"So che sei in vacanza, ma..."
Come è diventata impensabile l'assenza
C’è qualcosa di molto disturbante nel modo in cui il cervello si rifiuta di processare l’informazione “Sono in vacanza”. La leggiamo nell’out-of-office, ce l’hanno detto di persona, l’abbiamo persino segnato sul calendario condiviso. Eppure eccoci, dopo qualche giorno, a digitare l’innocuo messaggino su Whatsapp (o a telefonare): “Scusa il disturbo ma giusto una cosa velocissima...”. Non è solo maleducazione: è un vero e proprio cortocircuito mentale che impedisce di registrare l’assenza dell’altro come fatto reale. È una cecità cognitiva che ha a che fare con il modo in cui la tecnologia ha alterato la nostra percezione della presenza e dell’assenza.
Il cortocircuito cognitivo
Prima dell’era digitale, quando qualcuno partiva per le vacanze l’assenza era un fatto fisico incontrovertibile. Oggi invece sappiamo che, anche al mare, il destinatario delle nostre missive ha lo smartphone in tasca e potrebbe rispondere se solo volesse (e quasi sicuramente controlla …
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