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Capire tutto e non potere niente

Due spicci, il pessimismo dell'intelligenza e la nostalgia della volontà

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Tlon
giu 03, 2026
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Il Conte di Montecristo si regge su due cose. Edmond Dantès, giovane marinaio ingiustamente incarcerato nello Château d’If, riceve dall’abate Faria la conoscenza (ossia le lingue, le scienze, la mappa esatta di chi lo aveva tradito e perché) e la strada per raggiungere il tesoro, vale a dire la ricchezza nascosta sull’isola di Montecristo con cui risorgere e vendicarsi. La vendetta di Dantès è possibile soltanto perché ha sia la conoscenza che il tesoro. Togli il tesoro, e Dantès resta in cella sapendo tutto e non potendo niente.
Alla generazione dei millennial è accaduto qualcosa di simile. Hanno1 ricevuto una mappa lucidissima del mondo, dei suoi tradimenti, delle sue ingiustizie e dei suoi dispositivi di cattura; non hanno però ricevuto il tesoro, ossia le risorse materiali e collettive per trasformare quella conoscenza in potere. Due Spicci, la terza serie animata di Zerocalcare per Netflix, racconta e incarna questa frattura: una generazione educata a capire quasi tutto e in grado di incidere su quasi niente. Due spicci sono le monetine che metti nel cabinato per giocare una partita che non puoi vincere. È il tesoro di Montecristo ridotto ai minimi termini.

La mappa senza il tesoro

L’abate Faria, nella versione millennial della storia, è l’ordine storico ereditato dalla generazione dei padri: una costellazione di conquiste, linguaggi critici, istituzioni, rendite, diritti e smantellamenti che ha formato l’ambiente in cui i figli sono arrivati, e ha trasmesso la mappa. È la generazione che ha costruito il welfare europeo, conquistato i diritti del lavoro, fatto il Sessantotto e ne ha ricavato cattedre, case editrici, posizioni nelle istituzioni, case e benefit e che ha trasmesso ai figli un vocabolario critico di precisione straordinaria, alienazione, egemonia, biopolitica, classe, struttura e sovrastruttura, che ancora oggi funziona piuttosto bene per leggere il mondo. La stessa generazione nello stesso arco di tempo, però, ha smantellato le strutture materiali grazie a cui quel vocabolario sarebbe potuto diventare potere, precarizzando il lavoro e chiamandolo modernizzazione, svuotando i sindacati della loro funzione negoziale, finanziarizzando l’economia per spostare la ricchezza dal lavoro alla rendita, privatizzando la sanità, l’istruzione, la previdenza, la casa2. In Italia il processo ha attraversato destra e sinistra, dal pacchetto Treu del 1997 alla legge Biagi del 2003, dalla riforma Fornero del 2011 al Jobs Act del 2015, e ogni passaggio ha reso il lavoro più fragile e più solo. Lo ha fatto anche in buona fede, convinta di servire il progresso, ed è questo che rende la cosa tragica.

L’ottimismo crudele del lieto fine

Per capire la cella bisogna entrarci. Un millennial nato nel 1985 ha sette anni quando Fukuyama pubblica La fine della storia e l’ultimo uomo, e quel libro non lo legge e non sa cosa sia il liberalismo ma ne respira la versione semplificata che diventa il senso comune del decennio, l’idea che le alternative siano finite, che il futuro sia ormai deciso e che non resti che abitarlo. I film che guarda da bambino hanno tutti la stessa architettura profonda, i Goonies che salvano le famiglie dal pignoramento, Simba che riprende il trono, Luke Skywalker che distrugge la Morte Nera; sempre lo stesso schema, un problema, un’azione, quella coraggiosa e retta che risolve il problema.

Un frame da I Goonies.

