Chi ci insegnerà a non lavorare?
Il tempo va ancora liberato, ma dobbiamo imparare ad abitarlo bene fin da ora.
Ogni nuova macchina promette di farci risparmiare tempo, ma alla fine dei giochi lavoriamo sempre troppo.
Se un compito che richiedeva quattro ore oggi ne richiede una, le tre ore liberate vengono riempite da altri compiti, altre richieste, altra produttività, altra preoccupazione. Come scrivono Helen Hester e Nick Srnicek in Dopo il lavoro (Edizioni Tlon), abbiamo costruito strumenti potenzialmente capaci di ridurre il lavoro e un sistema che ne impedisce qualunque diminuzione sostanziale.
Ma supponiamo che per una volta accada davvero, e che l’automazione e un reddito garantito ci restituiscano una parte consistente delle nostre giornate.
Che cosa accadrebbe? Siamo sicuri di sapere cosa farne?
La risposta immediata per molte persone è sì, certo, me la spasserei finalmente, ma la questione è parecchio più complessa.
Riposeremmo, studieremmo, ci prenderemmo cura degli altri, coltiveremmo interessi, parteciperemmo alla vita collettiva. Questa è l’idea.
Ma c’è una possibilità più inquietante e probabile: che, dopo aver organizzato per generazioni la nostra esistenza attorno al lavoro, non abbiamo più la facoltà necessaria ad abitare quel tempo che vorremmo liberare.
Il diritto al non lavoro
Andiamo per gradi.
Nel 1883, nella prigione parigina di Sainte-Pélagie, Paul Lafargue rimetteva mano a un pamphlet che aveva pubblicato tre anni prima a puntate sul giornale socialista L’Égalité. Si intitolava Il diritto alla pigrizia e sosteneva una tesi che scandalizzò prima di tutto i suoi compagni.
Il proletariato, scriveva il genero di Karl Marx, è posseduto da una «strana follia», l’amore per il lavoro, una passione che lo spinge a rivendicare come un diritto la propria stessa condanna, e invece di chiedere il diritto al lavoro (come aveva fatto sulle barricate del 1848) avrebbe dovuto riprendersi tutto il resto della vita:1
«Questa follia è l’amore per il lavoro, la passione mortale per il lavoro, spinta fino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie. Invece di reagire contro quest’aberrazione mentale, i preti, gli economisti, i moralisti hanno santificato il lavoro, lo hanno sacralizzato».
Per più di un secolo quella proposta è stata trattata come una boutade, eppure aprì una tradizione intellettuale seria e sorprendentemente continua, che attraversa il Novecento e arriva fino ai movimenti per il reddito di base dei nostri anni. In una newsletter precedente avevo scritto che la coincidenza tra reddito e occupazione, tra dignità e produttività, è entrata in una crisi che nessun aggiustamento marginale potrà sanare.
Diversi, nei commenti, hanno chiesto: e allora cosa ne segue?
Segue anzitutto un dovere di memoria, perché a questa domanda si lavora da un secolo e mezzo e quella tradizione è molto più robusta di quanto la nostra amnesia lasci credere (ne abbiamo scritto in Ma chi me lo fa fare?). E segue anche un compito critico, perché quella tradizione poggia su un presupposto che oggi non tiene più.
Presuppone che, tolto il lavoro, sapremmo cosa fare di noi. E secondo me oggi non è più vero.
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