Distruggere una civiltà in una notte
Trump, Kant, Leopardi e le illusioni che ci tengono in vita
Questa newsletter prende le mosse dall’intervista di Valerio Nicolosi ad Andrea di ieri sera a Scanner Live per Fanpage; si può vedere qui dal minuto 55.
L’ Occidente che minaccia di distruggere una civiltà in una notte sta in realtà minacciando (da tempo) di distruggere la propria stessa civiltà.
Trump ha scritto sul suo social Truth, parlando dell’Iran, che distruggerà una civilization. Una parola enorme, se ci si ferma un secondo a pensarci, che contiene una lingua, una storia, libri, città, un modo di cucinare e di seppellire i morti. Un lunghissimo passato, un presente e un futuro. Settanta milioni di persone, nel caso dell’Iran, e tutto quello che quelle persone hanno costruito in tremila anni, e tutto quello che avrebbero costruito, e tutto quello che hanno dato al resto del mondo e che il resto del mondo non sarebbe senza di loro. Dire che distruggerai una civiltà significa dire che mutili l’umanità intera. Come se non ti riguardasse.
La pace e il potere senza maschere
Nella seconda formulazione dell’imperativo categorico, nella Fondazione della metafisica dei costumi, Immanuel Kant scrive che bisognerebbe agire trattando l’umanità, in se stessi e negli altri, sempre anche come un fine e mai solo come un mezzo.
Agisci in modo da trattare l'umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.
La pace è il riconoscimento costante dell’altro come fine, del fatto che l’altro è un mistero da custodire e non può essere mai soltanto un mezzo, soltanto un oggetto, soltanto un ostacolo tra me e quello che voglio. Quando chiedo a qualcuno di tagliarmi la siepe, quando entro in una pizzeria e dico tagliami un pezzo di margherita, lo tratto anche come un mezzo, certo. Ma non smetto di riconoscere che quella persona è una persona, che porta con sé un mistero che non possiedo e non comprendo fino in fondo. La pace è un campo di riconoscimento reciproco di misteri.
La guerra avviene quando quel riconoscimento salta e l’altro diventa un mero oggetto, cessando di essere un fine. Quando dico:
«Tu non sei più tu. Non sei un umano. Non c’è niente di sacro dentro di te, c’è soltanto qualcosa che si interpone tra me e il mio desiderio. E siccome il mio desiderio è più importante di te, posso distruggerti. Di più: sento il dovere di farlo. E se non c’è una religione a dirmelo, ci sarà un’atmosfera, un consenso, una sorta di tifo che porterà le persone intorno a me a dire sì, è giusto, qui dobbiamo distruggerli».
Il potere ha sempre avuto bisogno di mascherarsi. Lo faccio per Dio, lo faccio per un bene superiore, lo faccio per liberarvi, lo faccio per il vostro bene. Con Trump la maschera è caduta e quello che c’è sotto è nudo: lo faccio per i soldi (andate a guardare di quanto è cresciuta la ricchezza del Presidente dal suo insediamento), lo faccio per il potere, lo faccio perché mi va. I limiti del mio potere sono i miei capricci. E a dirlo è una persona di 79 anni, dai tratti egomani e narcisistici, accompagnata da persone che non sono in grado di fermarla e non hanno intenzione di farlo (e che addirittura pregano insieme a lui un momento prima che scateni la guerra, e lo trattano come fosse il Messia). Questo è il punto in cui siamo.
E noi, davanti a tutto questo? Per protezione - più che per abitudine - rischiamo di dire “Ah sì, ok, ha detto anche questa cosa qui, sta accadendo anche questo”.
Nello Zibaldone, Giacomo Leopardi commentava un passo dello Pseudo Longino che se la prendeva con i contemporanei: tutti lussuriosi, tutti decadenti, colpa della corruzione dei costumi. Leopardi risponde di no. I miei contemporanei sono altrettanto decadenti, scrive, ma non per corruzione: lo sono perché non sono più in grado di porsi le giuste illusioni. Illusione sembra una parola brutta, ma è una parola che meriterebbe di essere riabilitata, perché senza grandi idee che ci stimolino e ci mettano nella condizione di animare la vita, di renderla più intensa, di renderci degno il nostro attraversamento, si perde la capacità di avere presa sul reale. Le cose ci scorrono addosso. Le assurdità si accumulano. E noi stiamo fermi.
Ecco il testo tratto dallo Zibaldone:
Cercava Longino nel fine del trattato del Sublime, perché al suo tempo ci fosse tanta scarsezza di anime grandi, e portava per ragione, parte la fine delle repubbliche e della libertà, parte l’avarizia, la lussuria e l’ignavia. Ora queste non sono madri, ma sorelle di quell’effetto di cui parliamo. E questo e quelle derivano dai progressi della ragione e della civiltà e dalla mancanza o indebolimento delle illusioni, senza le quali non ci sarà quasi mai grandezza di pensieri, né forza e impeto e ardore d’animo, né grandi azioni che per lo piú sono pazzie. […]
E però non c’è dubbio che i progressi della ragione e lo spegnimento delle illusioni producono la barbarie, e un popolo oltremodo illuminato non diventa mica civilissimo, come sognano i filosofi del nostro tempo, la Staël ec., ma barbaro; al che noi c’incamminiamo a gran passi e quasi siamo arrivati. […]
Le illusioni sono in natura, inerenti al sistema del mondo; tolte via affatto o quasi affatto, l’uomo è snaturato; ogni popolo snaturato è barbaro, non potendo piú correre le cose come vuole il sistema del mondo. La ragione è un lume: la natura vuol essere illuminata dalla ragione, non incendiata. […]
E la ragione, facendoci naturalmente amici dell’utile proprio e togliendo le illusioni che ci legano gli uni agli altri, scioglie assolutamente la società e inferocisce le persone.
A proposito delle illusioni, in Orlando Virginia Woolf ha scritto questo passaggio magistrale:
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