La paura di perdere quel poco che si ha
Il successo degli altri che fa sentire sempre in ritardo. Riflessioni da Oslo
In questo momento siamo a Oslo; siamo stati invitati dal sindacato dei lavoratori LO per tenere una conferenza su lavoro e democrazia in Italia, in particolare sulle correnti autoritarie che attraversano profondamente il nostro paese. Anche qui abbiamo trovato grande interesse nel capire cosa sta accadendo in Italia come “laboratorio dell’autocrazia”.
Negli ultimi due mesi siamo stati a Santiago del Cile, a New York, in Argentina, in Spagna, in Norvegia; abbiamo tenuto conferenze, incontrato istituzioni, portato il nostro lavoro in contesti internazionali dove siamo stati invitati a parlare.
E abbiamo capito chiaramente una cosa.
A guardarci da fuori si capisce meglio quanto qui siamo messi male
Perché da dentro ci si abitua, si normalizza tutto: i contratti a tre mesi rinnovati all’infinito, gli stipendi che non crescono da vent’anni, l’idea che per comprare una casa serva un’eredità o un miracolo, il fatto che a trentacinque anni molti vivano ancora nella stanza in cui dormivano alle medie. Da dentro sembra normale perché tutti quelli intorno a te stanno nella stessa situazione. Da fuori, invece, si vede che è un paese del G7 in cui un’intera generazione non riesce ad accedere a un’abitazione e a un lavoro stabile; è un paese in una crisi dura da così tanto tempo da essere diventata invisibile a chi la vive. “È così”.
Ieri sera, durante la cena con alcune persone del sindacato, c’era nei confronti dell’Italia una grandissima curiosità.
È vero che tante persone in Italia rimangono a vivere con i genitori finché non si sposano? Come sono gli ambienti di lavoro? Quanto si lavora? E le pensioni? In che senso a breve non le avrete più?
Rispondendo a quelle domande e dovendo tracciare un ritratto onesto di un paese bellissimo ma in evidente crisi, è apparso a un certo punto una specie di filo rosso. Tanti dei fenomeni peggiori che abbiamo sperimentato in questi anni - nel lavoro, nella vita personale, nelle relazioni, sui social - vengono da una paura.
Quel poco che si ha
La paura di perdere quel poco che si ha si manifesta come un comportamento collettivo, come un modo di stare insieme che contamina i rapporti di lavoro, le relazioni tra generazioni, la vita pubblica e perfino il modo in cui si reagisce ai successi degli altri. Chi ha paura di perdere quel poco che ha non riesce a vedere nel successo di qualcun altro un’opportunità, un esempio, un’occasione per collaborare; lo vede come una minaccia, come qualcosa che gli ricorda ciò che lui non sta facendo, ciò che non ha ottenuto, il posto che non occupa. E la reazione è ridimensionamento, silenzio, oppure attesa dell’errore per buttare giù chi si è esposto.
Questo meccanismo opera anche nei luoghi di lavoro, ogni giorno. I boomer che occupano posizioni di responsabilità e dicono ai più giovani che non sono ancora pronti, che devono aspettare, che il loro turno non è arrivato, lo fanno perché hanno paura, perché sentono che chi arriva dopo di loro potrebbe sottrargli l’unica cosa che ancora possiedono, quel minimo di riconoscimento che la loro posizione gli garantisce. E i giovani che restano bloccati, che accettano contratti miserabili e non protestano, che non riescono a immaginarsi in un ruolo di responsabilità, lo fanno perché il messaggio che ricevono dall’alto, tutti i giorni, è che non c’è spazio, che ogni conquista è revocabile e se provi a prenderti qualcosa che non ti è stato esplicitamente concesso verrai punito.

La sorveglianza reciproca
Il risultato è un paese in cui la sorveglianza reciproca ha sostituito la fiducia. Si osservano gli altri non per imparare o per capire ma per controllare che non stiano ottenendo più di quanto gli spetti; e quando qualcuno ottiene qualcosa, la prima reazione non è chiedersi come ha fatto ma chiedersi se se lo merita davvero, e se c’è un modo per ridimensionare la cosa.
È un sistema che rende impossibile la collaborazione perché collaborare significa riconoscere il valore dell’altro, e riconoscere il valore dell’altro, in un ambiente dominato dalla paura, equivale ad ammettere una propria mancanza. E così ognuno resta nel proprio perimetro, a difendere quel poco che ha, convinto che qualsiasi movimento sia un rischio e qualsiasi successo altrui sia una perdita propria.
Questa dinamica spiega, tra l’altro, perché il dialogo tra generazioni in Italia sia così difficile. Ogni generazione vede nell’altra un pericolo che potrebbe portarle via tutto.
L’Italia è a uno stadio avanzato di una malattia che si sta diffondendo, e da cui nessun paese è immune. Perché la paura di perdere quel poco che si ha, quando diventa il sentimento dominante di una popolazione, produce una domanda precisa: quella di protezione. E Milei, Orbán, Le Pen, Kast, Trump, Meloni, e tanti altri, sono la risposta a quella domanda. L’autocrate contemporaneo conquista il potere dicendo a milioni di persone impaurite che il nemico è fuori, che qualcuno si occuperà di tutto, che le cose sono più semplici. Chi ha paura di perdere quel poco che ha non chiede più diritti, non chiede più opportunità, non chiede più libertà né dignità: chiede che qualcuno lo protegga, anche a costo di rinunciare a pensare con la propria testa. Anzi: smettere di pensare diventa un sollievo.
Questo è il motivo per cui ci hanno invitati qui, perché è evidente che la crisi italiana riguardi anche la Norvegia e tutta l’Europa. Le differenze sono un vantaggio di tempo, ma in nessun caso una garanzia di immunità. E il tempo, come sanno bene le persone che in Italia restano ferme aspettando che qualcosa cambi, è qualcosa che si perde senza rendersene conto.
Ti svegli una mattina e non sei più giovane. Ma come diavolo è successo?
Nessuno è al riparo
La risposta più comune a questa paura, produrre, postare il proprio successo, diventare visibili, sposta il problema. Ogni contenuto che pubblichi per dimostrare che anche tu ce la stai facendo diventa, per qualcun altro disteso sul proprio divano, esattamente la stessa puntura, e così il meccanismo si alimenta. E più si alimenta, più il successo smette di essere una cosa che fai e diventa una cosa che mostri, e che alla fine ti si rivolterà contro.
Il segreto, ovviamente, non esiste. O meglio, il segreto è che anche l’altro, quello che sorride sul palco o posta il libro appena uscito, probabilmente ha passato la mattina a fare la stessa identica cosa: scorrere il feed, sentire la puntura, chiedersi se sta restando indietro. Perché la paura di perdere è democratica e colpisce chi ha successo e chi non ne ha, chi pubblica e chi guarda, chi sta sul palco e chi è in platea. Tra le persone più terrorizzate che conosciamo ci sono personaggi affermatissimi, schiacciati dall’idea di dover custodire con i denti il proprio status, anzitutto per non dare soddisfazione a chi li odia.
Ma così non è vita; per nessuno.
Da Oslo torniamo con la certezza che il confronto con l’esterno serve proprio a ricordarci che le cose possono funzionare diversamente, e che la collaborazione tra persone e tra paesi non è ingenuità ma un antidoto alla paura. E che il momento per cominciare non è quando le condizioni saranno giuste, perché le condizioni giuste, in Italia, non arriveranno mai da sole.
Sta a noi, malgrado e attraverso tutto questo.








Siete bravi! Grazie per queste riflessioni
Con voi ci si sente meno soli, grazie