Come si naviga la vita quando la realtà finisce. Esce oggi "Arcipelago delle realtà" (UTET)
realtà s.f. [dal lat. tardo realĭtas -atis]. - Configurazione temporaneamente concretizzata a partire da un campo di possibilità. Per secoli creduta continente, si è rivelata isola.
Ecco l’introduzione di Arcipelago delle realtà (UTET), da oggi in libreria.
Nel 1999, scrivendo per l’UNESCO I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Edgar Morin formulava un’immagine che sarebbe poi diventata celebre:
«La conoscenza è una navigazione in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze».
Morin invitava a insegnare le incertezze a giovani e non, trasmettendo loro conoscenze e competenze con cui affrontare «i rischi, l’inatteso e l’incerto».
Era un’immagine radicale, la sua. In cui c’era, malgrado tutto, qualcosa di rassicurante: il soggetto poteva immaginarsi a trascorrere buona parte del proprio tempo con i piedi ben saldi sulle isole, esposto alle intemperie del sapere, sì, ma in qualche modo distinto dall’oceano che attraversava.
L’umano era ancora terrestre.
Poco più di vent’anni dopo, il sociologo francese nato nel 1921 e ormai centenario ha riformulato quella frase in un’intervista:
«Vivere è navigare in un mare di incertezze, attraverso isolotti e arcipelaghi di certezze su cui ci riforniamo».
L’umano si è fatto marino. Lo spostamento sembra minimo, ma non lo è.
Vivere adesso vuol dire navigare. Non: vivere comporta momenti di navigazione. Non: a volte ci troviamo in mare aperto, un mare infinitamente più grande di noi che è comunque altro da noi. Non c’è più una vera e propria casa sulla terraferma, un luogo stabile dal quale si parte e al quale tornare: quel che resta della casa è l’imbarcazione con cui affrontiamo il viaggio costante per mare.
E cosa si fa ora sulle isole e su quegli arcipelaghi? «On se ravitaille», dice Morin: ci si rifornisce. Non ci si stabilisce, non si costruisce un’abitazione, non si pianta nessuna bandiera. Si fa provvista di ciò che serve per continuare a navigare: acqua, cibo, nuove coordinate; e si riparte. Provvista, letteralmente pro- (“avanti”) visus (“vista”), ossia l’atto di “guardare avanti” e “prevedere”.
Oggi l’isola, infatti, è soltanto un luogo da cui proiettarsi avanti in vista del prossimo viaggio. Quando si sta sull’isola, lo si fa con lo sguardo e il pensiero al mare. L’arcipelago, in questo nuovo scenario, non è più un insieme di isole affini, ma un raccordo di punti utili a ricaricarsi durante una navigazione, che insieme generano una forma. L’arcipelago, in questo nuovo senso, somiglia più che mai a una costellazione, e diventa la pratica di chi sulla terraferma passa quel poco tempo stabile a tracciare rotte marine, giocando a raggrupparle sotto un bel nome.
La nuova formulazione di Morin coglie quindi qualcosa di diverso del nostro tempo rispetto a quanto egli stesso aveva descritto nella prima stesura. Se le isole-certezze non sono più luoghi in cui stabilirsi ma soltanto soste da cui ripartire, è perché anche la realtà si è fatta arcipelago. Non c’è più un orizzonte condiviso: ci sono le realtà, ciascuna con le proprie isole, le proprie rotte e le proprie costellazioni. È l’arcipelago delle realtà il paesaggio che dobbiamo imparare a navigare.
Stelle e algoritmi
In quanto costellazioni terrestri, gli arcipelaghi sono atti di immaginazione con cui gli umani portano il cielo in terra. Ma quale cielo? E con quale scopo guardiamo a queste nuove costellazioni? Per Carl G. Jung, a questo proposito,
«È come se l’anima umana fosse costituita di qualità provenienti dalle stelle; sembra che le stelle abbiano delle qualità che s’inseriscono bene nella nostra psicologia. (...) Sembra che ciò che possediamo, come conoscenza più intima e segreta di noi stessi, sia scritto nei cieli. Per conoscere il mio carattere più individuale e più vero devo frugare i cieli, non riesco a vederlo direttamente in me stesso».
Per noi oggi l’arcipelago è l’unica costellazione possibile in quanto sequenza di approdi da pre-vedere. C’è una differenza sostanziale tra lo spazio celeste in cui gli antichi “gettavano il proprio inconscio” per guardarlo alla giusta distanza e lo spazio algoritmico dove oggi frughiamo per conoscerci. La configurazione astrale precedeva, eccedeva e sorprendeva. Bisognava interpretarla, e nell’interpretazione s’incontrava qualcosa che resisteva alle aspettative. Il cielo rifletteva, sì, ma attraverso una distanza che abbisognava di lavoro e traduzione, ossia di un dialogo con l’alterità.
