Meno America nelle nostre vite
Sottrarsi al controllo algoritmico made in USA è un atto politico e un processo inaggirabile. Parola dell'ex global curator and European director di TED
Bruno Giussani ha diretto la strategia digitale del World Economic Forum e ha guidato la crescita globale di TED, trasformando le conferenze californiane nel rito planetario delle “idee che meritano di essere condivise”. Nessuno può accusarlo di parlare per rancore verso una cultura o una tecnologia che non padroneggia: la conosce dall’interno, e l’ha costruita e raccontata prima degli altri, ed è da lì che arriva la sua diagnosi. Pubblichiamo un estratto dal terzo capitolo di Meno America nelle nostre vite. Riconquistare la sovranità digitale europea, libro che Edizioni Tlon porta oggi in libreria (qui il link).
Ne condividiamo tutta la posta in gioco.
Che l’Europa sia troppo dipendente dagli Stati Uniti, in particolare dal punto di vista culturale, economico e militare, non è una novità. Ma la mutazione tecnologica – da prodotto a piattaforma/architettura – e l’onnipresenza del digitale nelle nostre vite aggiungono una dimensione di sorveglianza costante, influenza e subordinazione che in passato non esisteva. Il controllo dei flussi, dei dati, degli standard tecnici, degli algoritmi, degli schemi culturali e delle strutture d’informazione, e dell’accesso all’infrastruttura è la nuova forma dominante del potere.
L’Europa non può proteggere la propria sovranità digitale (e quindi politica, dal momento che lo spazio pubblico è quasi interamente digitalizzato) né l’integrità cognitiva dei propri cittadini senza disamericanizzare il più possibile la propria infrastruttura tecnologica e informativa e le proprie abitudini digitali.
È una di quelle idee che mettono alla prova i limiti della nostra immaginazione: disamericanizzarsi. Un po’ come pensare di superare il dogma della crescita economica, o di tassare i multimiliardari. Si sospira «è impossibile», e si passa ad altro. Perché rinunciare ai prodotti statunitensi richiederebbe di «spogliarsi di un bel po’ del nostro mondo fisico, mentale e simbolico», come ha scritto il direttore del settimanale «Azione» Carlo Silini.1 L’America non si è insinuata solo nei nostri oggetti, ma anche nella nostra pelle e nella nostra testa, suggerisce. Con questo intende ovviamente la tecnologia: i social, gli smartphone e i computer, le grandi piattaforme di intrattenimento, i videogiochi, i chatbot di intelligenza artificiale più utilizzati.
Ma anche i film e le serie che impregnano di immaginario americano la programmazione delle nostre sale cinematografiche e dei nostri canali televisivi; i cartoni animati che fanno lo stesso con giovanissime menti ancora in sviluppo; i trend vestimentari e la musica e le loro rappresentazioni estetiche e sociali; gli stereotipi della “frontiera” e del “Paese della libertà”; i meme, il cibo spazzatura, Halloween, il culto delle celebrità; i metodi di gestione aziendale e le pratiche commerciali e finanziarie; gli schemi e messaggi pubblicitari e promozionali (si pensi solo al Black Friday); le agenzie di rating che orientano i mercati; la finanziarizzazione e mercificazione di tutto; l’onnipresenza del dibattito politico e dei tratti sociali statunitensi che, poco alla volta, per mimetismo, si insinuano e vengono imitati e ripresi nelle nostre discussioni, imponendoci i loro temi, il loro spettacolo, le loro (di)visioni del mondo e la loro guerra civile culturale.

Come mi ha detto lo scrittore Christophe Gallaz, quest’immensa impronta americana nelle nostre vite produce un
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