Cosa stiamo cercando in tutte queste storie?
Siamo animali narrativi o post-narrativi?
La narrazione porta con sé un’immagine antica, più antica di ogni testo scritto che la documenti. Un cerchio di persone intorno a un fuoco, un gruppo di esseri umani seduti che ascoltano qualcuno che parla. Non sappiamo cosa dica, quella voce. Forse racconta cosa è successo durante la caccia del giorno, forse spiega perché le stelle si muovono nel modo in cui si muovono, forse dice i nomi degli antenati e le loro gesta, forse inventa una storia che non è mai accaduta ma che potrebbe accadere, o che sarebbe bello accadesse.
C’è qualcuno che parla e ci sono altri che ascoltano. C’è una voce che tiene unito il gruppo, che crea uno spazio comune, che trasforma un insieme di individui in un «noi». Nessuno di noi ha vissuto quel tempo antico, eppure qualcosa in noi sembra ricordarlo, o almeno cercarlo. Qualcosa in noi riconosce in quell’immagine una promessa non mantenuta, una nostalgia per qualcosa che non abbiamo mai posseduto.
Chissà se è esistito davvero un tempo così, un tempo in cui la narrazione non era un prodotto da consumare, in cui le storie si ricevevano da qualcuno che le custodiva e essere raccontati era più importante che raccontarsi. Forse è esistito, o forse stiamo solo idealizzando il passato. È certo, però, che il sistema sociale, economico e tecnologico in cui siamo immersi non fa che moltiplicare i canali attraverso cui le storie circolano, e la proliferazione dei messaggi sembra aver prodotto una frammentazione crescente dell’attenzione. Siamo esposti a più storie di qualsiasi generazione venuta prima di noi, eppure ci sentiamo meno raccontati, meno inseriti in una narrazione che ci precede e ci seguirà. Consumiamo storie in quantità industriale, e tuttavia restiamo affamati.
È la contraddizione da cui parte Animali narrativi, il libro che esce il 12 maggio per Marsilio e che da oggi si può preordinare. Cosa stiamo cercando in tutte queste storie, senza trovarlo? Forse la fame di cui soffriamo non è fame di storie da consumare, ma fame di essere narrati. Quello che ci manca è una voce che dica il nostro nome, che ci inserisca in una trama più grande e ci riconosca come personaggi di una storia che non abbiamo inventato noi e che non finirà con noi.
Per cercare una risposta ho attraversato le neuroscienze e i miti, la filosofia dell’identità e la teoria dei dati, l’Odissea e la fantascienza di Asimov, Henry Corbin e Ursula Le Guin, gli algoritmi predittivi e il Libro rosso di Jung, la sincronia tra i cervelli di persone nella stessa stanza e la ragione poetica di María Zambrano, il cinema di Tarkovskij e la Medea di Pasolini, Adriana Cavarero e Karen Blixen, Oliver Sacks e Edward Said. Ho cercato di capire cosa si è rotto - se si è davvero rotto qualcosa - nel meccanismo che trasformava le storie in nutrimento, e perché oggi ciò che era una medicina sembra essere diventata una malattia.
Si può preordinare in tutte le librerie fisiche e digitali, qui la scheda del libro.
Spero davvero che vogliate seguirmi in questo viaggio nella narrazione,
Maura





Non vedo l’ora di leggerlo! Ero già pronta a rompere il mio proposito di non comprare più libri questo mese, ma ho visto che esce a maggio… il preordine non conta come acquisto vero? 😬😅 Di recente ho anche riascoltato gli episodi del podcast di Maura sulle letture silenziose e mi pare di capire che ci sarà un accenno anche a questo nel libro.