Quella sul "consenso informato" è una legge che ha paura delle domande
È passata in via definitiva, quasi nessuno ne ha parlato e fa esattamente il contrario di quello che serve. Vietare non protegge nessuno.
In questi mesi ho continuato ad andare in molte scuole per affrontare i temi di Erotica dei sentimenti, incontrando diverse classi di studenti liceali che avevano letto il libro con gli insegnanti. Ho scelto di partire sempre dalle loro domande, in modo da creare subito una relazione e dare a quelle persone appena incontrate - ma che mi avevano già dedicato tempo e attenzione - il potere di dire quali fossero i temi per loro più importanti.
È stato bellissimo, e diverso in ogni scuola. Il ciclo di quest’anno si è concluso due giorni fa a Anzio, in una splendida scuola superiore in cui ho visto - ancora una volta - adolescenti vivi, pieni di disorientamento ma anche di desiderio, e consapevoli, molto più di quanto eravamo noi adulti alla loro età.
Li ho visti ancora una volta affamati di spazi per parlare e per ascoltare, e assolutamente capaci di gestire la complessità, la contraddittorietà. E senza paura e vergogna nei confronti della vulnerabilità, delle imperfezioni, di tutto quello che troppi adulti ritengono debolezze da nascondere.
Si dice che questi “giovani” rifiutino gli adulti, eppure quello che io vedo - non solo quando vado a parlare dei miei libri, ma in tante occasioni in cui incontro e ascolto - è un bisogno enorme di creare un dialogo, di essere visti e riconosciuti, ma anche di farsi guidare. È solo che la Generazione Z - ma ancora di più la Generazione Alpha - non riesce più a credere negli adulti inconsapevoli di sé stessi, che fingono di avere il controllo delle cose e invece sono terrorizzati, e non credono più all’autorità che punisce e proibisce e che esercita potere. Sono disorientati, e avrebbero bisogno di essere accompagnati alla fioritura. E lo sanno.
Proprio nelle ore in cui mi trovavo a Anzio, il Senato approvava in via definitiva la legge sul consenso informato in ambito scolastico, il disegno di legge Valditara, con settantotto voti a favore e trentotto contrari.
Voglio spiegare perché la considero una legge sbagliata.
La legge è fatta di tre articoli che stabiliscono questo:
Per parlare di sessualità a scuola serve il consenso scritto dei genitori, da chiedere almeno sette giorni prima. La scuola deve consegnare in anticipo tutto il materiale e indicare ogni argomento e ogni eventuale esperto. Chi non firma resta fuori.
Lo stesso tema viene trattato in due modi opposti a seconda di come è classificato. Se l’attività è “extracurricolare”, chi non aderisce semplicemente non partecipa. Se è di “ampliamento dell’offerta formativa”, la scuola gli deve garantire un’alternativa. Sono due categorie che nella pratica si sovrappongono, e a deciderle è la scuola, scrivendole nel proprio piano.
Si parla di “eventuali attività scolastiche che riguardino temi attinenti all’ambito della sessualità”. La parola “attinenti” non è definita da nessuna parte. Può voler dire quasi tutto: un laboratorio sull’affettività, un’ora sul rispetto, un incontro sulla salute. Nel dubbio, una scuola che teme il ricorso di una famiglia preferisce rinunciare.
Sotto i quattordici anni è vietato “in ogni caso”. Nella scuola dell’infanzia, nella primaria e nelle medie ogni attività su questi temi è esclusa senza eccezioni. Nemmeno le famiglie che la vorrebbero possono ottenerla. Resta solo la biologia nell’ora di scienze, ma spariscono le emozioni, il consenso, il rispetto, la prevenzione degli abusi.
Per far entrare un esperto esterno servono due passaggi burocratici. Ogni psicologa, ogni associazione, ogni consultorio deve essere approvato dal collegio dei docenti e dal consiglio d’istituto, con una procedura di selezione. Per una scuola già a corto di tempo e di personale, spesso è un ostacolo che basta a far rinunciare.
Non c’è un euro. La legge dice che non devono derivare nuovi costi. Niente formazione per gli insegnanti, niente linee guida, niente strutture. Si chiede di fare meglio e si vieta di spendere per farlo.
Che scuola viene fuori da questa legge?
Il 30 luglio 2025 ho depositato un contributo scritto alla Commissione Cultura della Camera, come tante altre associazioni e esperti consultati durante tutto l’iter. Non è cambiato nulla, e addirittura su un punto la legge è perfino peggiorata. Nella versione precedente il divieto riguardava solo l’infanzia e la primaria, mentre nel testo approvato è stato esteso anche alle medie. Proprio gli anni in cui i ragazzi entrano nella pubertà, scoprono il corpo che cambia, incontrano il desiderio e la pressione del gruppo e cominciano a navigare da soli in un mondo di immagini che nessuno ha insegnato loro a leggere. Dove, a quel punto, a rispondere non saranno delle persone preparate che guarderanno quelle giovani persone, ma chissà quali contenuti e discorsi che li raggiungeranno online.
In questo paese è diffusa l’idea che parlare di sessualità ai bambini significhi esporli, toglierli all’infanzia, eppure tutte le evidenze dicono il contrario. L’Organizzazione mondiale della sanità e l’UNESCO lavorano su questi dati da decenni, e i dati dicono che l’educazione sessuale e affettiva, quando è fatta bene, ritarda l’inizio dell’attività sessuale invece di anticiparlo, riduce le gravidanze indesiderate e le infezioni, diminuisce la violenza sessuale e di genere, aiuta a riconoscere e a denunciare un abuso. Funziona quando è progressiva, adatta all’età, continua nel tempo, e quando non censura le convinzioni delle famiglie ma le tiene dentro il discorso. Il silenzio non protegge nessuno, lascia solo i ragazzi a maestri peggiori, i coetanei male informati, internet, la pornografia, che per moltissimi è la prima scuola del corpo.