Oggi frughiamo nei feed e negli output che ci vengono cuciti addosso. Anche lì c’è una «conoscenza stupefacente che consciamente non possediamo»: i pattern estratti da miliardi di dati, le regolarità statistiche che nessuno ha progettato del tutto, ma che strutturano ciò che vediamo. Questo nuovo cielo si piega, anticipa il desiderio e lo conferma prima ancora che questo si formuli.
Gli antichi proiettavano, e poi potevano fare i conti con ciò che avevano proiettato, perché le stelle restavano lì. Noi oggi proiettiamo, e l’algoritmo ci restituisce una proiezione ottimizzata, priva di quegli angoli che potrebbero e dovrebbero ferirci o sorprenderci, e che si trasforma mentre ci trasforma. Eppure l’arcipelago, la figura che le tiene insieme, la rotta che le collega, quello non è dato. Quello lo tracciamo noi, come le costellazioni.
Le stelle dell’Orsa Maggiore, ad esempio, non sono interdipendenti tra loro: alcune distano decine di anni luce, altre centinaia. Non si conoscono, non si influenzano, non sanno di appartenere a una figura. Siamo noi, dalla Terra, a tracciare linee immaginarie tra punti di luce che non hanno alcun rapporto reale, e a chiamare quella configurazione “Orsa”. La costellazione non è nelle stelle. È, come il peccato e la bellezza, nell’occhio di chi guarda, nella mano che traccia, nella mente che connette.
L’arcipelago di cui parla Morin funziona allo stesso modo. È un esercizio di immaginazione che unifica e porta a sintesi ciò che è disperso, producendo una forma là dove ci sono solo elementi sparsi. Senza quell’atto creativo non c’è arcipelago. Ci sono solo isole isolate, ciascuna delle quali fa mondo a sé.
E allora la domanda si sposta. Chi decide quali isole appartengono alla stessa costellazione? Chi traccia le rotte? Chi disegna la mappa che permette di navigare invece di naufragare?
Per secoli la risposta è stata: la cultura, la tradizione, la comunità. Noi. Nascevi in un arcipelago già tracciato in cui le rotte erano segnate, le isole nominate e le costellazioni tramandate. Potevi discutere i confini, contestare una rotta, e potevi talvolta scoprire un’isola nuova, sì, ma il gesto del tracciare era condiviso. Guardavamo lo stesso cielo anche quando litigavamo sui nomi delle stelle.
Oggi non è più così, perché gli strumenti che usiamo per guardarci intorno (e dentro) sono diventati così potenti, così personalizzati, così generativi, che ciascuno vede configurazioni diverse. Non siamo più raccolti intorno al fuoco. Ognuno di noi ha un fiammifero in mano ed è convinto di essere al centro, ma il centro è in nessun luogo.
Eppure navigare è anche incontrare qualcosa che eccede la nostra rotta: un’isola che non era sulla mappa, una corrente che ci porta dove l’imprevisto accade. Per farlo servono nuove competenze: leggere le correnti invece di cercare strade, riconoscere i segni di un’isola prima di vederla, sapere quando è il momento di ripartire, e quante e quali provviste fare.
Questo libro prova a descrivere un certo modo di orientarsi nell’oceano, e a segnalare alcune isole che ho incontrato e che mi sono sembrate abitabili per una sosta. A indicare le secche dove mi sono incagliato, perché altri possano evitarle (o puntarci contro, a seconda dei gusti).
E prova soprattutto a rispondere a una domanda che precede tutte le altre: perché non c’è più una terraferma da abitare? Cosa è successo? C’è stata una catastrofe, un diluvio, un innalzamento delle acque? O forse la terraferma non c’è mai stata e stiamo solo scoprendo adesso, grazie a strumenti di visione più potenti e spietati, cosa si nasconde dietro la sicofanzia del reale? Perché l’intelligenza artificiale generativa, nella sua ansia di compiacerci, rivela qualcosa che preferiremmo non vedere: che anche la realtà ci ha sempre dato ragione. Che il mondo che credevamo solido era già da sempre uno specchio che rifletteva ciò che volevamo vedere, e si piegava alle nostre aspettative senza che ce ne accorgessimo.
Arcipelago delle realtà da oggi è in tutte le librerie.









È in arrivo domani, non so descrivere la trepidazione. Grazie
Preordinato. Non vedo l'ora che arrivi