Il significato che ci manca come l'aria
Perché non stiamo perdendo solo il lavoro, e come tornare a respirare
La società occidentale contemporanea si è costruita su una promessa: che il lavoro dia senso alla vita. È una promessa recente, molto più di quanto pensiamo.
Per la maggior parte della storia umana lavorare è stato una disgrazia, qualcosa che toccava agli schiavi, ai contadini, a chi era costretto a farlo. Poi è arrivato il protestantesimo, poi l’economia politica, poi la società industriale, e quella disgrazia si è trasformata in vocazione, in dovere, in identità. A un certo punto abbiamo cominciato a presentarci dicendo all’interlocutore cosa facciamo per vivere, come se questo esaurisse la domanda sul chi siamo.
In Ma chi me lo fa fare. Come il lavoro ci ha illuso (Harper, 2023) eravamo partiti da qui; ancor prima, in realtà, da una domanda di nostro figlio che a sei anni, di fronte allo zio che gli chiedeva che lavoro volesse fare da grande, aveva risposto: “Questa domanda è brutta”.
Grandi risate dei presenti.
Perché devo fare per forza un lavoro?, si chiedeva Enea. La domanda di un bambino che al tempo aveva sei anni, a cui nessun adulto aveva avuto il coraggio di rispondere seriamente, è la stessa che il nostro tempo sta ponendo a tutti, questa volta senza la possibilità di riderci sopra.
La soddisfazione di essere la causa
Siamo animali che hanno bisogno di sentirsi la causa di qualcosa. Lo psicologo Karl Groos, all’inizio del Novecento, osservava i bambini riempire e svuotare una ciotola di pasta, e poi di nuovo riempirla e svuotarla, ed era ogni volta una festa. Perché? Perché stavano sperimentando quella che chiamava “la soddisfazione di essere la causa”: sono io a provocare quell’effetto, l’ho fatto con le mie mani, e so come farlo accadere ancora.
Questa soddisfazione è il fondamento di tutto. Se la senti, anche il lavoro più duro ha un senso. Se non la senti, anche il lavoro più pagato ti svuota. David Graeber ha passato anni a raccogliere testimonianze di persone che avevano lavori comodi, ben pagati, rispettabili, e si sentivano morire dentro, perché sapevano che quello che facevano non serviva a niente. Li ha chiamati bullshit jobs, lavori del cazzo: non perché fossero brutti ma perché erano vuoti. E la cosa peggiore, scriveva, è che non se ne può parlare. Perché se il tuo lavoro ti paga sufficientemente e non è faticoso, come osi lamentarti?
La promessa rotta, definitivamente
Quella promessa si stava già rompendo prima dell’intelligenza artificiale. Si stava rompendo nei burnout, nelle Grandi Dimissioni, nella stanchezza cronica, nella sensazione diffusa che qualcosa non torna. Il lavoro promette identità, trascendenza e comunità, esattamente come una religione, e quando non mantiene nessuna delle tre ci lascia soli con il vuoto, senza nemmeno il permesso di nominarlo.
Adesso, poi, è arrivato qualcosa che accelera tutto questo in maniera vertiginosa.
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