Chi sta scrivendo, mentre scrivo?
Da Esiodo alle videocall, una stessa intuizione che attraversa tremila anni di storia
In questa illustrazione di Lavinia Fagiuoli, tre figure in piedi su tre colonne tengono insieme un filo rosso che attraversa tutto lo spazio e le collega. La corda conosce delle curve, ha una sua logica, e per quanto quel filo rosso sia - in effetti - solo un filo rosso, sono abbastanza sicura che guardandolo tu l’abbia letto in qualche modo come un simbolo.
Potrei dire - e potresti essere d’accordo - che quel filo rosso è la narrazione che ci attraversa da sempre come esseri umani, ed è un simbolo perché in effetti riesce a dare forma a quella sensazione per cui ci passiamo tra di noi qualcosa che è intangibile e immateriale, e che pure ha un peso chiaro nelle nostre vite. Ciò che le persone si passano tra loro, di generazione in generazione, di voce in voce, e che disegna nel tempo le linee di una genealogia. Che a volte è liberatorio e che altre volte è un grosso peso, tanto nella storia dell’umanità quanto nelle nostre piccole e intime storie personali.
In Passavamo sulla terra leggeri - un romanzo che amo moltissimo - Sergio Atzeni racconta la storia del popolo sardo come una catena di custodi, in cui ciascuno riceve la memoria dal precedente e la consegna al successivo. La consegna integralmente, parola per parola, perché il filo non si spezzi.
È una postura che il moderno fatica a riconoscere, perché abbiamo imparato a pensare la narrazione come invenzione, come opera, come prodotto di un autore, e sarebbe svilente oggi considerarsi semplicemente un anello in una catena. È qualcosa che ci lega alla nostra identità, e poi di conseguenza al curriculum, al profilo social, a quella lunga catena di performatività di cui sempre più persone sono sempre più stufe. Eppure è proprio in quella catena che la storia esiste, perché una storia che nessuno passa a nessuno smette di essere una storia e diventa documento, archivio, cosa morta.
Non può non venire in mente anche l’opera di Maria Lai, l’artista - sarda anche lei - che ai fili e ai legami tra gli umani ha dedicato energia, pensieri, immagini di grandissima potenza, come questa che lega il filo a quello scrigno di storie - che non è mai solo un oggetto - che è proprio il libro.
Per gli antichi greci, i poeti non inventavano nulla, ma erano in qualche modo abitati dal dio, e per questo letteralmente entusiasti.
Nel proemio della Teogonia, Esiodo racconta di aver ricevuto il dono del canto dalle Muse mentre pascolava gli agnelli sulle pendici dell’Elicona. Prima gli era stato offerto un ramo d’alloro, poi gli era stata soffiata dentro una voce divina. Da quel momento, Esiodo canta. Ma non è lui che canta, sono le Muse che cantano attraverso di lui. E Omero, all’inizio dell’Iliade, scrive quei versi che ancora oggi impariamo senza fatica:
«Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta».
Dice cantami, perché il poeta è uno strumento che chiede di essere suonato.
Platone porta questa concezione al suo punto più radicale nel dialogo Ione, in cui fa dire a Socrate che i poeti sono posseduti, invasati e fuori di sé quando compongono. Non sanno quello che dicono, perché non sono loro a dirlo.
Noi moderni abbiamo smontato pezzo per pezzo questa intuizione e abbiamo interiorizzato la potenza esterna. L’abbiamo chiamata genio, ispirazione, talento, creatività, e l’abbiamo collocata dentro il soggetto. La Musa non c’è più, ci siamo noi. È stata una conquista di autonomia enorme, ma forse abbiamo perso qualcosa nel passaggio. Abbiamo perso l’idea che le storie non ci appartengano, che il nostro compito non sia inventarle ma farci trovare pronti quando qualcosa bussa. E abbiamo guadagnato in cambio una solitudine creativa nuova, perché se l’idea non arriva è colpa nostra, perché tutto dovrebbe stare dentro di noi.
Eppure l’antica intuizione continua a riaffiorare nelle pieghe delle vite di chi scrive, anche oggi, anche dentro un immaginario che le ha tolto ogni legittimità. Lo confessano, in modi diversi, autori che ufficialmente non crederebbero più alle Muse. C’è una storia, a questo proposito, che racconto in Animali narrativi e che riguarda due scrittrici, Elizabeth Gilbert e Ann Patchett, e un mistero legato al fatto che forse - in qualche strano modo - l’una abbia passato all’altra un’idea che aveva intercettato.
Storie come questa di solito si liquidano come coincidenze, oppure si raccontano come piccoli prodigi privati. Quello che è interessante è che da una direzione completamente diversa, dentro un laboratorio di neuroscienze, sta venendo fuori che fra esseri umani passa molto più di quello che ci diciamo a parole.
Nel 2017, Suzanne Dikker, neuroscienziata olandese alla New York University, ha collegato alla testa di 12 studenti di un liceo newyorkese degli elettroencefalografi portatili, e li ha seguiti per un intero semestre, misurando l’attività cerebrale durante le lezioni. Ha scoperto che, quando i loro neuroni oscillavano allo stesso ritmo nello stesso momento, quell’allineamento prediceva il coinvolgimento della classe meglio di qualsiasi altra misura, cioè meglio del contenuto della lezione e della bravura dell’insegnante. Quello che teneva insieme la classe era il fatto che i cervelli stessero oscillando insieme.
Una ricerca successiva, condotta sempre a New York con 174 partecipanti divisi in gruppi di quattro, ha confermato lo stesso meccanismo nei team di lavoro. Quando le persone in una stanza, anche senza saperlo, oscillano insieme, il gruppo funziona. Quando non accade, nessuno riesce a capire bene perché le cose non filino bene.
Questa scoperta permette di spiegare la stanchezza che tante persone sentono dopo una giornata di videochiamate, e quel senso di vuoto, di scollamento, di “abbiamo parlato per ore e non è successo niente” (la cosiddetta Zoom fatigue). È il sintomo di cervelli che cercano altri cervelli con cui sincronizzarsi e non li trovano. A mancare, tra le altre cose, è il tessuto narrativo implicito che tiene le persone insieme, cioè la storia non detta secondo cui siamo qui per fare questa cosa, in questo posto, per questo tempo, e ognuno di noi rende possibile a chi gli sta accanto di concentrarsi.
Sia chiaro, le riunioni online e il lavoro a distanza hanno moltissimi vantaggi e si può lavorare benissimo così, anzi può essere meno faticoso per moltissime ragioni (a dirlo è una persona che lavora a distanza e in qualunque luogo e condizione praticamente da sempre).
La domanda è cos’è che accade tra esseri umani e che nessuna tecnologia di videoconferenza può restituire, al di là di tutto. Il modo in cui ci vengono le idee, in cui ce le trasmettiamo e questa necessità di sentirci insieme forse ci dicono che la trasmissione vera - e dunque anche il legame tra la nostra storia e quella degli altri - ha bisogno di prossimità.
Siamo animali narrativi proprio perché siamo animali, e il narrare non è un’attività mentale separata dalla nostra carne.
Animali narrativi prende sul serio questa ipotesi e la segue dentro la pratica della scrittura, la trasmissione orale, le neuroscienze, la statistica e la matematica, ma in particolare dentro la nostra fame contemporanea, perché se le storie sono entità che ci cercano, e se cercano corpi vicini per passare, allora forse quello che proviamo è il bisogno di essere trovati da una storia che ci voglia, che in qualche modo ha scelto proprio noi.
Animali narrativi esce martedì 12 maggio per Marsilio.
Lo trovate in tutte le librerie fisiche e digitali.








