Tlonletter - di Maura Gancitano e Andrea Colamedici

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Ieri l’onda nera ha perso due volte. Possiamo reinnamorarci del diritto di voto?

In Serbia è caduto Vučić, in Brasile i Bolsonaro hanno perso un ballottaggio che i sondaggi davano per vinto. E all’onda nera conviene che tu non te ne accorga.

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Tlon e Andrea Colamedici
ott 26, 2026
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«È l’anno 1932. La Last National Bank è un istituto fiorente»1, finché un mercoledì comincia a circolare la voce che in verità sia insolvente. Abbastanza correntisti ci credono, le file agli sportelli diventano file sempre più lunghe di persone sempre più ansiose, e alla chiusura del Mercoledì nero la banca che era solida si ritrova insolvente davvero.

Robert K. Merton usava questa parabola per illustrare il teorema del sociologo W. I. Thomas, «se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse sono reali nelle loro conseguenze»2, e ne ricavava la sua definizione: la Profezia che si autoavvera è «una falsa definizione della situazione che suscita un comportamento nuovo, il quale rende vera la concezione originariamente falsa»3.

Persone in una coda per votare a Belgrado, il 25 ottobre (AP/Armin Durgut)

Il profeta della rovina non sbaglia mai, perché contribuisce a fabbricare ciò che annuncia, e quando la rovina arriva può presentarsi come l’unico che l’aveva vista; se non arriva, è perché non è ancora arrivata.

Ci torna in mente questa storia stamattina, il giorno dopo due elezioni che si sono tenute nella stessa domenica a diecimila chilometri di distanza e che hanno avuto un esito che quasi nessuno, fino a poche settimane fa, si sentiva di dare per probabi|e.

In Serbia il movimento degli studenti ha battuto il partito di Aleksandar Vučić, che governava il paese dal 2012. In Brasile Luiz Inácio Lula da Silva ha vinto il ballottaggio contro Flávio Bolsonaro, il figlio dell’ex presidente che l’11 settembre del 2025 la prima sezione del Supremo tribunale federale ha condannato a ventisette anni e tre mesi di carcere per il tentato colpo di Stato4.

Va detto che l’onda nera esiste ed è colossale, e ha tutto l’interesse a convincerci che esista soltanto lei. Ma c’è anche un’altra onda, anzi: molte altre onde. E un oceano che si può reincantare.

Alle 11.52, per sedici minuti

Il primo novembre del 2024, alle 11.52, la pensilina in cemento della stazione ferroviaria di Novi Sad, appena ristrutturata, crolla sulle persone che ci stavano sotto. Quattordici muoiono sul colpo e altre due più tardi in ospedale. Da allora gli studenti serbi hanno cominciato a fermarsi ogni giorno alle 11.52, nelle piazze, nelle aule, agli incroci, per un minuto di silenzio per ogni vittima; e i minuti, che all’inizio erano quattordici, sono diventati quindici e poi sedici man mano che i feriti morivano5. Da quel silenzio è nato in due anni un movimento che ha portato in strada centinaia di migliaia di persone e ha bloccato le università, ha attraversato il paese a piedi e in bicicletta, ed è stato trattato dal governo con la solita combinazione di disprezzo, provocazioni, dileggio e manganelli. Per molto tempo la domanda che ci si faceva anche fuori dalla Serbia era quanto sarebbe durato. La risposta implicita era che sarebbe durato finché si fosse stancato, perché i movimenti di piazza si stancano (come ben sappiamo in Italia) e i regimi ben organizzati sanno aspettare. E poi colpire.

Vučić sapeva aspettare, e infatti a fine settembre si era dimesso da presidente della Repubblica avendo esaurito i mandati consentiti, per candidarsi en passant a primo ministro alle elezioni anticipate che lui stesso aveva convocato, con la tranquillità di chi considera le istituzioni una serie di stanze in cui spostarsi alla bisogna, a seconda della convenienza. Ieri sera, alle 21.35, dal quartiergenerale del suo partito e prima dei risultati ufficiali, ha letto i numeri del campione di Ipsos e CeSID e ha detto che «sulla base del campione, stratificato, è chiaro che abbiamo perso le elezioni», aggiungendo subito dopo che gli studenti avevano «mentito su tutto quello che dicevano» e che la sua gente, all’opposizione, ci era abituata6.

Secondo le proiezioni della notte la Lista studentesca ha preso intorno al 52 per cento e fra i 138 e i 140 seggi su 250, abbastanza per governare da sola, mentre la lista di Vučić si è fermata sotto il 40. L’affluenza preliminare sta fra il 67 e il 69 per cento, la più alta da decenni, contro il 58 del 2023.

Poco dopo le undici di sera, dal quartier generale degli studenti, il professor Radomir Saičić, uno dei candidati della lista, ha parlato ai giornalisti. «Questa è la vittoria del coraggio sulla paura, 1a vittoria della speranza sull’indifferenza, la vittoria della fiducia che la Serbia possa e debba andare diversamente», ha detto, e poi ha ringraziato chi aveva votato «per ogni passo, ogni ora, ogni sacrificio e ogni momento in cui avete scelto di non arrendervi»7. Una lunghissima serie di momenti in cui arrendersi sarebbe stato ragionevole, persino lucido e per qualcuno doveroso.

