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L’ansia di dover dimostrare all’IA di essere umani

Due premi letterari, un detector che li giudica scritti dalle macchine e la scoperta che la prova della nostra umanità sta nelle bozze che nessuno vede

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Francesco Marino
set 30, 2026
∙ A pagamento

L’articolo di oggi lo scrive Francesco Marino, giornalista e autore per Edizioni Tlon di Turisti della realtà. Come il mondo finì per diventare un contenuto social, che è anche il nome della sua bella newsletter. Il libro lo trovate in libreria e qui sul nostro sito.


L’idea di avere un lavoro non particolarmente utile mi ha sempre consolato. Sembra controintuitivo, ma mi tranquillizza l’idea che dalle mie decisioni non dipenda niente di così importante.

Ricordo di aver alimentato questa sensazione un po’ di anni fa leggendo un libro che si chiama Il cantiere, di Juan Carlos Onetti. Il protagonista è Larsen, lo stesso personaggio che in un altro libro, Raccattacadaveri, prova a mettere in piedi il bordello perfetto di Santa María, la città immaginaria in cui Onetti ambienta gran parte del suo ciclo narrativo.

Nel Cantiere arriva invece a Puerto Astillero per assumere la direzione generale di un cantiere navale che, in realtà, è praticamente morto. Non ci sono quasi più navi da costruire o riparare. E, quindi, non ci sono soldi, e gli edifici cadono a pezzi. Eppure il cantiere continua a esistere. Larsen diventa direttore generale, a capo di un gerente amministrativo e uno tecnico, tra scrivanie e documenti di cui nessuno sembra ormai sapere più nulla. Le persone continuano ad andare al lavoro e a occupare il proprio posto, anche se ormai quel lavoro produce pochissimo.

Una parte importante del romanzo - quella che mi ha sempre affascinato - sta proprio nella distanza tra ciò che il cantiere è diventato e la rappresentazione che continua a dare di sé.

Juan Carlos Onetti

Oggi, una parte consistente del terziario avanzato soffre di una devastante assenza di senso e significato. È una cosa di cui ho letto spesso su questa newsletter che oggi mi ospita. Milioni di persone passano le giornate dentro organizzazioni enormi; producono documenti, presentazioni, riunioni, report, strategie, piani e aggiornamenti di cui spesso fanno fatica loro stesse a capire l’utilità.

Il rapporto tra quello che facciamo ogni giorno e un risultato concreto, riconoscibile, è diventato in molti casi piuttosto difficile da vedere.

Nel cantiere di Onetti questa distanza è talmente evidente da diventare grottesca: si continua ad andare in un ufficio che cade a pezzi perché bisogna andare in ufficio, mantenere in vita la forma del lavoro anche quando il lavoro ha perso ogni genere di oggetto e senso.

E mentre diventa sempre più difficile capire il senso di una parte del lavoro che facciamo, siamo allo stesso tempo costretti a raccontarlo sempre di più. Bisogna raccontare il progetto, la riunione, il convegno, il risultato, la nuova posizione, il cambio di azienda, il corso che abbiamo seguito, quello che abbiamo imparato mentre facevamo tutte queste cose.

Scrivere senza avere niente da dire

Una parte sempre più rilevante del lavoro consiste nel produrre una rappresentazione pubblica del lavoro.

LinkedIn ha dato a questa rappresentazione una grammatica. Siamo felici di condividere, orgogliosi di annunciare, grati per il percorso, pronti per una nuova sfida. Ogni progetto ci ha insegnato qualcosa, ogni evento è stata un’occasione di confronto, ogni cambiamento apre una nuova fase.

Non amo LinkedIn, ma non ho nemmeno nulla contro chi usa questa grammatica. È abbastanza inevitabile che si scriva così quando una piattaforma ti chiede continuamente di raccontare il tuo lavoro e il tuo lavoro, molto spesso, non contiene niente che abbia spontaneamente la forma di un racconto, nulla che valga la pena di essere raccontato.

