Possiamo dirci la verità su agosto, per favore?
riflessioni su azione e tempo dalle colline toscane
Mi trovo sulle colline toscane, in Garfagnana, dove ho seguito Andrea che sta partecipando all’Hideaway di Jacob Collier, un retreat di 4 giorni sul processo creativo e musicale con quello che è da molti considerato un genio contemporaneo della musica.
[La collina vicino al borgo di Barga]
Il mio programma dei prossimi 3-4 giorni sarebbe leggere, scrivere, disegnare, fare movimento. Non so se sia davvero possibile, sia perché sono un centralino che gestisce a distanza le esigenze dei figli, sia perché quest’anno ho vissuto in una dimensione del tempo accelerata, e ora fare in modo che sia più disteso - e in tempi rapidissimi - è complicato.
Ne abbiamo scritto nella nostra rubrica per Vanity Fair (qui), perché anche lo spazio vuoto è diventato performativo, soprattutto se è molto breve. Devi riposarti velocemente (un ossimoro), devi farlo ora perché poi ripartirà tutto, devi farlo nel modo migliore possibile.
Agosto, poi, è un mese strano, un po’ come - per quanto mi riguarda - quella settimana che va da Natale a Capodanno, che sembra sospesa, lunghissima, ma in fin dei conti è composta giusto da una manciata di giorni. Tantissime persone che conosco lo odiano, tante hanno perso una persona amata in questo mese (è il mese in cui abbiamo perso Francesco Guccini e, tre anni fa, Michela Murgia). È un mese contraddittorio, in cui tantissimi adolescenti italiani che vivono in città non sanno che fare, specie se i genitori devono continuare a lavorare e non possono andare in vacanza. Un mese che può essere noioso e faticoso insieme, e che può togliere il fiato.
Mi è apparso davanti diverse volte nelle ultime settimane quel video di Sergio Marchionne, di solito intitolato “le ferie d’agosto sono una pirlata”, che diceva che solo in Italia ad agosto si ferma tutto, e che è assurdo, e che così perdiamo un vantaggio competitivo rispetto agli altri. Il video girava corredato da vari commenti, tutti molto simili, che dicevano che Marchionne aveva ragione, che non dovremmo fermarci, che chi lo fa è stupido e pigro.
[Le vacanze del ragionier Ugo Fantozzi]
A me sembra, al contrario, che neanche l’Italia si fermi più, e mi pare un grosso problema. Nel lavoro culturale, per esempio, le uscite vanno avanti anche a luglio e riprendono a fine agosto, occupando ormai tutti gli spazi possibili. Continua la promozione dei libri, continua il lavoro delle redazioni (da remoto, con altri tempi, ma non si ferma del tutto), continuano i festival, continuano i freelance. Si fa tutto più veloce perché altrimenti non sarebbe sostenibile quasi per nessuno (e di questo forse non si parla anche per vergogna e senso di colpa).
Lo scorso anno mi sembrava assurdo che mi proponessero una call il 5 agosto, ora mi sembra diventato molto più normale e più diffuso. Ci si sente quasi in colpa a dire di non esserci, di non poter rispondere al telefono o alle mail. Bisogna mettere dei paletti molto più rigidi per dire di rimandare tutto a fine mese, e questo non è per me l’effetto del fatto che finalmente stiamo al passo con gli altri paesi. Al contrario, è un segno di precarietà. Accettiamo per paura di perdere quel poco che abbiamo.
Per me, in tutto questo si torna sempre - oltre che a una dimensione di sistema socio-economico che così non regge, e che non potrà durare a lungo, e che sta divorando le vite delle persone - alla dimensione dello scorrere del tempo, che non è un fatto oggettivo, dipende da moltissime cose, dipende dalla nostra percezione.
[Jack Torrance in Shining era già in burnout da smart working?]
Dipende anche dalle nostre diversità, perché per come funziono io, per esempio, fermarsi non significa fare niente, né non avere del tutto programmi. Il mio cervello ha bisogno di un programma della giornata, perché è rilassante, mi dà piacere, mi fa sentire stimolata ma senza tutti gli aspetti negativi che mi impone il lavoro. Senza azione il mio cervello non sta bene, con il troppo lavoro neanche. E quando il tuo lavoro coincide con i tuoi interessi assorbenti, come nel mio caso, la distinzione si fa ancora più complicata.
È la differenza che Hannah Arendt poneva tra “lavoro” e “azione”.
Il lavoro (labor) è l’attività legata al ciclo biologico: produce ciò che viene consumato subito, non lascia nulla di durevole, e per questo non finisce mai. Il suo soggetto è l’animal laborans.
