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Perché non ti va più di lavorare

La stanchezza di chi sospetta che il lavoro non serva più a niente

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Tlon e Andrea Colamedici
apr 16, 2026
∙ A pagamento

C’è una frase che negli ultimi anni abbiamo sentito ripetere da persone molto diverse tra loro. La dicono impiegati di banca, medici di base, giornaliste, insegnanti, consulenti, manager di medio livello, designer, avvocati, e la dicono a bassa voce, come fosse una confidenza un po’ imbarazzante, oppure la dicono ridendo, per non prenderla sul serio. La frase è:

“Non mi va più di lavorare”1.


Non riescono più a convincersi che ne valga la pena. Si mettono al lavoro (o anche soltanto pensano al lavoro) e qualcosa dentro si rifiuta.
Chi parla di pigrizia, di sdraiati, di indolenza, non ha capito niente.

Felice Casorati, Bambina su tappeto rosso, 1912

Una stanchezza metafisica

Non si tratta neanche, come si sente dire negli articoli e nei talk aziendali, di semplice burnout, ossia del fatto che siamo esausti perché abbiamo lavorato troppo, abbiamo subìto troppa pressione, la pandemia ha lasciato il segno e le tecnologie digitali ci hanno sovraccaricato di stimoli.
Tutto vero
, sì, dolorosamente vero, e però non è tutto qui. Questa spiegazione non riesce a catturare la qualità particolare di questa stanchezza, che evidentemente non è quella di chi ha spalato carbone per dieci ore. È la stanchezza di chi, mentre spala un carbone invisibile, sospetta che il carbone non esista, che la caldaia non esista, e che forse nessuno abbia davvero bisogno di riscaldarsi. La stanchezza contemporanea non nasce dal troppo lavoro, ma dal sospetto che quel lavoro non serva a niente. È una stanchezza metafisica molto prima che muscolare, ed è questo che la rende così difficile da curare.

David Graeber, nel 2018, pubblicò un libro che molti lessero come una provocazione ma che oggi è inaggirabile per perizia e lucidità. Si chiamava Bullshit Jobs2 e sosteneva una tesi che all’epoca sembrava scandalosa: che una quota enorme del lavoro attuale, soprattutto nei settori amministrativi e manageriali, è vissuta come totalmente inutile da chi la compie. Graeber parlava di persone che passavano le giornate a produrre documenti che nessuno leggeva, a coordinare riunioni su progetti che non sarebbero mai partiti o a riempire caselle che servivano solo a dimostrare che qualcuno le stesse riempiendo. E però l’essere umano ha un bisogno profondissimo di sentire che quello che fa conta, anche solo per qualcuno e anche solo per un momento, e una civiltà che costringe milioni di persone a fingere quotidianamente che quel che fanno ha un valore anche quando sanno che non ce l’ha, produce una forma di sofferenza che non ha ancora un nome ma che ha un peso politico gargantuesco.

A distanza di quasi dieci anni abbiamo poi un elemento nuovo, l’Intelligenza Artificiale, che ha allargato il monte delle persone che percepiscono quell'insensatezza includendo anche chi fa lavori creativi. Graeber poteva ancora pensare ai bullshit jobs come a un fenomeno relativamente confinato all'amministrazione e alla burocrazia aziendale: chi scriveva, disegnava, componeva, insegnava davvero, traduceva, progettava, era considerato più o meno al sicuro. Ma oggi anche l’illustratrice che lavora a una copertina, il copywriter che costruisce una campagna, lo sceneggiatore che imbastisce una serie o il traduttore che trasporta un romanzo da una lingua all’altra si trovano davanti allo stesso sospetto che fino a ieri era riservato a chi compilava moduli: che quello che stanno facendo non è necessario. E da una crescente certezza: che nei casi più ordinari possa essere fatto da una macchina con un risultato uguale o migliore, in meno tempo.
Una generazione intera di lavoratori che credeva di essere immune dalla questione del senso si è scoperta, in pochi mesi, esposta più dei colletti bianchi.

