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Quando il libro non basta più

Dal Salone di Torino all’Europa periferica, dentro la policrisi della lettura

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Tlon
mag 23, 2026
∙ A pagamento

Siamo appena tornati da Barcellona, dove abbiamo passato qualche giorno con un gruppo di filosofe, scrittori e ricercatrici da mezza Europa: Montenegro, Polonia, Serbia, Belgio, Svezia, Romania, Grecia, Croazia, Catalogna. Paesi e lingue che nel grande mercato mondiale delle idee restano spesso ai margini. Anche noi italiani siamo ai margini da un bel po’, ma non ce ne siamo ancora accorti.

Il progetto si chiama Peripheral Constellation ed è un think tank europeo di intellettuali che lavorano per ricostruire le condizioni di circolazione e produzione di idee in Europa al di fuori dei modelli anglo-americani. Il progetto, coordinato da Laurent de Sutter, Ingrid Guardiola e Krzysztof Katkowski, immagina una rete capace di non passare sempre dai soliti centri di validazione; è appena nato ma ci ha già aiutati a capire che alcune questioni che credevamo tutte italiane non lo sono affatto: forse si possono affrontare solo su scala più ampia.

E, mentre eravamo al Centre de Cultura Contemporània di Barcellona per questi incontri, Andrea ha partecipato a una puntata della Radio Svizzera Italiana (RSI) chiamata Salone pieno, librerie vuote (qui la registrazione), in cui si provava a tirare le fila dell’ultimo Salone del Libro e della “caccia all’autore” che sembra aver sostituito la ricerca del libro. Con lui c’erano Nicola Lagioia e Marino Sinibaldi.
A partire da questi incontri, ecco alcune riflessioni.

Opera di Chen Long-bin

La policrisi del libro

Per secoli, il libro è stato il luogo dove una cultura fissava il proprio pensiero e ci si ritrovava intorno; quella postura, oggi, non tiene più. Se ne sta cercando un’altra, a tentoni, in un momento difficile. Si parla di crisi del libro, ma secondo noi è più corretto dire policrisi: ossia crisi distinte, intrecciate, che si danno forza a vicenda e che vanno analizzate e risolte insieme. Il concetto di policrisi è di Edgar Morin, che lo usa in chiave planetaria da trent’anni per sottolineare che affrontarne una per volta è il modo più sicuro per non venirne a capo di nessuna, e si presta bene a raccontare quell’insieme di problematiche che si stanno manifestando da tempo nel mondo dell’editoria.

C’è anzitutto la crisi dell’attenzione, che rende quasi improbo per tanti il gesto di concentrarsi a lungo su una cosa sola.
C’è la crisi delle librerie, e di quelle indipendenti soprattutto, che in dieci anni in Italia hanno perso quasi mille insegne, da circa duemiladuecento a poco più di milletrecento.
C’è la crisi dell’editoria di mezzo, quella saggistica intermedia che faceva da ponte tra l’accademia e il lettore comune e che oggi arretra mentre il romanzo di genere vola. C’è la crisi del lavoro, ossia di chi nel libro ci lavora, redattori, traduttori, uffici stampa, che sono a) sottopagati b) sfiancati c) isolati.
E poi c’è la crisi della capacità di sostare dentro un libro. Che è una cosa diversa dall’attenzione, e più profonda. Si può anche trovare il tempo e la calma per fermarsi, e però non si riesce a reggere un pensiero che non si chiude subito, che non ricompensa a ogni riga, che chiede di restare nell’incertezza o nel caos fino in fondo. È la capacità di abitare qualcosa di irrisolto, di tenere un filo lungo senza mollarlo alla prima deviazione. E si sta perdendo in silenzio, perché la si scopre persa solo quando si prova a tornare a un libro impegnativo e non si riesce più a starci dentro.

Chi prova a curare una crisi alla volta non ne capisce nessuna, perché il loro peso vero sta nel modo in cui si rafforzano a vicenda.

