Alla fine di agosto di quest’anno ho pubblicato una storia su Instagram dicendo di aver scritto le ultime parole di un nuovo libro (mi trovavo nella hall di un albergo), e che come ogni volta l’avevo fatto con commozione.
Non so perché accada sempre così, forse perché rappresenta il termine di un viaggio lungo e spesso difficile, in cui arriva un momento in cui non sai se riuscirai a “scavalcare la collina”. Questa immagine mi è stata restituita anni fa, durante una cena, da Lidia Ravera, che ha scritto una quarantina di romanzi e innumerevoli sceneggiature. Nonostante per lei la scrittura sia sempre stata qualcosa di naturale, mi ha descritto il percorso della scrittura di un romanzo come una collina verso cui procedi - specie se un po’ conosci il percorso - ma che a un certo punto ti affatica, finché non riesci a vedere cosa ci sia dall’altra parte, e dubiti di poterci arrivare.
Scrivere un libro è sempre così, perché per quanto tu l’abbia fatto molte volte, quello di fronte a cui ti trovi è un viaggio nuovo. Sai scrivere libri, ma non hai mai scritto quel libro. Quella sarà la prima e unica volta, e ti ritrovi con la difficoltà di capire se riuscirai o no a trasformare l’idea - in genere ambiziosa - in qualcosa di finito (quindi compiuto, chiuso, nel bene e nel male) che sia vicino in modo perlomeno accettabile a quello che avevi in testa.
In questo caso, La fabbrica della bellezza, che esce per Rizzoli il 3 novembre, aveva due difficoltà principali:
la prima era affrontare un tema che avevo già indagato in un libro che è stato molto amato, Specchio delle mie brame, per cui non volevo ripetermi (per annoiare ma anche per non annoiarmi);
la seconda era affrontare un genere di pubblicazione corredato da immagini (l’idea iniziale era che fossero 60-80, alla fine sono diventate 169).
Ero dunque incerta e un po’ spaventata, eppure avevo sottovalutato la difficoltà dell’impresa. Mi sono resa conto che costruire un percorso per immagini è più complicato che scrivere un saggio semplice. Non solo per la questione dei diritti (per cui ho dato un sacco di lavoro agli uffici di Rizzoli, che sono stati straordinariamente puntuali e pazienti), ma anche perché non puoi creare un percorso cronologico (sarebbe noioso) ma devi accompagnare chi legge a godersi la lettura riuscendo anche a orientarsi, cioè senza saltare di palo in frasca.
[Quelli che seguono sono dei mockup del libro fatti da me per darvi un’idea degli interni, non la versione effettiva, quindi mi scuso per eventuali errori di impaginazione, il libro è perfettamente curato]
Le immagini sono un enorme potere per chi scrive, e dunque anche un grande pericolo, e creare un percorso per immagini non è così semplice come credevo.
È anche vero che, se c’è il momento in cui ti viene da pensare “stavolta non ce la farò a scavalcare la collina”, c’è un altro momento curioso che avviene quando scrivi un libro, cioè quello in cui l’hai finito. Perché, devo ammetterlo, questo libro mi ha forse comportato una fatica superiore a tutti gli altri, proprio perché si è rivelato più ambizioso (tenere insieme tanti temi diversi, epoche storiche, cercare di non tralasciare niente dovendo pure selezionare), ma adesso francamente non me la ricordo.
Mi ricordo di aver provato un grandissimo senso di scoramento, l’idea di non fare in tempo e i solleciti della casa editrice, l’idea che quello che avevo in testa non sarei riuscita a restituirlo sulla carta… eppure ora che ci ripenso, ora che il libro sta per uscire, mi appare come qualcosa che non poteva non venire fuori così, e che tutto sommato non è stata tanto difficile. Se la Maura di qualche mese fa mi sentisse (anche solo quella che ha avuto bisogno di tre settimane di pausa per riuscire a scrivere le conclusioni) mi guarderebbe malissimo.
Di cosa parla questo libro, dunque.
[Daguerre, Boulevard du Temple 1838]
Comincia da questa fotografia, che viene scattata un giorno del 1838, quando Louis Daguerre puntò l’apparecchio dalla finestra sul Boulevard du Temple, una delle strade più vive di Parigi. L’esposizione durò almeno dieci minuti, e alla fine sulla lastra comparvero i palazzi e gli alberi, nitidissimi, e una strada deserta. Se guardate in basso a sinistra, vedrete un uomo in piedi e un altro chino davanti a lui, probabilmente un lustrascarpe e il suo cliente. Due sconosciuti di cui non sapremo mai il nome e che sono i primi esseri umani essere stati fotografati.
Quella fotografia è paradossale, perché in realtà la strada in quei dieci minuti di esposizione aveva visto passare moltissime carrozze e persone, che però l’avevano attraversata troppo in fretta per essere catturate dalla luce. In sostanza, il viale deserto è una finzione, e l’uomo in piedi e il lustrascarpe sono rimasti solo perché erano fermi.
La fotografia, fin dalla sua nascita, manipola la realtà e cambia la nostra percezione. È accaduto per tutto il Novecento, e non serve sottolineare quanto sia vero oggi con tutte le tecnologie che intervengono sulla nostra percezione della realtà.
È cambiato il modo in cui ci guardiamo e giudichiamo, quanto abbiamo associato la visibilità al nostro valore, come abbiamo imparato a comporci, a metterci in posa, a desiderare e a temere di essere catturati da uno sguardo esterno.
Il libro racconta tutto questo attraversando epoche storiche, discipline, studi scientifici, cultura pop, con immagini che vengono dal Metropolitan di New York, dal MoMA, dal Victoria and Albert Museum di Londra, dalla Library of Congress, dalla Wellcome Collection, dagli archivi dei giornali e delle agenzie e da artisti viventi che hanno concesso le loro opere, tra cui Cindy Sherman, Orlan, Trevor Paglen, Zach Blas e Yoko Ono.
Parlo anche dei modi - che forse ci sono, forse sono pie illusioni? - per uscirne, perché sapere non è sufficiente a liberarsi da queste pesantissime sovrastrutture in cui siamo immersi e che formano il modo in cui guardiamo, e quindi giudichiamo, ogni cosa, noi stessi prima di tutto.
Ora che lo racconto, mi sembra addirittura un’avventura averlo scritto, e non una fatica. Mi sembra che sia venuto fuori qualcosa che avrei letto volentieri, e che è pensato per essere consultato, letto di filata, riletto, in modo fluido oppure meditando sulle immagini.
In un tempo frettoloso come il nostro, penso che servano libri che aiutino a diffondere bellezza nel senso autentico del termine, cioè profondità e qualità dei pensieri, anziché adesione agli standard e quantità.
Il libro è quindi preordinabile già da adesso in tutte le librerie, e uscirà il 3 novembre.
Grazie,
Maura








Qui si può preordinare una copia autografata: https://shop.tlon.it/prodotto/la-fabbrica-della-bellezza-linvenzione-del-corpo-perfetto-dalla-fotografia-allintelligenza-artificiale-maura-gancitano-autografato/
Grazie a te Maura. Lo comprerò per scoprire questa bella avventura.