Il colletto bianco che svolgeva un bullshit job sapeva, in qualche misura, di farlo. Aveva già fatto i conti con quella sospensione del senso e l’aveva razionalizzata (lo stipendio, la pensione, la famiglia da mantenere). Il professionista creativo, invece, si era costruito identitariamente sul senso del proprio lavoro, e oggi oltre allo stipendio perde la storia che si raccontava su di sé. È un colpo identitario in più rispetto a quello economico. La macchina toglie ai colletti bianchi quello che già sapevano di aver perso, ma toglie ai creativi quello che pensavano di avere ancora.

È quindi cresciuto parecchio il numero di persone che, mentre lavora, sospetta che quello che sta facendo non sia abbastanza necessario da giustificare la propria esistenza in quel ruolo. Anche in quelle professioni che la modernità aveva costruito come riserva di senso.

Edward Hopper, Automat, 1927

Il doppio collasso del senso

Mettiamo in chiaro un punto, prima di procedere col ragionamento: il senso non è una proprietà intrinseca del gesto. Il senso è una relazione tra il gesto e il mondo che lo riceve, ed è anche una facoltà di chi quel gesto lo compie. Tolto uno dei due termini, anche il lavoro più elevato si svuota. Un’insegnante che cerca davvero di far pensare i suoi studenti dentro un sistema scolastico che valuta solo gli output misurabili, si trova ogni giorno a sostenere il peso di un’attività che la struttura attorno a lei non riconosce (e che talvolta ostacola attivamente). La capacità sociale di accogliere il senso si è atrofizzata anche perché i luoghi in cui il senso poteva essere ricevuto, riconosciuto e restituito, si sono ridotti. E la capacità di produrre senso è una facoltà che o si esercita o si atrofizza.

Le persone che oggi non riescono più a lavorare, in molti casi, si trovano davanti al vuoto e non hanno gli strumenti per riempirlo. Hanno perso (o non hanno mai sviluppato) la facoltà di chiedersi cosa abbia senso fare. Il sistema le ha disabituate all’esercizio. Quando provano a farlo, incontrano un silenzio interno che spesso scambiano per stanchezza ma che è la mancanza di un organo che non è stato allenato. È l’immaginazione pratica: la capacità di vedere cosa potrebbe essere fatto e perché varrebbe la pena di farlo, anche quando nessuno te lo chiede e nessuna metrica lo registra. Quella facoltà oggi è in larghissima parte addormentata.

Tanto il lavoro procedurizzato quanto quello significativo vengono giù, quindi, ma per ragioni diverse. Il primo cade perché era già caduto, e l’IA si limita a togliergli l’ultimo velo. Il secondo cade perché non ha più né destinatari capaci di accoglierlo né soggetti capaci di produrlo, e l’IA ne accelera il collasso. Il punto politico reale è che bisogna ricostruire le condizioni della produzione di senso. Le condizioni esterne, cioè le istituzioni, i tempi, i luoghi, i rituali, le pratiche collettive che permettono a un gesto di essere ricevuto. E le condizioni interne, cioè un’educazione, un’esperienza di vita, una pedagogia diffusa, una disposizione dell’animo che insegnino di nuovo a esercitare la facoltà di chiedersi cosa valga davvero, consapevoli che nulla vale in sé. Senza queste due condizioni, nessun (desiderio di) lavoro sopravvive.3

George Tooker, The Subway (1950)

Compito vs attività

C'è poi una distinzione, dietro tutto questo, che le intelligenze artificiali stanno rendendo finalmente visibile: quella tra compito e attività. Un compito è qualcosa che può essere isolato, descritto, replicato, valutato con un bel voto o un bollino colorato. Un’attività è invece qualcosa che ha senso solo dentro una pratica, una storia, un corpo, una relazione significativa. Il management degli ultimi trent’anni ha lavorato instancabilmente a trasformare le attività in compiti, perché i compiti si possono ottimizzare, e quindi delegare, esternalizzare e contabilizzare. Le attività no. L’insegnamento è un’attività. Fare lezione è un compito. Curare è un’attività. Somministrare una terapia è un compito. Ricercare è un’attività. Pubblicare un paper è un compito. Più abbiamo ridotto le attività a compiti, più abbiamo reso le nostre professioni automatizzabili, perché abbiamo smesso di chiederci cosa facevano davvero e abbiamo cominciato a misurarne soltanto l’output. E l’IA oggi ci presenta il conto di quella riduzione.