Il lieto fine è la grammatica segreta di ogni storia che quella generazione assorbe nei primi quindici anni di vita: l’idea che la vita abbia una direzione, che la direzione abbia un senso, e che le cose alla fine in qualche modo si compongano.
È l’ultima dotazione ideologica del Novecento ed è anche la più piccola, perché le generazioni precedenti avevano ereditato utopie collettive, il progresso, la rivoluzione, la società senza classi, mentre i millennial hanno ricevuto la versione privatizzata e minima di tutto questo, ossia la storia personale che va a buon fine. Non chiedo la rivoluzione; chiedo un lavoro, una casa, qualcuno da amare, un senso.

Lauren Berlant ha chiamato questo attaccamento ottimismo crudele. Nel libro del 2011 che porta quella definizione come titolo la teorica statunitense descriveva la relazione per cui una persona resta legata a una promessa di felicità che è diventata l’ostacolo alla sua fioritura, e che però non riesce a lasciare andare perché è la forma stessa del suo desiderio. Abbandonarla significherebbe non sapere più cosa desiderare. Berlant teorizzava una relazione affettiva tra un soggetto e il suo oggetto perduto, e quindici anni dopo quella relazione è stata industrializzata. La “promessa” è un prodotto che ti viene mostrato ogni giorno perché tu continui a desiderarlo anche mentre constati che non arriverà più.

Quel bambino del 1985 ha sedici anni l’11 settembre 2001, ventitré quando Lehman Brothers crolla e la crisi finanziaria gli divora il futuro, ventinove quando il Jobs Act gli comunica che la precarietà è la nuova normalità, trentacinque quando la pandemia chiude il mondo. Il mondo è crollato in sequenza e la ninna nanna del lieto fine ha continuato a suonare, e a ogni crollo il navigatore ha ricalcolato il percorso, e a ogni ricalcolo la destinazione si è fatta più lontana e più vaga e più implausibile, finché non è scomparsa del tutto e il ricalcolo è diventato la condizione stabile. La metafora del navigatore non è mia, è di Zerocalcare, che al Salone del Libro di Torino ha indicato proprio in quel ricalcolare continuo il cuore di Due Spicci, l’accettazione che la strada prevista si è interrotta e che non c’è un lieto fine ad attenderci. Il millennial più ascoltato d’Italia nomina con perfetta lucidità la propria condizione, e quella lucidità si arresta sulla soglia dell’azione, descrive il ricalcolo e lo abita.

Il nostro Château d’If

Lo Château d’If è un’isola, e Dantès vede il mare e la libertà senza poterli raggiungere. La cella contemporanea funziona allo stesso modo, e in più esibisce di continuo ciò che nega, perché la vita promessa la vedi sempre, la vedevi nei film dove i quarantenni avevano case e lavori stabili e famiglie composte e sembravano sapere chi erano, la vedi su Instagram dove qualcuno ce l’ha fatta o finge di avercela fatta, che ai fini della tua cella è lo stesso, la vedi nei racconti dei tuoi genitori che a trent’anni compravano un appartamento con un solo stipendio. L’esibizione della libertà è la forma più raffinata della prigionia, perché toglie persino il conforto di non sapere cosa ti stai perdendo. I millennial sono gli ultimi a ereditare la promessa e i primi a scoprirla vuota, perché le generazioni precedenti avevano gli strumenti per agire, sindacati, partiti, movimenti con una leva reale sulle condizioni materiali, mentre alle generazioni successive non è stato promesso nulla. I millennial stanno esattamente nel mezzo, con l’aspettativa e senza gli strumenti, la mappa e non il tesoro, ed è una ferita che attraversa le classi sociali perché la promessa attraversava le classi. Zerocalcare parla a tutti loro perché riconoscono la struttura del racconto mancato, del doveva andare in un certo modo e non ci è andata, e nessuno sa bene in che modo ci sia andata, invece.

