Ma davvero hanno cancellato Marx e Spinoza dalla scuola?
Hanno fatto sia di meglio che di peggio, a leggere bene le Indicazioni
Diverse decine di professori universitari, tra cui Massimo Cacciari, hanno firmato una lettera aperta in cui chiedono il ritiro delle nuove Indicazioni Nazionali per i licei. Parlano di “temeraria esclusione” di alcuni giganti del pensiero (Marx e Spinoza in primis). E così per Il Sole 24 Ore Nei nuovi programmi mancano Marx e Spinoza. Per il Messaggero Esclusi Marx e Spinoza, è un disastro culturale.
Ma l’esclusione dei giganti non è in realtà avvenuta così come la stanno raccontando nei titoloni clickbait, e i problemi più seri (e le innovazioni più interessanti) delle nuove Indicazioni sono altri.
Cosa c’era, cosa c’è
Le nuove Indicazioni Nazionali, pubblicate il 22 aprile 2026 e in consultazione pubblica fino al 31 maggio, seguono quelle del 2010. Nelle Indicazioni del 2010 venivano esplicitati gli autori “imprescindibili” e quelli “opportuni”, da trattare “con particolare attenzione”. Nel 2026 invece non vengono segnalati gli imprescindibili.
Le parti sotto accusa che escluderebbero Marx, Leibniz e Spinoza, infatti, si aprono con:
“gli autori e gli argomenti da affrontare saranno ad esempio”
e vengono poi fatti una serie di nomi indicativi.
La presidente della commissione ministeriale, la pedagogista Loredana Perla, ha risposto alla lettera spiegando a Repubblica che le indicazioni
non ritengono di dover imporre agli insegnanti un elenco obbligatorio o una sequela di autori da trattare.
Quindi è falso dire che Marx e Spinoza siano stati esclusi. Il fatto, semmai, è che nella scuola reale le liste esemplificative tendono rapidamente a trasformarsi in programmi impliciti. Un docente giovane o precario, che teme il giudizio del dirigente e si appoggia al manuale, leggerà quei nomi come un canone operativo. Di conseguenza se Spinoza non è segnalato rischia di sparire, così come se Marx è assorbito dentro una corrente diventa facilmente liquidabile in due righe di contesto.
I firmatari accusano quindi i redattori di “dilettantismo” e descrivono la lista degli autori come una “polpetta avvelenata” lasciata da un governo che tenta un “fantasioso progetto di egemonia culturale”. La lettera, poi, nota che alcuni degli autori declassati vengono sostituiti da una “filosofia italiana dell’Ottocento” non meglio specificata e dal “neoidealismo crociano e gentiliano” presentato
“astratto dalle sue radici nella tradizione del marxismo italiano e dalla critica che ne ha fatto Gramsci”.
Ossia: se fai riferimento a Croce e Gentile senza citare Marx e Gramsci, stai raccontando la filosofia italiana del Novecento come una tradizione idealista e nazionale, separata dalla grande tradizione del pensiero critico e marxista che ha attraversato la cultura italiana del secolo scorso. È qui che i firmatari vedono il tentativo, confuso ma riconoscibile, di costruire una nuova egemonia culturale di destra (peraltro non sempre chiarissima nemmeno a chi la sta tentando).
Quel che la lettera non vede: i temi e le filosofe
Le nuove Indicazioni prodotte da questo governo, però, introducono anche alcune aperture interessanti che nelle Indicazioni precedenti erano assenti o marginali, e che vengono criticate o ignorate dalla lettera.
Le Indicazioni propongono anzitutto un doppio approccio Storico-Tematico, affiancando alla sequenza cronologica un percorso per problemi. Si legge:
Le linee generali e le competenze qui delineate, valide per tutti i Licei, saranno attuate e raggiunte mediante due modalità di insegnamento e apprendimento della filosofia di valore reciproco, complementari e integrabili fra loro. La prima accentua l’approccio diacronico: per ogni anno del triennio, si richiede l’approfondimento di autori e correnti attraverso uno sviluppo storico. La seconda privilegia l’approccio tematico: per ogni anno del triennio, si prevede l’analisi di problematiche fondamentali della tradizione filosofica.
Inseriscono poi le filosofe nel canone scolastico come figure obbligatorie:
All’interno degli argomenti del biennio e dell’ultimo anno va prevista la trattazione di figure femminili di rilevante interesse per la loro attività, la loro riflessione e la loro opera, per consentire agli studenti di approfondire la questione della presenza femminile nella ricerca filosofica e la sua rappresentazione.
I trentasette primi firmatari (che contano trentacinque uomini e due donne) ignorano completamente il fatto che per la prima volta le donne entrano nel canone filosofico scolastico come presenze necessarie.

Si menziona inoltre l’etica dell’intelligenza artificiale tra i temi del quinto anno:
Sia lo studio della filosofia, sia l’esercizio delle pratiche filosofiche permetteranno inoltre agli studenti di acquisire una consapevolezza critica nei confronti degli sviluppi tecnologici, in particolare dell’intelligenza artificiale, comprendendone, anche attraverso il confronto con le materie scientifico-tecnologiche, le potenzialità e i limiti, e promuovendone un uso responsabile ed eticamente orientato.
La lettera non affronta tutto questo; chiede piuttosto il ritiro del documento e arriva a definire l’approccio tematico
una pseudo-metodologia di importazione del tutto estranea alla nostra tradizione nazionale e funzionale unicamente a obliterare la storia e neutralizzare la profondità critica della filosofia.
“Pseudo-metodologia di importazione estranea alla nostra tradizione nazionale”
L'approccio tematico, che è in effetti variamente adottato in Francia, Germania e Inghilterra, diventa un corpo estraneo da respingere in nome della tradizione. Questa frase potrebbe stare in un documento della destra sovranista e invece è lì nella lettera dei sessanta. Mentre la destra al governo, per una volta e forse senza rendersene conto, produce un documento che contiene aperture concrete e necessarie1.
La tradizione italiana dell’insegnamento della filosofia nei licei è figlia della riforma Gentile del 1923 e non se ne è mai davvero distaccata. Si parte dai presocratici e a fine maggio si arriva dove si può: poco oltre Heidegger se il docente è bravo e veloce, non di rado a Nietzsche, in qualche caso ancora più indietro. Wittgenstein, Arendt, la filosofia analitica, l’ermeneutica, la bioetica: sacrificati nelle ultime settimane o addirittura ignorati. Le nuove Indicazioni provano lodevolmente a rompere questo schema e lo fanno in modo imperfetto, con un rapporto tra i due approcci che resta vago, con la contraddizione di un documento che dichiara la filosofia patrimonio di “diverse tradizioni culturali” e poi non esce mai dall’Occidente, con l’etica dell’IA al quinto anno che senza un’infrastruttura didattica resta un gesto decorativo. Sono tentativi goffi, certo, ma sono tentativi, e se l’unica risposta pubblica che ricevono è una lettera che chiede di tornare indietro e basta non si fa il bene di nessuno.
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