Byung-Chul Han, nella Società della stanchezza, aveva descritto la fatica contemporanea come il prodotto di un soggetto che non è più sfruttato dall’esterno, ma si sfrutta dall’interno, convinto di essere libero e imprenditore di se stesso.
È un’analisi giusta ma incompleta4, perché il soggetto di prestazione non si esaurisce solo perché lavora troppo. Si esaurisce perché, mentre lavora troppo, intuisce che quello che fa non è abbastanza reale da giustificare lo sforzo.

È lo sfruttamento unito alla percezione dell’insensatezza a produrre questa forma di esaurimento. Una fabbrica di inizio Novecento era un inferno, ma l’operaio sapeva di produrre un pezzo di un’automobile, e l’automobile serviva a qualcuno per muoversi. Un ufficio contemporaneo non è un inferno, ma l’impiegato spesso non sa cosa stia producendo, né a chi serva, né se qualcuno lo voglia davvero. Anzi, spesso sa molto chiaramente che non serve a niente. Ed è proprio questa asimmetria a generare questa forma di asemia collettiva: una perdita della facoltà di produrre o riconoscere segni dotati di significato. È una frattura tra ciò che si fa e la possibilità di significarlo, che sta diventando una condizione di massa.

George Tooker, Government Bureau (1956)

Contro l’efficienza come orizzonte di senso

Lo dico in prima persona, perché pretendere di parlare solo della stanchezza altrui è una forma di vigliaccheria. Anche io faccio un mestiere che, almeno in una parte non piccola, potrebbe essere fatto da una macchina. Scrivo libri, articoli, lezioni, post, mail. Una quota di queste scritture (quella più formale, quella più ricorrente e di servizio, diciamo) è alla portata di un sistema generativo decente. E la tentazione di delegare interamente quella quota, di scaricarla, di liberarmene, è continua. La tentazione è alimentata da un’argomentazione che sembra ragionevole: se posso risparmiare del tempo su quella mail lo userò per pensare meglio, per scrivere quello che davvero conta, per stare con chi amo. La verità è che non funziona sempre così. Quando deleghi la parte che credevi marginale del tuo lavoro, scopri che era proprio dentro quella parte che si stava costruendo qualcosa di tuo. La fatica della formulazione, lo sforzo di scegliere quella parola e non quella, il ritorno tre volte sullo stesso passaggio, sono il pensiero. Tolto quello, il tempo guadagnato si trasforma in altro tempo da riempire, e il vuoto si presenta più velocemente di prima. E il punto non è tengo tutto per me, scrivo tutto io. Il punto è domandarsi quanto di ciò che delego mi servirebbe piuttosto per allenare il pensiero.

Questa è la prima ragione personale per cui mi rifiuto di accettare la promessa dell’efficienza come orizzonte. Per una constatazione molto pratica: il senso, in quello che faccio, sta nel percorso che mi ha portato a quel risultato, e quel percorso include anche la frustrazione, la fatica, le riscritture, le ore che a un osservatore esterno sembrerebbero perse.

C’è poi una seconda ragione, che è meno facile da dire. Mi sorprendo a misurare quello che faccio sulla base di quanto è stato visto, condiviso, citato. Mi sorprendo a sentire la pressione dell’output continuo, nonostante nessuno mi prema. Ed è il motivo per cui uso sempre meno i social, perché non riesco più neanche a coltivare l’illusione di poterli usare poco ma bene. E se questo accade a chi può scegliere quanto esporsi, figuriamoci cosa accade a chi non può. Il problema è strutturale e non caratteriale, e chi pensa di esserne immune perché ha una professione interessante o un mestiere creativo si sta raccontando una bugia che, prima o poi, gli si presenterà davanti come devastante stanchezza.

