Consigli di lettura, visione e ascolto
Il gotico tra Fisher, Fellini, Charli xcx e i Gorillaz
Buona domenica.
Noi siamo stati ospiti a Brooklyn del Salotto, ed è stato veramente un gran piacere: grazie all’invito del grande illustratore Emiliano Ponzi abbiamo raccontato questi dieci anni di Tlon a tantissimi nuovi amici newyorkesi, e sviluppato insieme una versione in inglese del nostro Botanica della Meraviglia.
Lunedì pubblicheremo sui social qualche foto in più.
Siamo poi stati in visita al palazzo di vetro delle Nazioni Unite in quanto membri del comitato scientifico di United Network, e tra un paio di giorni raggiungeremo Mendoza, in Argentina, dove siamo stati invitati a condurre un piccolo ciclo di conferenze.
Ma eccoci con i nostri consigli della settimana, stavolta a tema gotico.
Da leggere
È appena uscito per Einaudi Materialismo gotico. Vivere e morire al tempo delle macchine di Mark Fisher, tradotto da Vincenzo Santarcangelo.
È la tesi di dottorato di Fisher, discussa a Warwick nel 1999 nel cuore della Cybernetic Culture Research Unit; è il testo sorgivo di tutto il suo pensiero successivo: Capitalist Realism, Ghosts of My Life, The Weird and the Eerie sono già qui in forma embrionale. La domanda che lo attraversa è brutale: se le macchine sono inquietantemente vive, come osservava Donna Haraway, noi non saremo forse morti quanto loro?
Fisher chiama “materialismo gotico” il tentativo di pensare un piano in cui organico e inorganico, vivente e non vivente coesistono senza gerarchia, e lo fa attraversando Blade Runner, Cronenberg, Gibson, Ballard con gli strumenti di Deleuze e Guattari, Spinoza, Baudrillard. Il gotico qui è strappato al soprannaturale e restituito alla materia: zombie e demoni sono la struttura stessa del capitalismo cibernetico. Leggerlo nel 2026, mentre parliamo con le macchine e le macchine parlano con noi, è un’esperienza di riconoscimento quasi perturbante. Un testo profetico che arriva in italiano con venticinque anni di perfetto ritardo.
Da vedere
Federico Fellini, Giulietta degli spiriti (1965).
Mentre uno di noi due alternava puntate di Friends e Sex and the City durante il volo Roma-New York, l’altro guardava Sono un fenomeno paranormale di Sergio Corbucci con Alberto Sordi (ne riparleremo) e il primo film a colori di Fellini, che è anche quello più radicalmente gotico. Giulietta è una donna borghese il cui mondo si disfa per infiltrazione: le sedute spiritiche, le visioni, le apparizioni dei “spiriti” sono il prodotto di un’infrastruttura, quella della suggestione mediatica e sociale, che agisce sulla soggettività dall’interno dissolvendone i confini.
La casa di Giulietta, il suo matrimonio, la sua identità sono già abitati da forze che non le appartengono e che operano esattamente come il feedback cibernetico descritto da Fisher: circuiti di immagini, desideri indotti, modelli di femminilità e trasgressione che si autoalimentano fino a rendere impossibile distinguere ciò che Giulietta desidera da ciò che il sistema vuole attraverso di lei.
Il genio di Fellini sta nel rifiutare la soluzione consolatoria. Il film è qualcosa di molto vicino a ciò che Fisher definiva come esperienza della flatline: il momento in cui la distinzione tra ciò che è autentico e ciò che è costruito smette di funzionare come criterio, e resta solo l’immanenza del reale. Giulietta scopre che non c’è un “davvero” sotto le maschere, e che questo è il punto di partenza di una vita di scoperte.
Da ascoltare
Charli xcx feat. John Cale, House (2025, da Wuthering Heights, Atlantic Records)
Il singolo che apre la colonna sonora del film Wuthering Heights di Emerald Fennell nasce da una frase di John Cale pronunciata nel documentario di Todd Haynes sui Velvet Underground: per lui il suono doveva essere insieme “elegante e brutale”. Lei l’ha cercato, gli ha mandato i suoi brani, e Cale ha registrato un poema in spoken word. Il risultato è una traccia in cui la voce del fondatore dei Velvet Underground, a ottantatré anni, irrompe come uno spirito nel tessuto sonoro di una delle artiste più interessanti del pop contemporaneo. Cale recita come un veggente sopra archi profondi e piangenti, mentre Charli urla l’unico verso della canzone: “I think I’m gonna die in this house” (il resto del disco è meno estremo).
La casa di Heathcliff e Catherine, la casa di Giulietta nel film di Fellini, la “casa” della soggettività nella flatline di Fisher: il tema è lo stesso. Essere prigionieri di una struttura che si è scambiata per il mondo, aver creduto che fosse perfetta, scoprire che ci si muore dentro. Cale chiede: “Am I living in another world? Another world I created. For what?” È la domanda dell’ipnocrazia formulata come gotico vittoriano e industrial rock: il mondo che abitiamo è nostro, o è la gabbia che abbiamo costruito credendo di costruire una casa?
Nel disco, Charli xcx canta dall’interno di una casa infestata che è insieme il romanzo di Brontë, il sistema di aspettative del pop contemporaneo, e la condizione di chi vive costantemente dentro strutture algoritmiche di desiderio.
Da ascoltare (2)
Gorillaz, The Mountain (2026, Kong/The Orchard)
Il nono album dei Gorillaz, appena uscito, è interamente attraversato dalla morte: è nato mentre Damon Albarn e Jamie Hewlett perdevano entrambi i loro padri durante la lavorazione, e questa circostanza privata ha trasformato il disco in qualcosa di raro, un’opera pop che affronta il lutto senza cinismo e senza consolazione. L’album intreccia strumentazione classica indiana con l’eclettismo elettronico dei Gorillaz, e include esecuzioni in inglese, hindi, arabo, spagnolo e yoruba. Nel disco i morti parlano accanto ai vivi sullo stesso piano sonoro, senza gerarchia né distinzioni tra chi è ancora qui e chi è già altrove.
In The Sweet Prince, Albarn è al capezzale del padre “guardando attraverso il vuoto” e lo saluta nel suo “sentiero figurato verso la vita successiva”, con Anoushka Shankar che tesse strati di sitar intorno alla voce come un bozzolo. Albarn ha detto che tutte le tracce sono “la stessa canzone” vista da stanze diverse: cambia la luce, cambia l’odore, ma lo spazio è il medesimo. Un disco che abita la soglia tra i mondi con la naturalezza di chi sa che quella soglia è l’unico luogo reale.
Per questa volta è tutto.
A presto,
Maura e Andrea








