La luna e i falò di confronto. Temptation Island e il desiderio degli italiani
Riflessioni sulla macchina rituale collettiva, dai roghi in piazza alla prima serata
Premessa: io Temptation Island non l’ho mai visto per intero. Mi sono capitate diverse clip sui social, sì. E intendiamoci, non lo ignoro mica per spocchia; ho amato molto di peggio. Semplicemente, non fa per me. Pierre Bayard ha scritto un libro serissimo su come parlare dei libri che non abbiamo letto, sostenendo che di un’opera conti la posizione nella biblioteca collettiva più del testo. Ad ogni modo il programma in onda su Canale 5 è diventato così presente nel linguaggio e nell’immaginario del paese da poter essere osservato e discusso anche senza averlo mai guardato davvero. E forse questa distanza non è neanche uno svantaggio, perché l’oggetto di questo articolo, più che Temptation Island, è il posto che è riuscito a occupare.
C’è stato un momento del 29 luglio 2026 in cui quasi un italiano su dieci ha guardato un uomo seduto su un tronco davanti a un fuoco, su una spiaggia della Calabria, mentre guardava un video della sua fidanzata. Non c’era niente di straordinario in quella scena; lei rideva con un altro, ballava, si lasciava sfiorare, diceva di lui cose che a lui non aveva mai detto.
L’edizione di Temptation Island appena conclusa ha avuto punte di share vicine al cinquanta per cento, mentre tra i ragazzi dai quindici ai ventiquattro anni la quota ha superato il sessanta. Nell’epoca in cui diamo per spacciata la televisione generalista, il programma che cresce più di ogni altro consiste in coppie temporaneamente separate che si guardano attraverso uno schermo, davanti a persone che le guardano guardarsi. Perché?
Voyeurismo e porno soft
Che cosa stanno realmente vedendo gli spettatori?
E perché una nutritissima parte del paese si dà appuntamento attorno a un fuoco televisivo per assistere alla vivisezione di alcuni fidanzamenti, mentre tutto il resto del vecchio palinsesto evapora?
La prima risposta a portata di mano è fin troppo semplice: voyeurismo e pornografia soft. Un prodotto erotico classico però non fa questi numeri, unendo per di più gli adolescenti con i genitori in salotto. Quindi?
Laura Grindstaff, studiando i talk show americani, ha intitolato il suo libro The Money Shot prendendo dal mondo del porno il termine con cui si indica l’inquadratura della prova, il momento in cui il corpo certifica - senza alcuna finzione possibile - che il piacere in campo è vero; e Linda Williams, nello studio1 che ha fondato l’analisi accademica del cinema pornografico ha descritto quel genere come posseduto da una frenesia del visibile e dal progetto di costringere l’invisibile a mostrarsi.
In Temptation Island l’invisibile che viene costretto a mostrarsi è il sentimento. Sì, i corpi palestrati, sì, i baci e le ammiccate, ma la prova sotterranea che la telecamera insegue è lo struggimento, la lacrima, le mani che tremano al falò, l’eccitazione, la gelosia vera.
Il corpo c’è, non mente e resta al centro come nel porno a fare da perno, ma quel che gli si chiede di confessare è interno. Per questo il momento culminante di ogni puntata è un primo piano di reazione, laddove nel porno di solito nessuno guarda nessuno e i corpi si limitano a svolgere prestazioni olimpioniche.
La seconda risposta possibile liquida la faccenda con una parola, trash, che però è sbagliata. Tommaso Labranca, che al trash ha dedicato il libro che ancora oggi lo definisce, lo descriveva come «una emulazione fallita di un modello alto», riassumibile in una formula quasi matematica:2
«intenzioni meno risultati uguale trash».
Ma il programma non imita niente di elevato e non fallisce, anzi: esegue alla perfezione ciò che vuole essere. Aldo Grasso, che pure lo ha stroncato per anni, è arrivato a scrivere che di trash non si tratta e ha proposto un’altra formula, il bovarismo collettivo, la sindrome di chi «è frustrato dall’esistenza anonima, di chi desidera una vita di visibilità, di cupidigie e brividi provinciali, voglioso di liaison adulterine e, soprattutto, della magia del disinganno».
Siamo più vicini al bersaglio, ma si può fare molto di meglio.
Temptation Island è una macchina rituale collettiva. Che, scavando, ha portato alla luce un giacimento che il paese ufficiale aveva dato per esaurito, ossia una grammatica della moralità che l’Italia colta aveva smesso di nominare e di pensare, ma che sotto non aveva mai smesso di ribollire.