La melanconia di sinistra come stile

Da questa posizione impossibile i millennial hanno fatto una cosa che nessuna generazione prima di loro aveva fatto: hanno trasformato la propria impotenza in un’identità. Sanno tutto di ciò che non funziona, lo sanno raccontare meglio di chiunque. Ci sanno perfino ridere sopra, e l’autodiagnosi è diventata il loro tratto distintivo. Se l’impotenza consapevole è la postura con cui stai al mondo, allora agire diventa un tradimento di te stesso, dato che l’azione richiede speranza e la speranza è esattamente ciò che la lucidità ha smontato pezzo per pezzo.

Nel 1999 Wendy Brown, in un saggio sulla melanconia di sinistra che riprende il Freud del lutto attraverso Walter Benjamin, descrive una sinistra che si è affezionata più alla propria sconfitta che alla possibilità di vincere, perché la sconfitta nel frattempo è diventata identità, e rinunciarvi significherebbe non sapere più chi si è.

Wendy Brown.

Il melanconico, in Freud, non riesce a elaborare la perdita perché si è identificato con l’oggetto perduto al punto da non poterlo lasciare andare senza perdere se stesso, e la melanconia di sinistra è esattamente questo: l’attaccamento a un ideale o a un’analisi che ormai non porta più da nessuna parte, tenuto stretto proprio perché è inservibile, perché la sua purezza perdente è ciò che garantisce la giustezza di chi lo professa. È la diagnosi più scomoda e tenera che si possa fare a questa generazione: nessuno sceglie la melanconia, ci si cade; i millennial ci sono caduti in milioni, riconoscendosi l’uno nell’altro, finché il riconoscimento reciproco è diventato la prova che la paralisi è universale e dunque ragionevole, perché se sono tutti fermi allora fermarsi è la cosa sensata da fare.

Ai millennial è stato chiesto di sostituire la politica con la psicologia, e lo hanno fatto perché l’infrastruttura dell’azione collettiva (i sindacati che negoziavano davvero, i partiti che mediavano, le sezioni, i movimenti con una presa reale sulle condizioni materiali) era già stata smantellata quando sono arrivati. Quello che restava - come mostra bene Due spicci - erano gli affetti e le identità, gli unici strumenti disponibili dopo che l’azione collettiva era stata disabilitata a monte, e così questa è la prima generazione ad aver avuto tutti gli strumenti della rappresentazione e nessuno di quelli della trasformazione. Che, cioè, è capace di dire tutto e di non cambiare niente. Quella serializzata da Zerocalcare è la forma più sofisticata di adattamento a un presente senza uscita che una generazione abbia mai prodotto, e la sofisticazione stessa, la qualità del racconto, la precisione della diagnosi, la grazia dell’ironia, potrebbe essere ciò che rende l’uscita più difficile per quelli che verranno dopo.

La fabbrica del dissenso

In questa cella affollata di prigionieri che si raccontano la prigionia l’uno con l’altro Zerocalcare ha dato alla condizione millennial la sua forma narrativa definitiva. Lo ha fatto con un talento raro e un orecchio finissimo per i registri emotivi della sua generazione (e non solo), una capacità di passare dai Cavalieri dello Zodiaco all’analisi sociale senza perdere troppo il filo. Il blog e poi i fumetti avevano costruito un pubblico che si riconosceva in una voce autoironica, nevrotica, schierata, capace di stare fisicamente dalla parte degli oppressi vari quando altri facevano i vaghi, e il passaggio a Netflix nel 2021 con Strappare lungo i bordi ha cambiato la funzione di quella voce senza cambiarne il contenuto, perché il pubblico si è via via moltiplicato e la piattaforma ha imposto la propria grammatica, e il conflitto interiore come lingua franca, e il riconoscimento affettivo come prodotto. Con Due Spicci, terza e ultima serie, quel passaggio si è compiuto del tutto.

Nella serie i debiti sono ovunque, economici e affettivi e relazionali. La serie li racconta con una maturità narrativa superiore alle precedenti, una struttura più adulta e robusta, ed è probabilmente la più riuscita delle tre.

