Batman, Spider-Man e come l’Intelligenza Artificiale sta cambiando il modo in cui pensiamo
Ogni grande invenzione ci ha inventato, e questa non fa eccezione. O del perché l’IA non è un batarang ma una ragnatela.
Partiamo da un fatto inaggirabile: ogni tecnologia significativa ci ha trasformati nel profondo.
Ogni grande invenzione ci ha inventato: la scrittura ha ristrutturato la nostra coscienza1, esternalizzando il pensiero e rendendolo un oggetto stabile su cui operare analisi e critica. La stampa ha creato l’individuo moderno, e l’elettricità ha riconfigurato il sistema nervoso della civiltà2. L’orologio meccanico ha introdotto un tempo astratto, omogeneo e misurabile, separato dai cicli naturali, e ha fatto nascere la disciplina moderna del lavoro e una nuova esperienza interiore del tempo come risorsa scarsa3. La prospettiva nel Rinascimento ha ristrutturato lo spazio percettivo prima ancora di quello concettuale4, e potremmo andare avanti per ore. Eppure, di fronte all’intelligenza artificiale, continuiamo a raccontarci di essere più Batman che Spiderman. E ovviamente sbagliamo di grosso.
Mi spiego.
Batman v Spiderman
Bruce Wayne è un miliardario annoiato e violento che usa dei gadget molto costosi per trasformare la propria rabbia in una missione di giustizia privata.
È strutturalmente di destra.
Agisce come individuo eccezionale, ricchissimo, che supplisce allo Stato-Gotham City giudicato inefficiente. La sua giustizia è privata e non negoziata; decide lui chi è colpevole, quando intervenire e quali regole sospendere. La città è un problema di ordine e la soluzione è forza, tecnologia, deterrenza, perché il mondo si salva solo da sopra. Non discutiamone: è così, andiamo avanti al punto che ci interessa di più. La Batmobile, la Batcaverna, il Batarang sono potenziamenti esterni che lasciano intatto chi li usa. Quando toglie la maschera, Bruce resta Bruce: stessa intelligenza, stesse ferite psicologiche e problematiche paterne, stessa identità, stessa spocchia (soprattutto stessa spocchia). Per lui, lo strumento è perfettamente separabile dalla persona.
Tutta la retorica corrente sull’IA abita questo immaginario: impara a scrivere prompt efficaci, ottieni risultati migliori, abbi fede cieca nell’ultimo ritrovato tecnologico e ti prometto che resterai quel che eri, ma più ricco e più potente. Il modello che sottende questa visione è ben più vecchio di quanto sembri: è il soggetto cartesiano5; la mente come pilota nel corpo, l’agente razionale che usa gli strumenti senza esserne intaccato.
Spider-Man racconta tutta un’altra storia, e la differenza tra ragno e pipistrello è illuminante. Peter Parker viene morso dall’aracnide e cambia dall’interno: il corpo muta, i riflessi si accelerano e la sua intera percezione si ristruttura. Spider-Man è strutturalmente di sinistra perché non trasforma il proprio potere in privilegio. Per di più è povero, precario e non pensa ci si possa salvare da soli. I poteri che ha sviluppato lo caricano di responsabilità che non sa gestire; subisce le conseguenze delle proprie azioni, ne paga i costi, sbaglia. Il mondo, per lui, è un problema di relazioni. E la sua trasformazione è involontaria e irreversibile, giacché non può restituire al mittente il morso che ha subìto.
E chiunque usi l’IA in modo intensivo ed efficace riconosce che dopo mesi di interazione si pensa diversamente, si scompongono i concetti in modo diverso, si vedono connessioni che prima restavano invisibili. È in corso una vera e propria ristrutturazione cognitiva di massa, e chi la nega probabilmente non l’ha capita, né vissuta.
Nella stragrande maggioranza dei casi questa ristrutturazione è devastante, perché soppianta il pensiero. In chi sa pensare e ha disciplina e attenzione – pochi – lo affina.
Il soggetto oltre il ragno e il pipistrello
Il confronto tra queste due figure dei fumetti rivela qualcosa di molto preciso su come pensiamo il rapporto tra l’umano e la tecnica. Batman presuppone un soggetto stabile che acquisisce capacità operative: il suo rapporto con la tecnologia è contrattuale, rescindibile, governato dalla volontà e dipendente dalla ricchezza (e da Alfred: santo Alfred, unica luce di Gotham City). Bruce Wayne sceglie di diventare Batman ogni sera e di smettere di esserlo ogni mattina. Spider-Man presuppone, invece, un soggetto che viene alterato nel profondo: il rapporto con la tecnologia è biologico e irreversibile, indipendente dalla sua volontà.