«L’attività lavorativa corrisponde al processo biologico del corpo umano, il cui accrescimento spontaneo, metabolismo e decadimento finale sono legati alle necessità prodotte e alimentate nel processo vitale dall’attività lavorativa stessa. La condizione umana del lavoro è la vita stessa.» Vita activa, cap. I, §1
«È infatti il marchio di ogni attività lavorativa quello di non lasciare nulla dietro di sé: il risultato del suo sforzo è consumato quasi altrettanto rapidamente di quanto lo sforzo è speso» cap. III, §11
L’azione (action) è l’unica attività che accade direttamente tra le persone, senza la mediazione di cose. La sua condizione è la pluralità, la sua radice è la natalità. Agire significa cominciare qualcosa di nuovo.
«L’azione, la sola attività che metta in rapporto diretto gli uomini senza la mediazione di cose materiali, corrisponde alla condizione umana della pluralità, al fatto che gli uomini, e non l’Uomo, vivono sulla terra e abitano il mondo» cap. I, §1
«Agire, nel suo senso più generale, significa prendere un’iniziativa, incominciare (come indica la parola greca archein, “incominciare”, “condurre” e infine “governare”), mettere in movimento qualcosa» cap. V, §24
«Con la parola e con l’agire ci inseriamo nel mondo umano, e questo inserimento è come una seconda nascita» cap. V, §24
Mentre il lavoro è ciclico e serve alla sopravvivenza (si ripete identico e viene divorato dal consumo), l’azione è lineare e imprevedibile (interrompe il ciclo, inaugura qualcosa che prima non c’era e che non controlli fino in fondo).
Il lavoro puoi delegarlo o automatizzarlo, mentre l’azione no, perché coincide con il tuo apparire agli altri come persona unica. Per coltivare l’azione, però, servono tempo, pensieri lunghi, spazio.
La creatività, il senso, la fioritura non avvengono a comando, non si possono manifestare se tutto corre così veloce e viene subito consumato. Il difficile è trovare un equilibrio tra ritualità e tabella di marcia. Quindi ho alcuni libri cartacei da leggere, alcuni ebook, i colori gouache, gli acquerelli e gli acrilici, skincare, scarpe da camminata, costume. Quindi ho un quadernino con l’elenco di cose che voglio fare durante la giornata (e oggi c’era anche la scrittura della newsletter) ed è possibile che sì, a ogni cosa possa decidere di associare anche un orario. A me fa bene, ad Andrea per esempio no, a tantissime altre persone no.
La questione è quanto potere abbiamo di capire cosa ci fa bene, di decidere a cosa dedicare il tempo, di cambiare ritmo della vita - anche solo per pochi giorni - senza paura di perdere un “vantaggio competitivo”. Anche le scelte e le decisioni hanno bisogno a volte più di contemplazione che di fretta.
L’illusione di oggi è che non fermarsi dal lavoro significhi agire, in particolare ad agosto, e questo viene dall’aver confuso due dimensioni che Hannah Arendt ci invitava a distinguere.
Secondo me non esiste un modo perfetto per vivere questi giorni. Non esiste per me come persona individuale (quest’anno è già diverso da quello passato), figuriamoci in senso assoluto e generale. Credo, però, che raccontarci la storia del “non fermarsi mai per non rimanere indietro” significhi negare l’evidenza, cioè che questo paese vive in uno stato di precarietà sempre più profondo. E credo che per agire davvero serva una lucidità mentale che la fretta costante non può darti, perché non è così che funziona il pensiero umano, non è così che funziona il processo creativo, che si tratti di musica, scrittura o del proprio percorso di fioritura.







Sono nata in una città di mare dove ad agosto si lavorava perché c’erano i turisti, dove se dicevi all’amici del nord l’edilizia lavora dalle sei alle 14 poi si ferma ti prendevano per pazzi. Gli uffici comunali aperti di pomeriggio riducono al minimo indispensabile i servizi aperti per tutta l’estate. Non esiste un mese dove ti fermi. Non esistevano le vacanze intese come viaggi ma vacanze dove andavi al mare vicino casa. Io non amo le ferie di agosto ma preferisco giugno o settembre perché c’è meno gente che si muove. Come preferisco lavorare ad agosto perché la città è vuota e tutto rallenta.
Io ultimamente mi sento spesso "confusa". Anche quando quel tempo ce l'ho, ho l'impressione di non avere mai tempo perché le cose che voglio fare sono tante e nella mia mente si rincorrono tutte insieme.
Quando mi fermo e basta, mi sembra di non riuscire a pensare. È come se potessi farlo solo in superficie, ma senza seguire davvero un ragionamento che porta a una risoluzione. Ho addosso e dentro questa enorme fretta. Eppure in questo periodo sto anche lavorando poco e niente. Sto riducendo i social per disabituarmi al passaggio costante e veloce tra contenuti diversi, ma la vita mi sembra comunque correre troppo veloce.
Ho sottolineato la parte sul "riposarsi velocemente" perché è veramente come mi sento ed è paradossale. E a dire il vero non sono nemmeno certa di quale sia esattamente il motivo per cui mi sento così e cosa fare a riguardo.