Quando lo spettatore guarda e si vede rappresentato, e dice anche io mi sento così, anche io vivo in quella terra di mezzo, il riconoscimento non produce alcun movimento e nessuna trasformazione. È esattamente l’operazione che Mark Fisher aveva descritto in Realismo capitalista nel 2009, quando osservava che il capitalismo contemporaneo più che reprimere il dissenso lo incorpora, lo trasforma in merce e te lo rivende, così che perfino la critica più radicale finisce per confermare l’unico mondo possibile invece di incrinarlo. Fisher aveva ragione e però descriveva un’atmosfera, una sensazione diffusa di non-alternativa che impregnava la cultura del suo tempo.

Mark Fisher.

Oggi il dissenso viene prodotto a monte, dentro la pipeline, da un autore che era il disegnatore degli sgomberati e che ora consegna alla piattaforma il prodotto più rifinito del proprio malcontento. E la macchina smette di rincorrere la critica per comprarla e comincia invece a commissionarla e distribuirla in centinaia di paesi con i sottotitoli, perché ha capito che il malcontento di una generazione è una materia prima rinnovabile e chi lo racconta meglio vale un contratto pluriennale. Il punto non è accusare Zerocalcare di incoerenza, che sarebbe una sciocchezza pigra. Il punto è che oggi perfino la coerenza più limpida può essere distribuita come contenuto premium, e la cella è diventata un modello di business.

Malinconia paralizzante

Il 24 maggio, tre giorni prima dell’uscita, diecimila persone si sono radunate al Circo Massimo per l’anteprima, in una serata costruita come una sala giochi a cielo aperto con centinaia di cabinati, un videogioco originale con i personaggi della Roma di Zerocalcare e un obiettivo che andava raggiunto insieme, un miliardo di punti collettivi da accumulare per sbloccare la proiezione.

Ossia: diecimila persone che si coordinano verso un fine comune e lo centrano sono azione collettiva nel senso più pieno del termine, coordinamento di massa, perfino una gioia condivisa che non ha niente di finto. La capacità di agire insieme, che la serie piange come perduta e che la generazione crede di aver smarrito, era lì, intatta, sotto gli occhi di chi la dava per morta. La lezione non è che lo spettacolo anestetizza, che è cosa nota da prima che questa generazione nascesse. È che la capacità collettiva di questi millennial è viva e individuabile e perfino sollecitata, a patto che venga spesa in un luogo dove è certo che non avrà conseguenze.

Il lutto di Zerocalcare è autentico, e va riconosciuto come tale: quando dice che a quarant’anni ha capito che non si può più fare come nei Goonies, che ognuno ha i suoi problemi e che certe storie sono troppo più grandi di una banda di amici, sta dicendo una cosa vera e dolorosa. Ma il racconto di quel lutto, nel formato in cui viene distribuito, dice che crescere significa rinunciare all’azione collettiva, che l’età adulta coincide con l’accettazione del proprio limite, e dicendolo con quella grazia e quell’ironia e quella tenerezza rende l’impotenza un luogo abitabile. La melanconia di sinistra di Brown trova qui il suo cantore più dotato, perché Zerocalcare insegna a una generazione ad amare la propria malinconia, a riconoscerla come casa, a celebrarla in diecimila al Circo Massimo. Ad accettare la sconfitta e comunque combattere un po’. La generazione che si riconosce in lui riceve la conferma più rassicurante e più paralizzante possibile, e forse anche più vera, e cioè che il proprio limite è universale, strutturale e insormontabile, e che non resta che provare a riderci e piangerci su e tirare avanti.

Uno dei cabinati presenti al Circo Massimo per l’anteprima della serie.