Ora, nessuno immagina gli autori del programma chini su raffinatissimi testi sociologici da distillare per la plebe. Il sapere di cui parliamo incorpora gli effetti di migliaia di tentativi riusciti e falliti, dodici anni di casting, montaggi, falò, reazioni del pubblico e variazioni di ascolto hanno eliminato ciò che non funzionava e perfezionato quel che riusciva a produrre gelosia, identificazione, condanna e attesa.
Il terzo che attiva il desiderio
In Menzogna romantica e verità romanzesca, il libro del 1961 da cui è germogliata tutta la sua opera, René Girard sostiene che il desiderio umano non va mai in linea retta dal soggetto all’oggetto amato (come vorrebbe la vulgata romantica) e che desideriamo sempre attraverso un mediatore, un terzo il cui desiderio ci indica che cosa vale la pena volere. Quando il mediatore abita il nostro stesso mondo e può allungare la mano sul nostro oggetto diventa un rivale, e il suo desiderio certifica il valore di ciò che abbiamo e al contempo minaccia di togliercelo. La verità secondo Girard è che, senza il terzo, il desiderio langue.3 Temptation Island è la messa in laboratorio di questa teoria.
Il format prende coppie nelle quali il desiderio è sovente addormentato (davvero o per finta, poco importa) e fornisce loro un mediatore selezionato per bellezza e disponibilità, e stipendiato per (farsi) desiderare. Poi si documenta l’effetto. L’uomo che al falò guarda la propria fidanzata ridere con un altro sta facendo l’esperienza girardiana allo stato puro, ossia riscopre quanto vale la propria relazione nell’esatto momento in cui la vede attraverso gli occhi di un rivale, e la gelosia che lo devasta davanti a milioni di persone è la sostanza che l’impianto è costruito per sintetizzare.
Su questo punto il format ha un antenato illustre. Nel 1939 Denis de Rougemont pubblicò L’amore e l’Occidente, il saggio in cui sosteneva che l’amore-passione, quello per cui l’Occidente scrive romanzi e muore, nasce nel dodicesimo secolo con i trovatori e trova il suo mito in Tristano e Isotta; i due amanti appassionatissimi che, pur potendo amarsi, scelgono ogni volta un maledetto ostacolo, fino a dormire con una spada sguainata posata tra i corpi.
L’amore felice non ha storia
Il saggio si apre con una constatazione che spiega l’esistenza del format: «l’amour heureux n’a pas d’histoire», ossia l’amore felice non ha storia, perché di romanzesco esiste soltanto l’amore minacciato e condannato dalla vita. La tesi di de Rougemont è che Tristano e Isotta amino l’amore ben più di quanto si amino l’un l’altra, e abbiano bisogno dell’impedimento proprio perché la loro passione si nutre di distanza e, in ultima analisi, punta alla morte.
Io così non ci potrei mai vivere, ma son gusti.
Ad ogni modo, ventuno giorni di separazione obbligatoria, il divieto assoluto di contatto, l’amato ridotto a frammenti di video concessi col contagocce, la tentazione costante: tutto il dispositivo tristaniano dell’amore da lontano viene riattivato in Temptation Island per verificare se sotto la cenere della convivenza ci sia della brace. Le coppie vengono separate dal mondo ordinario e sospese per settimane in uno spazio nel quale non sono più ciò che erano e non sanno ancora che cosa diventeranno. Il falò, poi, conclude questa fase liminale quando davanti all’officiante e a una comunità di testimoni ciascuno deve pronunciare una verità e assumere un nuovo status. Uscire insieme o separati, perdonare o condannare, confermare la coppia o dichiararne la morte.
Ma perché una società come la nostra ha bisogno di un rito di passaggio preconfezionato? Byung-Chul Han ha scritto che i riti sono «tecniche simboliche dell’accasamento», che «trasformano l’essere-nel-mondo in un essere-a-casa» e fanno del mondo «un posto affidabile», riprendendo da Saint-Exupéry l’idea che «i riti sono nel tempo quello che la casa è nello spazio», e che la loro scomparsa ci consegna a un flusso di comunicazione senza soglie e senza feste.
Se ha ragione, il successo di Temptation Island si legge in controluce come il sintomo di una carestia in corso.
I falò e i buchi nella serratura
Cesare Pavese intitolò il suo ultimo romanzo La luna e i falò. È quello in cui Anguilla torna nelle Langhe a cercare ciò che resta di sé. Pavese ci mette i fuochi che i contadini accendevano sulle colline perché, come si dice nel libro, «svegliano la terra». Sono le stoppie bruciate ai margini dei campi per propiziare il raccolto, dentro un mondo in cui alla luna, spiega Nuto, «bisogna crederci per forza. Prova a tagliare a luna piena un pino, te lo mangiano i vermi».