Il problema è che bisogna condividerlo lo stesso. E allora quella grammatica serve anche a produrne il significato.

Immagine interamente generata dall’IA.

Scrivere, creare contenuti, ha smesso di essere un requisito di alcune carriere ed è diventato una necessità per quasi tutti. Se non pubblichi, non esisti, sia tu un professionista che sta in un mercato qualunque, un giornale, un’azienda, un creator o aspirante tale. Devi occupare lo spazio, sempre, anche quando non hai nulla di interessante da dire.

Quando ChatGPT viene reso pubblico alla fine del 2022 trova una domanda che esisteva già da anni. Aziende, professionisti, giornali, creator e istituzioni avevano bisogno di produrre una quantità di testi enormemente superiore alla quantità di cose realmente interessanti da raccontare.

Per anni la domanda di contenuti ha superato di gran lunga le cose realmente interessanti da dire. L’AI ha colmato quella distanza. Quello che comunemente chiamiamo slop ha riempito quel vuoto.

È abbastanza facile capire perché. Un modello linguistico può scrivere senza avere niente da dire. Può produrre una frase corretta, poi un’altra, poi un’altra ancora, senza annoiarsi e senza avere bisogno che alla base ci sia un’esperienza, un’urgenza o anche soltanto un pensiero particolarmente interessante.

A quel punto, dopo aver costruito un sistema nel quale il valore di un testo dipendeva sempre meno dall’avere davvero qualcosa da dire, abbiamo cominciato ad attribuire un nuovo valore alla sua origine.

Volevamo almeno sapere che dietro ci fosse una persona.

Il tribunale di Pangram

È dentro questa nuova necessità che trovano spazio strumenti come Pangram, uno degli AI detector più discussi degli ultimi mesi. Tu inserisci un testo qualunque, il sistema lo analizza e prova a stabilire se sia stato scritto da un essere umano.

Il check di Pangram applicato a questo articolo. Che poi viene da dire: e se le persone fossero due, o tre?

Non è che sia una novità. È da quando ChatGPT è nato che esistono strumenti che promettono di individuare i testi generati dall’AI. Pangram però sembra farlo molto meglio degli altri. Nella documentazione dell’ultima versione l’azienda riporta percentuali molto basse di falsi positivi e alcuni studi indipendenti hanno ottenuto risultati incoraggianti.

A far conoscere Pangram fuori dagli ambienti tecnici sono state soprattutto le controversie editoriali.

Una delle più recenti riguarda C’était ça ou mourir, il primo romanzo di Thélyson Orélien. Il libro è diventato rapidamente uno dei più noti in Francia e il 21 settembre ha vinto il Prix du Roman Fnac 2026. Poche ore dopo l’assegnazione del premio, l’account anonimo Balance ton Claude ha accusato Orélien di aver scritto quasi interamente il romanzo con l’intelligenza artificiale.

Ha pubblicato una serie di risultati ottenuti analizzando diversi passaggi con Pangram, spesso vicini al 100 per cento AI. Le Monde ha poi sottoposto a Pangram più della metà del romanzo e ha ottenuto un risultato di circa il 95 per cento.

Orélien nega e sostiene di aver iniziato e completato una prima stesura del romanzo tra il 2017 e il 2019. Per provarlo sta preparando una sorta di dossier che testimoni le varie stesure, gli scambi con gli editori, gli appunti e le correzioni. Una specie di traccia, in grado di provare l’umanità di quanto ha scritto.

Ancora più interessante è quello che è successo a Jamir Nazir, vincitore della sezione caraibica del Commonwealth Short Story Prize con The Serpent in the Grove.

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Francesco Marino
Millennial, giornalista pubblicista, digital strategist. Scrivo di cultura digitale, social media e intelligenza artificiale. Ho scritto “Scelti per te. Come gli algoritmi governano la nostra vita e cosa possiamo fare per difenderci”.
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