Tlonletter - di Maura Gancitano e Andrea Colamedici

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In Francia i liceali hanno bloccato le scuole. Perché qui no? Intervista a una professoressa di Saint-Denis

Dove i liceali hanno smesso di aspettare. Una conversazione con Sara Alianelli, professoressa a Parigi

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Tlon
ott 23, 2026
∙ A pagamento

Quando la connessione si è stabilita, Sara Alianelli era in piedi su un marciapiede di Parigi durante una manifestazione e, alle sue spalle, appeso dietro il vetro di una vetrina, campeggiava il manifesto di una mostra del Musée Picasso, con la parola GUERNICA scritta in bianco su fondo rossonero.

Me ne sono accorto subito e gliel’ho detto, e per tutta la mezz’ora successiva quel manifesto è rimasto lì, sopra la sua spalla destra, a fare da sfondo a un racconto di ragazzi arrestati, di scuole bloccate e di professori che non sanno più che cosa stanno facendo quando entrano in classe.

Solo dopo, rivedendo il video per montarlo, ho ricordato che il liceo di cui mi stava parlando porta il nome di Paul Éluard, il poeta amico di Picasso nato proprio a Saint-Denis che, in piena occupazione nazista, avrebbe composto i versi che ogni scolaro francese conosce, quelli che cominciano «Sur mes cahiers d’écolier / Sur mon pupitre et les arbres», sui miei quaderni di scolaro, sul mio banco e sugli alberi, e che finiscono ogni strofa con lo stesso gesto, «J’écris ton nom», scrivo il tuo nome, dove il nome, che il poeta tiene in serbo fino all’ultima strofa, è Liberté.

Quella che Sara mi ha raccontato è una storia di quaderni e di banchi, e di che cosa ci si scrive sopra quando la scuola smette di essere il luogo in cui si diventa liberi e comincia a somigliare un po’ troppo a un luogo in cui si viene addestrati.

Qui sotto una versione testuale dell’incontro.
In fondo all’articolo, per gli abbonati, il video del dialogo.

Una professoressa tra due paesi

Sara insegna italiano come lingua straniera nella scuola pubblica francese, dove è titolare da una decina d’anni, e tiene corsi all’università, il che le permette di vedere lo stesso ragazzo attraversare tutto il percorso, dalla primaria fino alle aule universitarie. Vive in Francia da vent’anni e ha insegnato, mi dice, in tutte le scuole della periferia parigina e anche in provincia.

Sara Alianelli durante la nostra conversazione, il 6 ottobre 2026. Alle sue spalle, il manifesto del Musée Picasso.

Ci ha scritto lei, dopo aver letto quello che i giornali italiani raccontavano delle occupazioni nei licei francesi, perché le sembrava che da qui non si vedesse quasi niente, o si vedesse la cosa sbagliata.

La protesta, racconta, è cominciata nelle scuole dell’académie di Créteil, quella che copre la periferia est e nord di Parigi, e poi si è concentrata sul liceo Paul Éluard di Saint-Denis. Saint-Denis è una città che in Italia conosciamo quasi solo per due ragioni, la basilica dove sono sepolti i re di Francia e lo Stade de France, e che i notiziari hanno nominato soprattutto per gli attentati del 2015. Per chi ci vive e ci insegna è un’altra cosa, una delle «periferie calde» della regione, una città fatta in gran parte di quartieri popolari.

Il Paul Éluard è uno dei licei più grandi del territorio, con circa duemila studenti e trecento insegnanti, e tiene insieme sotto lo stesso tetto il liceo generale, gli indirizzi tecnici e le classi che preparano all’accesso agli studi superiori. Cioè, nello spazio di un cortile, ragazzi destinati a strade che in Francia raramente si incroceranno di nuovo. È anche un liceo che negli ultimi dieci anni è finito spesso sui giornali per le stesse ragioni che si sono ripresentate quest’anno, e che ha la fama di essere combattivo, per il personale che ci lavora prima ancora che per gli studenti.

L’ingresso del liceo Paul Éluard di Saint-Denis. Foto di Makarov932, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Due settimane di giugno

Le ho chiesto di partire dallo stage, perché è il punto in cui la storia francese incrocia una ferita italiana. Nel gennaio del 2022 Lorenzo Parelli, diciotto anni, è morto nell’ultimo giorno del suo stage in un’azienda metalmeccanica in provincia di Udine schiacciato da una trave. Lo stage faceva parte di un percorso di formazione professionale (tecnicamente non era alternanza scuola lavoro, anche se tutto il paese lo raccontò così). Ne seguirono settimane di manifestazioni e di occupazioni e poi, come accade quasi sempre da noi, tutto rientrò.

In Francia invece l’obbligo di uno stage per i ragazzi del primo anno di liceo è diventato una delle bandiere di un’ondata che ha bloccato centinaia di istituti. Perché lì sì e qui no?

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