Siamo animali narrativi
Cosa cerchiamo nelle storie, e cosa accade se non lo troviamo
E se quello che ci attraversa fosse fame di essere narrati?
Nel XII libro dell’Odissea, Circe avverte l’eroe che chiunque ascolti il canto delle Sirene non torna più indietro, ma Odisseo vuole sentirlo comunque e ordina ai compagni di coprirsi le orecchie di cera e legare lui all’albero della nave. Quella che le Sirene cantano non è una melodia qualsiasi, come spesso si racconta. Al contrario, all’eroe le creature dicono:
Vieni, o glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei, ferma la nave, la nostra voce a sentire. Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera, se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce; poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose. Noi tutti sappiamo, quanto nell’ampia terra di Troia Argivi e Teucri patirono per volere dei numi; tutto sappiamo quello che avviene sulla terra nutrice.
Quella che cantano è la storia di chi la ascolta. Gli dicono che sanno tutto di lui, tutto quello che ha sofferto, tutto quello che ha fatto, e gli promettono di raccontare ogni cosa. La tentazione che le Sirene rappresentano non viene dalla loro bellezza, ma dall’insidia dell’essere conosciuti fino in fondo, narrati da una voce che non ha bisogno di spiegazioni perché già sa. Per questo il loro canto è mortale, perché risponde a un bisogno inesauribile. Oggi siamo circondati da voci che promettono di raccontarci chi siamo, che ci profilano e ci restituiscono un identikit, ci assegnano a un tipo, ci spiegano chi dovremmo votare e cosa dovremmo scegliere, e fanno la stessa promessa delle Sirene. Nessuna corda ci lega all’albero, e la tentazione si presenta di continuo.
Nel IX libro, intrappolato nella grotta del Ciclope, Odisseo dice a Polifemo di chiamarsi Outis, Nessuno. Quando acceca il Ciclope e questo chiede aiuto gridando «Nessuno mi ha accecato!», gli altri ciclopi non intervengono. Il nome cancellato salva la vita. Eppure, appena la nave si allontana dalla riva, Odisseo si volta verso la grotta e grida il suo vero nome: Se mai qualcuno dei mortali ti chiede il perché dell’orrenda cecità del tuo occhio, rispondi che il distruttore di rocche Odisseo t’ha accecato, il figlio di Laerte, che in Itaca ha casa. Polifemo ora sa chi è e può chiedere a suo padre Poseidone di perseguitarlo, e Poseidone lo farà per dieci anni. I compagni lo implorano di tacere, ma Odisseo grida lo stesso. L’esigenza di essere nominato è più forte dell’istinto di sopravvivenza. Eppure il nome, da solo, non basta. La firma attesta che io esisto; ma chi sono, questo lo sa solo chi mi racconta.
Nell’VIII libro Odisseo è ospite dei Feaci. Durante il banchetto, l’aedo Demodoco canta le imprese degli eroi achei a Troia, e Odisseo, che di quelle imprese è stato protagonista, piange. Piange ascoltando la propria storia narrata da un altro. È il momento in cui scopre chi è. Non lo sapeva prima, non lo sapeva mentre combatteva, non lo sapeva mentre vagava per il Mediterraneo cercando di tornare a casa. Lo scopre quando qualcun altro glielo racconta.
Cosa facciamo, allora, se quel qualcun altro non arriva? Se nessun aedo ci canta, se i Demodoco di oggi sono Sirene digitali che ci promettono di sapere tutto di noi e ci lasciano insoddisfatti? Una possibilità è smettere di aspettare una voce dall’esterno e occuparsi di un’altra cosa: rendersi disponibili.
Nel 2020 la rapper e cantante statunitense Doechii, pseudonimo di Jaylah Ji’mya Hickmon, ha iniziato a documentare sul proprio canale YouTube il suo percorso di recupero creativo seguendo il bestseller di Julia Cameron del 1992 La via dell’artista. Oggi Doechii è la prima donna insignita del Grammy Award per il miglior album rap del decennio. Ho scoperto di questo suo percorso da poco, semplicemente perché l’ho iniziato anch’io. Da qualche tempo, la prima cosa che faccio la mattina appena sveglia è scrivere tre pagine di diario di getto, senza pensarci, al solo scopo di riempirle e svuotare la testa. Se Julia Cameron dice di aver iniziato così il suo romanzo, dopo una serie di sceneggiature andate male, io al momento scrivo solo lamentele nei confronti di tutte le persone che mi circondano e descrivo cosa mi è accaduto il giorno precedente e ciò che ho intenzione di fare nella giornata appena iniziata. Nessuna grande storia, ma pur sempre una narrazione.
Julia Cameron le chiama «le pagine del mattino» e le presenta come una pratica di igiene mentale, un modo per svuotare la mente dal rumore. Non importa cosa scrivi, ma che tu lo faccia. La mano deve muoversi sulla pagina senza che il flusso si interrompa. Da un lato sembra l’opposto dell’ispirazione, perché non ci sono Muse o voci divine, soltanto pagine da riempire senza pensare. Dall’altro lato, però, tu non devi inventare nulla, devi solo presentarti, essere lì, disponibile, con la penna in mano. Se qualcosa vorrà passare, troverà il canale aperto.
Animali narrativi esce tra una settimana esatta, martedì 12 maggio, per Marsilio.
In tutte le librerie fisiche e digitali.
Maura








Grazie Maura, non vedo l’ora di leggerlo!