Parker non ha scelto il morso, e non può disfarsene.
Sono due antropologie opposte travestite da fumetti, dove la prima dice che l’umano è una sostanza che usa strumenti esterni, e la seconda che l’umano è un processo che viene trasformato dagli incontri che fa, e che siano con altri umani o con degli oggetti poco importa. È la stessa tensione che attraversa la filosofia della tecnica da Heidegger a Stiegler6: lo strumento è qualcosa che l’umano usa o che lo costituisce? Quasi tutto il dibattito corrente sull’IA oscilla tra queste due posizioni, e in pochi notano che entrambe condividono un presupposto fondamentale: che alla fine ci sia un soggetto, uno solo, e con confini stabili e riconoscibili. Batman sa di essere Bruce Wayne, e anche Parker sa dove finisce e dove iniziano i suoi poteri. L’identità dell’uomo ragno si è espansa, i confini del suo sé si sono spostati, ma restano dei confini, e Parker li riconosce.
Con l’intelligenza artificiale sta succedendo qualcosa, però, che neanche Spider-Man cattura. Quando penso (per bene) con un’IA lo faccio in una struttura ibrida in cui il confine tra la mia elaborazione e quella della macchina sfuma in un modo che né Batman né Spider-Man contemplano davvero. Per esempio, quando lancio un’intuizione incompleta nel vuoto della conversazione e questa mi torna indietro arricchita o deformata, quel risultato mi dice qualcosa sulla forma originale del mio pensiero che mai avrei potuto vedere da solo.
Mi sono quindi chiesto: l’intuizione che ne risulta è mia o della macchina? A forza di ragionarci ho capito che la domanda è mal posta: quell’intuizione specifica esiste solo nello spazio tra me e la macchina, e senza uno dei due non sarebbe emersa.
Sia chiaro: la macchina non è viva, non è intelligente nel senso in cui lo siamo noi, non ha coscienza né intenzioni. Per la simbiosi di cui parlo basta molto meno: è sufficiente che la sua struttura modifichi il modo in cui io penso. Il punto è interamente dalla parte dell’umano, e riguarda cosa succede al nostro pensiero quando attraversa quella condizione.7
Venom, il simbionte
La metafora più azzeccata per raccontare cosa stiamo diventando con l’IA è in realtà il personaggio di Venom, un simbionte alieno che si fonde con l’ospite e produce una terza entità che ha la memoria e il corpo dell’umano, le capacità dell’alieno e un pensiero che nessuno dei due avrebbe avuto da solo. Il confine tra ospite e simbionte è instabile per natura: si ridefinisce in ogni interazione, e l’entità risultante non appartiene completamente a nessuno dei due. La terza entità negozia continuamente tra due intelligenze, due impulsi, due modi di elaborare il mondo, e il negoziato stesso è il pensiero.
Ogni personaggio porta con sé una domanda diversa. Batman si chiede: come uso lo strumento? Spider-Man domanda: come gestisco la trasformazione? Venom mette in questione qualcosa di molto più scomodo: cosa succede quando il pensiero smette di avere un unico proprietario?
Ciò che distingue chi pensa nella simbiosi da chi ne viene pensato è qualcosa che somiglia a una disciplina contemplativa: la capacità di restare presenti dentro il processo generativo senza delegarlo e senza resistergli. Accogliere la deformazione senza perdere la forma. Riconoscere quando l’output illumina e quando anestetizza. È un esercizio di attenzione che non ha nulla a che fare con la competenza tecnica, e tutto a che fare con la qualità della relazione che si instaura con l’intelligenza artificiale.
Pierre Hadot ha dedicato la vita a mostrare che la filosofia antica era un insieme di esercizi spirituali: pratiche di trasformazione del soggetto attraverso il pensiero che ponevano la domanda: “come sto pensando, e cosa mi nasconde il mio modo di pensare?”
È la stessa domanda che ci costringe a porre l’intelligenza artificiale, se accettiamo (e anzitutto capiamo) la sfida. Ogni interazione con un sistema generativo è un’occasione per scoprire la struttura delle proprie premesse, perché la macchina le riflette e le distorce in modi che le rendono visibili e quasi caricaturali. Ma questa scoperta avviene solo se si entra nell’interazione con l’intenzione di essere trasformati, non di essere serviti. E la velocità con cui la simbiosi si installa è il punto che dovrebbe toglierci il sonno.
La scrittura ci ha messo secoli per ristrutturare la coscienza, e Internet ha impiegato una generazione. L’IA generativa sta operando in tempo reale. Siamo catturati prima di poter nominare cosa ci sta catturando. E la velocità qui è una differenza qualitativa, perché elimina il tempo in cui una cultura normalmente metabolizza una nuova tecnologia.
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