il capolavoro e l’inizio della fine. La forma come resistenza al caos, ma anche il punto in cui comincia a bastare a se stessa.
The French Dispatch: il sonno. Da vedere per ultimo, per sentire cos’è che Anderson si è perso lungo il cammino. Ogni inquadratura è perfetta; è un catalogo Pantone del cinema. Ma i personaggi sono figurine che eseguono coreografie meravigliose dentro diorami costruiti con cura maniacale.
Insieme, i quattro film raccontano la parabola dell’ultimo rabbi di Scholem, raccontata da Agamben ne Il fuoco e il racconto (che trovi qui nell’anteprima di quel libro).
«Ogni racconto – tutta la letteratura – è, in questo senso, memoria della perdita del fuoco», si legge in quelle pagine strepitose. Anderson aveva il bosco, il fuoco e la preghiera. Film dopo film ne perde un pezzo. Ma il racconto basta ancora, a patto di soffrirne per la sparizione.
Secondo consiglio di visione.
Il filo del ricatto. Dead Man’s Wire di Gus Van Sant, con Bill Skarsgård, Al Pacino e Colman Domingo. Esce nelle sale italiane giovedì 19 febbraio, Maura l’ha visto in anteprima. Racconta di un uomo che a Indianapolis, nel 1977, fa irruzione negli uffici di un’azienda e prende in ostaggio il figlio del presidente, tenendo il paese col fiato sospeso per sessantatré ore, con le trattative trasmesse in diretta televisiva. L’uomo è stato tradito da imprenditori e istituzioni finanziarie senza scrupoli, finendo sul lastrico per colpa di una speculazione più grande di lui, e dunque chiede giustizia. Non è un caso che Gus Van Sant abbia scelto di raccontare questa storia adesso, perché ci parla di cosa accade quando il sistema economico smette di funzionare per le persone e queste perdono ogni canale per farsi ascoltare, e del modo in cui il potere risponde a chi protesta.
Da ascoltare
È uscito Noi, Piero, disco d’esordio del Collettivo Jambona per l'etichetta siciliana Viceversa Records: un album di cover di Piero Ciampi, il cantautore livornese che resta forse il più grande maledetto della canzone d’autore italiana, quello che non ha mai accettato nessuna mediazione, neppure con se stesso. Il progetto ha richiesto quasi due anni di lavorazione: ogni brano è affidato a un ospite diverso, da Cesare Basile a Dellera, da Peppe Voltarelli a Chiara Riondino, da Alessandro Fiori ad Andrea Satta. La scelta degli arrangiamenti è volutamente distante dagli originali, perché l’intento è traghettare nel presente la forza dei testi di Ciampi, senza celebrarla con nostalgia.
Vi consigliamo in particolare l’esecuzione di Tu no affidata a Giovanni Truppi, che è forse l'artista italiano di oggi la cui voce e il cui modo di stare nella canzone hanno più affinità con lo spirito di Ciampi: quella stessa urgenza struggente, quella stessa scomodità, quella stessa insofferenza per qualunque forma di compiacenza.
Secondo consiglio musicale.
L’Halftime show del Super Bowl è probabilmente il palcoscenico più controllato che esista, il luogo in cui ogni secondo è negoziato tra sponsor, network e produzioni. Bad Bunny ci ha portato güiros, chitarre e cuatro portoricano (che viene dalla tradizione folk jíbara) e ha cantato Lo que le pasó a Hawaii, dall'album Debí Tirar Más Fotos: una canzone che racconta le conseguenze del turismo di massa e della gentrificazione a Porto Rico attraverso il paragone con le Hawaii, dove la colonizzazione ha eroso la cultura e la lingua delle comunità native.
Poi, certo, come dice Nancy Fraser, il capitalismo è cannibale e divora ogni tentativo di criticarlo, diventando sempre più forte a ogni critica.
Da leggere
Cal Newport, Slow Productivity. L’arte dimenticata di essere efficaci evitando il burnout, è il nuovo libro del professore della Georgetown University già autore di Deep Work e di Mimalismo digitale. L’invito di fondo non è tanto quella di non fare niente, ma di riconoscere qual è il modo migliore per generare qualcosa che abbia qualità (parla proprio di “ossessione” per la qualità).
In sostanza, ogni lavoro è pieno di task inutili che danno l’illusione di fare chissà cosa e poi non portano a niente; Newport (attingendo come sempre a storie vicine e lontane) sostiene che se si vuole essere davvero produttivi sia necessario applicare al lavoro più o meno la filosofia di Slow Food e di Carlo Petrini (davvero, parla proprio di lui, che ha conosciuto tramite Michael Pollan; l’idea del libro viene da lì).
Calendario della settimana
Fino al 17 saremo a Putignano per il Carnevale. Andrea, che ne è il direttore filosofico, ha tenuto ieri sera una lezione su Amore e Carnevale al Teatro Municipale, e ne terrà una domani alle 20 su Morte e Carnevale. Per compensare.
Lunedì 16 ci sarà Filosofia di Gruppo per gli abbonati: iniziamo alle 21.30 (il tempo di arrivare in hotel dal teatro). Info qui.
Giovedì 19 febbraio saremo ospiti online del Konkoly Observatory di Budapest, l'Osservatorio astronomico dell'Accademia delle Scienze ungherese, per tenere un seminario dal titolo When Work Becomes Identity: The Philosophical Roots of Academic Burnout.
Venerdì 20 alle 10 Andrea sarà keynote speaker all’Università degli studi di Bari Aldo Moro per il convegno Learning Analytics Across data processing Ethics, Instructional Design and Academic Policy, con un intervento dal titolo Reclaiming Awareness in AI-Assisted Learning and Writing.
Per stavolta è tutto,
Maura e Andrea