Opera di Jan Reymond

Il fatto è che il libro non è più il centro unico attorno a cui ruota la lettura. È diventato uno dei nodi di un ecosistema sovraffollato, in cui si ritrova schiacciato dai podcast, dall’intelligenza artificiale e dalle mille forme di consumo culturale che si contendono le stesse ore della giornata. Ma più che morire, il libro sta trasformando le sue funzioni principali. E così, se il romance ha segnato un +120,5% dal 2019 come numero di copie vendute, la saggistica specialistica ha perso il 10,6% soltanto nel 2025 (dati AIE).

Dentro i generi

Sarebbe facile, e sbagliato, leggere questi numeri come la vittoria dell’evasione sul pensiero, del libro leggero su quello serio. La grande narrativa di genere fa un lavoro sull’immaginario e sul desiderio che pochi saggi sanno fare, e molta saggistica è intrattenimento travestito da concetto. La linea vera non passa tra i generi, ma semmai dentro ciascun genere.

Da una parte c’è la lettura che chiede di reggere qualcosa di complesso per molte pagine, di restare nell’incertezza, di tenere insieme un filo che non si chiude al primo capitolo. Dall’altra c’è la lettura che offre soddisfazione continua, a cui si può rientrare dopo ogni interruzione senza sforzo, pensata e fatta apposta per le giornate spezzettate. Esiste il romanzo che chiede qualcosa al lettore, che si costruisce insieme al lettore, e il romanzo che scivola addosso a chi legge; esiste il saggio che ti riconfigura la testa e il saggio-riassunto che si sfoglia in treno. Oggi, dati alla mano, cresce la lettura del secondo tipo e arretra quella del primo. E accade per una ragione semplice: la lettura ad alta resistenza chiede un tipo di attenzione che tanti di noi non hanno più o faticano ad avere, mentre quella a bassa resistenza si infila comodamente negli intervalli che la vita ci lascia. Il romance che esplode è la forma che il romanzo prende per sopravvivere in un tempo fatto a pezzi, esattamente come l’instant book è la forma che prende il saggio nello stesso tempo e per le stesse ragioni.

Dentro questa policrisi, al Salone del Libro era possibile osservare una spinta rischiosa e affascinante insieme: cercare l’autore più del libro. Le file ai firmacopie, a guardarle bene, somigliano sempre più a piccole processioni davanti a sacerdoti laici. In questo tipo di incontri ultimamente si rivela una fame quasi religiosa di stare col proprio corpo accanto ad altri corpi affini, di compiere una sorta di rito, di cercare un’intensità e un senso che, dal libro, si stanno spostando su chi il libro lo firma.

E così mentre il libro perde centralità come dispositivo cognitivo, l’autore guadagna centralità come dispositivo di fiducia.

Perché proprio adesso?

Dipende da un crollo avvenuto tutto insieme: quello delle altre forme che per secoli avevano distribuito il senso. Le religioni, la politica, i giornali, l’università, la scuola. Indebolite o cadute queste strutture, il significato lo si cerca altrove, e non più in un’istituzione o in una rete, che saprebbero offrire un sistema di pesi e contrappesi e correggere le derive di ciascuno, ma in una persona sola. Quella persona diventa il deposito di una quantità di aspettative che nessun essere umano può reggere. Si va a caccia di un portatore sano di senso, di qualcuno che indichi la strada, e poco importa che sia uno scienziato, un divulgatore, un romanziere. Quella figura raccoglie su di sé ansie, speranze, perfino le resistenze di tutti di fronte a un dissolvimento che nessuno sa più nominare. E qui scatta la trappola: chi viene messo lassù è costretto a non contraddirsi mai, a non cambiare mai idea, a ripetere all’infinito la stessa cosa, pena la perdita della funzione che gli è stata affidata.
Una condanna molto pericolosa, tanto per chi scrive quanto per chi legge.

Se la cura non può essere un altro nome o un altro autore da caricare di aspettative, allora va cercata altrove. In tutto quello che sta intorno al libro, e che di solito non si vede.

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