Erano riti agrari, gesti con cui una civiltà contadina teneva insieme il tempo e i morti. A quel mondo Pavese consegnò l’arcinota
«un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».
Passo di lato.
In L’essere e il nulla Sartre racconta a un certo punto di un uomo che, spinto dalla gelosia, spia da un buco della serratura. Finché spia, assorbito nel suo atto, quest’uomo non è nessuno, pura tensione verso la scena che lo ossessiona. Poi un rumore di passi nel corridoio e tutto cambia. Qualcuno lo vede, e nello sguardo che lo coglie l’uomo si scopre di colpo oggetto, si vede come lo vede l’altro - ossia un guardone curvo su una porta - e prova vergogna. E il concorrente lo sa, confusamente, e questo sapere gli avvelena perfino il dolore, perché anche il suo crollo più sincero è sempre anche una performance.
Michel Foucault avrebbe riconosciuto al primo sguardo il secondo ingranaggio del falò. L’Occidente, scriveva in La Volontà di sapere, è una civiltà della confessione, che da otto secoli produce la verità dei soggetti obbligandoli a comunicare il proprio desiderio, prima al confessore e poi, cambiando arredo e poco altro, all’analista, fino a fare dell’uomo occidentale una «bestia da confessione».4 Il falò è l’ultimo anello di questa catena, un confessionale a cielo aperto in cui la verità della coppia viene prodotta seduta stante davanti ai testimoni.
A questo punto qualcuno obietterà che stiamo prendendo troppo sul serio un programma in cui la gente si chiama “amò” e piange per un balletto. Le coppie di Temptation Island vengono in larga parte dal ceto popolare e parlano una lingua che Selvaggia Lucarelli, commentatrice storica del programma, tratta con ironia affettuosa quando lo definisce «l’unico programma italiano sottotitolato in italiano» e insieme «il solito perfetto manuale d’amore al contrario».
L’accademia anglosassone ha mostrato da tempo come il genere reality estragga valore proprio dall’esposizione di corpi e sentimenti popolari al giudizio di un pubblico che, guardando, si sente migliore (o quantomeno sollevato).5 Ogni martedì sera i social diventano un tribunale festoso che emette sentenze a colpi di meme, e chi twitta la propria superiorità fa parte della macchina esattamente quanto i tentatori, con la differenza che quelli sono pagati.
Il falò che purifica
Per secoli la piazza europea è andata a vedere i castighi come si va a una festa, e il già citato Foucault apre Sorvegliare e punire con lo squartamento di Damiens, il regicida, nel 1757, davanti a una folla accorsa che commentava, insultava e talvolta passava pure dalla parte del condannato. Quel libro sostiene che lo spettacolo punitivo sia poi scomparso, sostituito dalla disciplina silenziosa delle prigioni e delle scuole. Sul piano penale è vero, ma lo spettacolo del castigo è migrato nell’intrattenimento. E se al patibolo si veniva trascinati, ai casting di Temptation Island ci si candida a migliaia, sperando che la gogna paghi in visibilità ciò che toglie in reputazione.
Ne La violenza e il sacro e nel Capro espiatorio Girard descrive il meccanismo con cui una comunità attraversata da tensioni ritrova la pace convergendo unanime su una vittima, la cui condanna riconcilia tutti; e così ogni edizione del programma produce puntualmente il suo capro. Il fidanzato controllante o il traditore seriale, su cui il tribunale social converge con unanimità, lasciando il paese riconciliato nella certezza di non essere come lui.
Il triangolo accende il desiderio, e il rogo lo purifica. Temptation Island fabbrica il disordine privato necessario a restaurare l’ordine pubblico.
Antropologia del pettegolezzo
Max Gluckman sosteneva già nel 1963 che il pettegolezzo tiene insieme i gruppi; parlare dei trasgressori è il modo in cui una comunità ribadisce ogni giorno le proprie norme senza doverle mai enunciare; Robin Dunbar, in Grooming, Gossip and the Evolution of Language, è arrivato a sostenere che il linguaggio stesso si sia evoluto come spidocchiamento sociale allargato, e che le società troppo grandi perché tutti conoscano tutti si fabbricano personaggi condivisi di cui poter spettegolare insieme. Temptation è il condominio nazionale su cui praticare quella maldicenza che una volta si esercitava dal balcone. È una dimensione paesana per cittadini cosmopoliti, un curtigghio di massa in prima serata.
Sulla carta il programma è una celebrazione della tentazione, e i suoi critici lo accusano da sempre di corrompere il costume. Ma basta guardare una puntata con attenzione per accorgersi del contrario.
