La fabbrica della bellezza è in libreria (e dopo quello che vi ho raccontato tre settimane fa sulla collina da scavalcare, lasciatemi dire che ci credo a stento).
Vorrei parlarvi della copertina di Ewa Juszkiewicz, Lady with a Mirror (after Élisabeth Vigée Le Brun).
Guardatela un attimo: la donna è seduta su una poltrona verde, con un vestito di seta azzurra, un turbante, tre fili di perle al collo e una perla a goccia all’orecchio. Con la mano destra tiene sollevato uno specchietto scuro - di quelli che nel Settecento si portavano in tasca - e lo rivolge verso il proprio viso. Solo che il viso non c’è, e al suo posto una fasciatura di seta bianca e azzurra, chiusa da un nastro arancione annodato con la stessa cura con cui sono acconciati i capelli, copre tutto, dagli occhi alla bocca. Tutto quello che un ritratto del Settecento doveva mostrare è al suo posto: la stoffa, i gioielli, la posa, la mano morbida. Manca soltanto la faccia.
L’ha dipinta Ewa Juszkiewicz, una pittrice polacca nata a Danzica nel 1984, che vive e lavora a Varsavia. Da una quindicina d’anni prende i ritratti femminili del Settecento e dell’Ottocento, li ridipinge a olio con la tecnica di allora e copre il volto delle donne con stoffe, capelli, fiori, frutta, foglie.
La maggior parte parte dai quadri di Élisabeth Vigée Le Brun, la ritrattista di Maria Antonietta, una delle pochissime donne ammesse all’Académie royale nel 1783, la quale passò la vita a dipingere dame, principesse e regine cercando di rappresentare il modo in cui quelle donne volevano essere viste.
Élisabeth Vigée Le Brun, Autoritratto con cappello di paglia, 1782, National Gallery, Londra. È il quadro da cui Juszkiewicz ha cominciato la serie, nel 2012.
Vigée Le Brun è morta nel 1842, quattro anni dopo la fotografia del Boulevard du Temple di Daguerre di cui ho parlato nella newsletter precedente. Le sue dame vivevano in un mondo in cui il proprio volto non era qualcosa che conoscevano così tanto come accade a noi oggi.
Lo specchio di vetro era un oggetto da case borghesi e aristocratiche, e nel 1839 un operaio delle filande di Manchester, che lavorava quattordici ore al giorno, poteva passare la vita senza vedere la propria faccia se non nel riflesso tremolante di una bacinella d’acqua. La maggior parte delle persone ricostruiva il proprio aspetto attraverso gli sguardi degli altri, e chi poteva permettersi un ritratto riceveva una versione di sé mediata dalla mano del pittore, che sceglieva cosa evidenziare e cosa attenuare, e di solito abbelliva. La donna in copertina appartiene a quella minoranza che poteva guardarsi. È una privilegiata, prima ancora di essere una prigioniera.
Thomas Allom, disegno per la Swainson Birley Cotton Mill, Preston, 1834.
Poi arriva la macchina, e il dagherrotipo restituisce un volto fissato, permanente, con ogni ruga e ogni asimmetria per sempre sul metallo, e molti dei primi fotografati restano sconcertati davanti alla propria immagine: era davvero così che gli altri li vedevano? Per ottenere quell’immagine, però, bisognava restare immobili per minuti interi.
Il corpo doveva imparare a farsi fotografare, e il fotografo diventava una specie di coreografo dell’immobilità. Se guardate di nuovo la copertina, con quella testa fasciata e ferma e le mani in posa, è difficile non pensarci.
Honoré Daumier, La posizione considerata più comoda per un buon ritratto al dagherrotipo, 1847.
Se prima della fotografia esistevano uno sguardo interno (la persona che si osserva) e uno esterno (le persone che ci osservano), la fotografia aggiunge quello della macchina, che si presenta come neutro e imparziale e proprio per questo sembra pronunciare un giudizio definitivo: se in foto vieni male, la colpa è della tua faccia.
Nel 1864 Sarah Bernhardt entra nello studio di Nadar e si fa ritrarre guardando dritto nell’obiettivo, come se sfidasse la macchina. La donna di Juszkiewicz, al contrario, non ha occhi da consegnare a nessuno. La si può leggere come una prigione (una donna a cui è stato tolto il viso) oppure come una sottrazione scelta (una donna che si rifiuta di dare la faccia allo specchio e a chi guarda).
Nadar, Madame Sarah Bernhardt, 1864 circa.
Sul sito del libro, qui, trovate l’indice e alcuni contenuti interessanti. Qui invece trovate delle copie autografate.
Ci vediamo in giro, a cominciare da domani:
Milano, mercoledì 4 novembre, ore 18:30, Libreria Rizzoli in Galleria, con Giulia Cavaliere
Firenze, giovedì 5 novembre, ore 18:15, Libraccio di via de’ Cerretani, con Alessia Dulbecco, poi firmacopie
Prato, giovedì 5 novembre, ore 21:30, Centro Pecci, per il Pecci Books Festival
Pescara, venerdì 6 novembre, ore 17:30, FLA, Festival di Libri e altrecose
Roma, domenica 8 novembre, ore 18:30, Libreria Spazio Sette, con Sabina Minardi
Bologna, sabato 21 novembre, ore 16:45, Libreria Zanichelli, per L’Eredità delle Donne
Se il libro vi arriva tra le mani in questi giorni, guardate la copertina per qualche secondo prima di aprirlo, e poi provate a dire chi è che non vede chi.
Grazie,
Maura










Appena acquistato
A domani! ♥️