Finora ho parlato dei millennial come di una coorte anagrafica, i nati tra il 1981 e il 1996, e in senso stretto è di loro che si tratta. Ma quello che ho descritto più che una proprietà delle date di nascita è una disposizione dello spirito che nasce dall’essere arrivati quando la promessa era ancora in circolo e gli strumenti per realizzarla erano già stati ritirati. La Gen X più tarda, quindi, ci sta dentro per intero, le mancano solo alcuni anni. E una parte della Gen Z ci è entrata da una porta opposta e più inquietante, perché ha ereditato direttamente l'autodiagnosi, il vocabolario della propria impotenza già pronto all’uso, la melanconia insegnata come lingua madre prima ancora che ci fosse una perdita da elaborare. In questo senso «millennial» è due cose insieme: una generazione e una postura. E l’insieme di malinconia e noia è la malinconoia, il rimpianto che si è fatto routine, il dolore per la facoltà perduta diventato così quotidiano da annoiare chi lo prova.

Il coltello del prigioniero

(Seguono spoiler)

In Due Spicci l’unico personaggio che agisce davvero è Lorenzo Montini, il più fragile e il più isolato e il più danneggiato di tutti, un ragazzo segnato da anni di bullismo e di umiliazioni, sempre ai margini del gruppo, legato a niente e a nessuno tranne che al suo cane. Per quasi tutto l’ultimo episodio la serie lascia credere che a uccidere Paturnia, il sicario del clan dei Tartallegra che teneva Smeralda in una relazione di abusi e ricattava Cinghiale per i debiti, siano stati i fratelli di lei, e quando il gruppo si prepara allo scontro decisivo arriva la polizia e il corpo è già stato trovato, la guerra attesa per tutta la serie finisce prima di cominciare. Solo dopo si scopre la verità, ed è Montini ad averlo ucciso a coltellate, dopo l’ennesima violenza.

Sarebbe comodo leggere quel gesto come l’unica azione rimasta possibile, lo scoppio di chi non ha più niente da perdere e farne così una specie di volontà superstite, degradata ma viva. Sarebbe comodo ma sarebbe falso.

Montini sprofonda. Tocca il punto più basso della propria condizione di vittima nell’istante esatto in cui diventa carnefice, perché il coltello lo consegna al carcere. Diventare carnefice è il suo modo di restare vittima per sempre. Non c’è riscatto nemmeno nello scoppio, non c’è la dignità tragica di chi almeno una volta ha fatto accadere qualcosa. C’è solo l’ultimo gradino verso il fondo. Zerocalcare lo tratta con tutta la pietà di cui è capace, e fa bene, perché Montini non merita il disprezzo. Ma la pietà non cambia la struttura, e la struttura dice che il personaggio più danneggiato della storia trova, nel momento in cui sembra finalmente agire, soltanto il compimento del proprio danno.

Romain Rolland prima e Antonio Gramsci dopo avevano dato all’azione politica una formula, pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà, in cui l’analisi più disincantata non autorizzava la resa ma obbligava alla lotta, perché vedere chiaro il mondo era la condizione per volerlo cambiare e non la scusa per lasciarlo com’è. L’intelligenza frenava e la volontà spingeva e dall’attrito nasceva l’azione, quella vera, dotata di direzione e di effetto. Quel congegno oggi si è rotto, e si è rotto perché gli sono state tolte le condizioni materiali del secondo tempo, i corpi che rendevano la volontà efficace, i sindacati e i partiti e le leve reali sulle cose. È rimasto il primo tempo da solo, l’intelligenza pessimista, raffinatissima, ipertrofica, l’unico organo che a questa generazione funziona a meraviglia. L’ottimismo della volontà non si è trasformato in pessimismo della volontà, che sarebbe ancora qualcosa, sarebbe disperazione attiva. Si è trasformato in nostalgia della volontà, nel ricordo struggente di quando volere serviva a qualcosa, e tutta la nostalgia che attraversa Zerocalcare, i Goonies, il deposito dell’infanzia come unico luogo in cui l’azione aveva conseguenze, è esattamente questo, il rimpianto di una facoltà perduta. L’infanzia torna così spesso perché

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