Il pubblico tifa ferocemente per la fedeltà, condanna i traditori con una durezza da tribunale ecclesiastico, ed esulta quando al falò arriva una proposta di matrimonio. La struttura profonda è quella di un cattolicesimo secolarizzato nel quale, come ha scritto Alessandro Gnocchi, sotto l’apparenza libertina lavora una macchina profondamente moralista, che mette in scena la trasgressione al solo scopo di riaffermare la norma.
Dal particolare al Generale
Se la macchina spiega come funziona il programma, resta da spiegare perché funzioni così bene proprio adesso.
Per rispondere bisogna uscire dalla televisione. Nell’agosto del 2023 un generale dell'esercito, tale Roberto Vannacci, pubblicò da sé un libro intitolato Il mondo al contrario, un catechismo della normalità che in pochi mesi vendette quasi centomila copie, chiudendo l’anno al quinto posto della classifica dei bestseller; alle europee dell’anno dopo, candidato con la Lega, l’autore raccolse oltre mezzo milione di preferenze.
Forse ne avete sentito parlare.
I due fenomeni sembrano lontani ma hanno la stessa struttura. Entrambi sono esplosi fuori dai circuiti della legittimazione culturale: il reality disprezzato dalla critica che macina record mentre i premi letterari arrancano, il libro rifiutato dal buon gusto editoriale che scala le classifiche da solo, ed entrambi crescono anche grazie al disprezzo che ricevono. Quel che hanno rivelato insieme è che il ritratto ufficiale del paese era un autoritratto di classe.
Una parte della cultura italiana aveva scambiato il proprio lessico affettivo e morale per la trasformazione reale dell’intera società. Aveva concluso che il possesso, la gelosia, il culto della normalità, il bisogno di autorità e la fame di giudizi definitivi fossero scomparsi, quando avevano soltanto perduto legittimità nel discorso pubblico. Vannacci ha dato loro un catechismo, e Temptation Island una liturgia.
Vannacci enuncia la norma che il programma fa emergere senza nominarla mettendo in scena la trasgressione, distribuendo le parti, accendendo il desiderio attraverso il rivale e poi convocando il pubblico perché giudichi. Ogni volta la comunità si ricostituisce attorno allo stesso sacrificio: il traditore, il manipolatore, il fidanzato possessivo, la donna accusata di aver mancato di rispetto. Per qualche ora milioni di persone si accordano su ciò che merita condanna, su ciò che può essere perdonato e su quale forma dovrebbe avere una coppia giusta.
Il pubblico desidera che le coppie attraversino il pericolo e tornino alla norma, possibilmente più solide, più consapevoli e benedette da una proposta di matrimonio. La trasgressione viene autorizzata perché possa essere giudicata.
La promessa che il programma vende è che l’amore possa essere messo alla prova e che, davanti al fuoco, ogni ambiguità possa sparire. Proust ha costruito un intero volume della Recherche sulla dimostrazione del contrario: la gelosia è un’inchiesta infinita che nessuna prova potrà mai chiudere, perché l’altro resta un mondo che non possediamo mai, neppure quando lo sorvegliamo ininterrottamente.
Ma i riti servono a rendere il mondo decidibile almeno per un momento. Per settimane il programma prende relazioni confuse, le separa, le espone, le ferisce, le sfonda, le costringe a parlare e infine offre al pubblico una conclusione più o meno edificante. In una società che ha diluito ogni soglia in un continuum negoziabile, offre un prima e un dopo che a tanti mancano come l’aria.
Poco importa che la vita, subito dopo, ricominci a contraddire.
Il rito ormai è servito.
Linda Williams, Hard Core. Power, Pleasure, and the "Frenzy of the Visible", University of California Press, 1989.
Tommaso Labranca, Andy Warhol era un coatto. Vivere e capire il trash, Castelvecchi, 1994.
René Girard, Mensonge romantique et vérité romanesque, Grasset, 1961; trad. it. Menzogna romantica e verità romanzesca, Bompiani. I concetti di mediazione esterna e interna e la critica dell’illusione della spontaneità del desiderio sono al centro del primo capitolo.
Michel Foucault, La volontà di sapere, Feltrinelli, 1978. L’espressione «bestia da confessione» appartiene alle pagine sulla scientia sexualis.
Beverley Skeggs e Helen Wood, Reacting to Reality Television. Performance, Audience and Value, Routledge, 2012.









Tornata nel mio paese d'origine per l'estate, scopro che la piccola piazza accanto a casa dei miei genitori, che per 40 anni è stata solo il capolinea del bus, è diventata punto di ritrovo, con giochi per bambini, bar e file di sdraio da mare in legno e cotone. E un maxi schermo per le serate insieme. Chiedo: cosa proiettano? Temptation Island.