C’è un dettaglio splendido. La commissione elettorale aveva imposto ai seggi all’estero l’orario di Belgrado, il che significa che i serbi che vivono negli Stati Uniti hanno dovuto votare nel cuore della notte. A New York e a Chicago, racconta «Il Post», le file davanti ai consolati hanno cominciato a formarsi verso le due del mattino8. Gente che si alza dal letto, si veste, attraversa una città addormentata per mettersi in coda davanti a un edificio governativo e infilare un foglio in un’urna di un paese in cui magari non abita da vent’anni.

Chi aveva fissato quell’orario contava, con ogni evidenza, sul fatto che non l’avrebbero fatto. E però l’hanno fatto.

Il ballottaggio che i sondaggi avevano già consegnato

In Brasile la scena è stata diversa, più tesa e più incerta fino all’ultimo. Al primo turno del 4 ottobre Flávio Bolsonaro era arrivato avanti, con il 47 per cento contro il 45 di Lula, e aveva preso circa cinque milioni di voti più di quanti ne avesse presi suo padre al primo turno nel 2022. Nelle tre settimane successive la quasi totalità dei sondaggi sul ballottaggio lo dava in vantaggio di poco ma con una regolarità di crescita che aveva l’aria di un verdetto anticipato; secondo la media raccolta dal «Rio Times», Flávio era avanti in trentanove rilevazioni su quarantacinque9. Il racconto era già scritto e nelle redazioni di mezzo mondo circolavano probabilmente i pezzi pronti sul ritorno del bolsonarismo al potere senza Bolsonaro, sull’onda nera avanzante, sulla dinastia e sulla fine dell’ultima stagione di Lula. E invece.

Ieri sera Lula ha preso il 51,79 per cento dei voti e Flávio Bolsonaro il 48,21, con uno scarto di circa quattro milioni e quattrocentomila. Ecco, Lula ha preso più di sessantaquattro milioni di voti, la cifra più alta mai raccolta da un singolo candidato nella storia delle presidenziali brasiliane, quasi quattro milioni in più del suo stesso record del 2022. L’affluenza è salita rispetto al primo turno, dal 78,9 all’80,8 per cento. Oh, intendiamoci: quei due punti in un paese di oltre centocinquanta milioni di elettori sono qualche milione di persone che tre settimane prima erano rimaste a casa e questa volta sono uscite.

Nel discorso della vittoria pronunciato in un albergo di San Paolo pochi minuti dopo la proclamazione Lula ha detto che quella elezione «è stata una sconfitta del negazionismo» e «una sconfitta della menzogna»10. Flávio Bolsonaro, nel frattempo, dichiarava che «è impossibile riconoscere il risultato delle elezioni nel contesto in cui queste cose sono avvenute» e che i suoi avvocati avrebbero chiesto «l’annullamento di queste elezioni»11.

L’onda esiste

Sarebbe facile (e stupido) leggere queste due serate come il segno che il vento è senz’altro e per sempre cambiato. Quasi quarantotto brasiliani su cento hanno votato per il figlio di un uomo condannato per aver tentato di rovesciare la democrazia, e il figlio, la sera della sconfitta, ha già cominciato a costruire la leggenda dell’elezione rubata, la stessa che suo padre aveva coltivato prima di lui e che a Brasília, l’8 gennaio del 2023, aveva prodotto l’assalto ai palazzi dei tre poteri. In Serbia l’osservatorio indipendente CRTA ha segnalato irregolarità in quasi un seggio su tre, pressioni sugli elettori e voto di scambio, e a Pančevo uomini a volto coperto hanno picchiato gli osservatori della Lista studentesca. Il partito di Vučić resta il secondo del paese, con un centinaio di deputati, una rete capillare di clientele e un controllo dei media che non evaporerà in una notte, per quanto bella. E se allarghiamo lo sguardo all’Europa e agli Stati Uniti, la tendenza degli ultimi anni è quella che conosciamo, con l’estrema destra che governa o condiziona governi in un numero crescente di paesi, e che ha imparato a vincere con i voti quello che un tempo prendeva con la forza.

Va detto anche che le due vittorie di ieri non appartengono a un campo politico unico e non si lasciano arruolare facilmente. Gli studenti serbi hanno costruito il loro movimento tenendo a distanza tutti i partiti, compresi quelli dell’opposizione, e dentro la loro lista convivono professori, scienziati, attori e attivisti di orientamenti diversi; ad aprile, in Ungheria, Viktor Orbán era stato sconfitto da Péter Magyar, che viene dal suo stesso partito ed è un conservatore (e che pure ha i suoi bei lati oscuri).

Quello che queste elezioni hanno in comune riguarda la reversibilità. Sistemi di potere che si presentavano come eterni, che avevano piegato le istituzioni, i media e la legge elettorale alla propria sopravvivenza, e che proprio per questo sembravano impossibili da battere nelle urne, sono stati battuti nelle urne. La sera del 12 aprile, dopo sedici anni di governo, Orbán aveva detto che «il risultato elettorale è per noi doloroso, ma inequivocabile»12. Vučić, dopo quattordici anni, ha scelto anche lui la parola chiaro.

A chi conviene la fila agli sportelli

Torniamo alla banca di Merton. La voce che circola dice che la democrazia è insolvente e che l’onda nera è inarrestabile, che vincerà ovunque, che la partita si è chiusa da qualche parte mentre guardavamo altrove, e che ogni elezione è soltanto la ratifica di una tendenza già scritta, e fine della storia.

Questa voce ha una forza enorme perché

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