Uno dei poster che venne regalato dalla casa editrice ai primi lettori insieme a Ma chi me lo fa fare?

Un problema strutturale, non psicologico

Questa crisi non si risolve con interventi psicologici sul singolo o con la mindfulness aziendale, né con i corsi di resilienza o le app per dormire meglio. Non si risolve nemmeno con il prompt engineering, che è l’ultima versione della promessa neoliberista: impara a convivere con la macchina, attrezzati, aggiornati, altrimenti è colpa tua. Tutte queste risposte, più o meno sensate, individualizzano un problema collettivo e psicologizzano un problema strutturale, e prese da sole lo rendono impossibile da affrontare. Chi si esaurisce davanti al computer non ha bisogno di imparare a respirare meglio. Ha bisogno di una società che si chieda, finalmente, cosa valga la pena fare in un’economia in cui produrre beni e servizi richiede sempre meno tempo umano.

È una domanda che il capitalismo, nella forma in cui lo conosciamo, non sa porsi, perché il suo meccanismo centrale è trasformare il tempo in prezzo. Se il tempo di lavoro necessario diminuisce, il capitalismo risponde inventando nuovo lavoro, spesso inutile, pur di mantenere inalterato il rapporto.
Chi ha responsabilità strutturali in questa partita sono i governi che hanno abbandonato ogni ambizione di ridistribuzione del tempo e le grandi società tecnologiche che costruiscono sistemi sempre più potenti senza assumersi la minima responsabilità sulle conseguenze sociali del loro dispiegamento, rimandando la questione a una futura regolamentazione che sanno perfettamente arriverà sempre troppo tardi.

Ma dentro questa stanchezza diffusa c’è un’intuizione. Quella delle persone che stanno dicendo, sovente senza sapere di dirlo, che l’assetto del lavoro a cui siamo abituati non reggerà, che la coincidenza tra reddito e occupazione, tra dignità e produttività e tra tempo di vita e tempo di prestazione è entrata in una crisi colossale che nessun aggiustamento marginale potrà più sanare. Il problema è che la perdita in corso è altrettanto reale, e ignorarla sarebbe romanticizzare la sofferenza. Quelle stesse persone, in molti casi, non hanno gli strumenti per immaginare cosa fare di sé fuori dal lavoro che le sta esaurendo. Hanno il sospetto giusto e la facoltà atrofizzata. Sentono che qualcosa non torna e non sanno più nominare cosa potrebbe tornare al suo posto. È questa doppia condizione, e non solo la prima metà, che dobbiamo guardare in faccia.

Il compito politico, allora, è doppio anch’esso. Da una parte, smettere di trattare l’esaurimento come patologia individuale e cominciare a riconoscerlo come segnale collettivo di una transizione che il sistema non vuole nominare.
Dall’altra, e questa è la parte più difficile, reinventare le condizioni materiali, educative, istituzionali, perché la facoltà di produrre senso possa essere di nuovo esercitata. Non si tratta di insegnare alle persone a “trovare il proprio scopo”, che è l’ennesima stronzata individualizzante. Si tratta di costruire luoghi, tempi e relazioni in cui il senso possa nascere, essere riconosciuto e scambiato. Le scuole, le università, gli ospedali, i quartieri, le piazze, gli spazi del tempo libero: tutti questi luoghi sono stati, negli ultimi decenni, riconvertiti alla logica della prestazione.

La domanda, allora, è cosa vogliamo costruire perché torni possibile esercitare la facoltà di chiedersi cosa vale la pena fare.
Finché non lo faremo, sempre più persone continueranno a ripetere quella frase che ormai si sente ovunque: “non mi va più di lavorare”.


Parleremo di questo articolo, stasera alle 21, all’incontro di Filosofia di Gruppo su Zoom.
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