Educazione affettiva all’infanzia e alla primaria significa insegnare a un bambino i nomi corretti delle parti del corpo, ed è prevenzione degli abusi perché rende consapevoli bambine e bambini e può aiutarli a riconoscere ciò che accade loro. Significa, prima di tutto, imparare a riconoscere le emozioni e a nominarle, a comunicarle. Significa capire presto cosa vuol dire consenso. Vietare tutto questo lascia bambini e bambine più soli e meno protetti.
Ho ripetuto tante volte negli incontri nelle scuole che l’educazione sentimentale è la relazione che abbiamo tra noi, le altre persone e il mondo. Prima di quello che riguarda la sessualità e l’affettività ci siamo noi, i nostri vissuti, le nostre storie, ciò che proviamo e desideriamo, gli irrisolti, i miti familiari, il nostro percorso umano. La scuola non può non occuparsi di tutto questo, perché a questo va data la dignità di un percorso educativo. Non può essere lasciato ai genitori né agli insegnanti, perché spesso mancano il tempo e le competenze.
D’altra parte, la Costituzione garantisce il diritto all’istruzione come sviluppo pieno della persona, e una scuola che taglia via la dimensione affettiva non sviluppa la persona intera. Questa legge - e non è una questione marginale - mette poi gli insegnanti sotto una sorveglianza preventiva, in una condizione di possibile autocensura e mancanza di autonomia. E vi assicuro che ce ne sono davvero tanti di insegnanti che - di fronte a degli adolescenti senza orientamento - fanno molto più di quello che il loro lavoro chiederebbe, e si formano da soli, approfondiscono, si fanno domande, dedicano moltissimo tempo. Ora questi insegnanti devono sentire di avere ancora meno autonomia, e - di nuovo - nessuna risorsa economica aggiuntiva per fare qualcosa che richiederebbe, al contrario, un percorso capillare in ogni singola scuola.
Se ne parlassimo davvero, sulla base delle evidenze scientifiche, io sono convinta che su questa questione saremmo più in accordo di quanto sembri. Ma è stata del tutto strumentalizzata dalla politica, escludendo dal discorso gli stessi insegnanti e gli stessi studenti.
C’è un altro punto. Nel 2013 l’Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul, il trattato del Consiglio d’Europa contro la violenza sulle donne. L’articolo 14 impegna gli Stati a insegnare nelle scuole di ogni ordine e grado il rispetto reciproco, la parità tra i sessi, i ruoli non stereotipati, la soluzione non violenta dei conflitti. Una legge che vieta questi temi fino alle medie fa venire meno l’Italia ancora una volta a questo impegno (e certo, non è solo responsabilità di questo governo e di questo ministro, tutt’altro, perché ci trasciniamo questa situazione da 13 anni).
Per onestà, nel testo approvato non sono entrati i divieti espliciti sull’identità di genere né le sanzioni che comparivano in altre proposte, e il testo finale è più sobrio di certe sue versioni precedenti. La cornice con cui è stata presentata, cioè l’idea di proteggere i bambini da una presunta propaganda, rimette però nel discorso pubblico uno spauracchio che non esiste. E io vorrei davvero che si desse spazio agli esperti, alle evidenze scientifiche, agli studi e ai test di efficacia, quando si parla di questi temi.
Una legge che volesse davvero aiutare i ragazzi e le famiglie farebbe il contrario, su ogni punto:
Coinvolgere le famiglie sul serio, non con una firma. Incontri tra scuola e genitori, con pedagogisti e psicologi, in cui capire insieme cosa significa educazione affettiva, perché anche i genitori hanno bisogno di essere accompagnati, e spesso non hanno gli strumenti per capire come accompagnare un adolescente in difficoltà.
Trattare l’educazione affettiva come una materia di tutti. Riconoscerla come parte del programma ordinario, garantita a ogni studente.
Partire dalle domande dei ragazzi. Costruire i percorsi insieme agli studenti, ascoltando cosa chiedono davvero, perché siano davvero coinvolti, abbiano fiducia, si sentano parte di una relazione educativa che non è paritaria, ma in cui sono ascoltati e hanno agentività.
Darsi un riferimento scientifico nazionale. Un comitato di pedagogia, psicologia dell’età evolutiva e sessuologia che fissi linee guida fondate sulle evidenze, così le scuole non improvvisano e non vanno a tentoni a seconda della paura del momento.
Formare gli insegnanti, e pagare per farlo. Servono formazione continua per i docenti e risorse vere, esattamente ciò che la legge si vieta di stanziare.
La sensazione di non avere potere sulla propria vita che tante persone giovani (e anche meno giovani) hanno oggi si cura dando ai ragazzi le parole per dire ciò che provano, per riconoscere il rispetto e la sua mancanza, per capire il proprio corpo e quello degli altri, per chiedere aiuto quando qualcosa fa male.
Quello di fronte a cui mi trovo molto spesso sono persone giovani che hanno una grande fame di dialogo con gli adulti consapevoli, in grado di accompagnarli, e che continuano invece a percepirne l’assenza.
Sarebbe urgente - mai come adesso - affiancarli invece in quella che continuo a chiamare fioritura, quel diritto di ciascuno a diventare pienamente sé stesso che è parte dei nostri diritti costituzionali. I ragazzi che non vediamo continuano a esserci, e ci chiedono, nel solo modo che conoscono, di smettere di avere paura di loro.






