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Chi si accorge se non vieni?

La domanda di sacro tra compiti, book club e oratori

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Tlon e Andrea Colamedici
set 12, 2026
∙ A pagamento

Non tolleriamo più che qualcuno ci dica come vivere. E intanto paghiamo (parecchio) perché qualcuno ci dica esattamente cosa fare.

Paghiamo per svegliarci alle cinque. Paghiamo per digiunare sedici ore, per entrare nell’acqua gelata, per fare diecimila passi, per meditare dodici minuti, per leggere un tot di pagine al giorno, per non toccare il telefono dopo le dieci. Compriamo con una certa frenesia programmi, protocolli, sfide di trenta giorni, ritiri in cui qualcuno ci sequestra volontariamente lo smartphone.

Quello che ci manca, in fondo a tutto questo, è qualcosa che ci sollevi dall’obbligo di scegliere.

Lawrence Alma-Tadema, A Coign of Vantage (dettaglio), 1895

Il sacro, per millenni, l’ha saputo fare. Il sacro antico stava fuori dalla persona; stava nel cosmo, negli antenati, nel calendario, nella terra. Il sacro contemporaneo si è spostato dentro l’individuo, sul corpo, sull’inviolabilità della persona, sulla sua maledetta verità interiore. E un sacro costruito intorno all’individuo fa fatica a fare la cosa per cui il sacro serviva, che è sollevare l’individuo da se stesso. Se tutto quello che conta va trovato dentro di me, alla fine torno sempre a me. Il sacro invece di alleggerirmi mi raddoppia. E noi non ne possiamo più, di noi.

La condizione che ci schiaccia è il permesso illimitato accoppiato alla responsabilità totale, che poi è una delle fregature meglio riuscite del neoliberismo. Ogni possibilità è tua e quindi, caro mio, ogni colpa è tua. La libertà assoluta trasforma la biografia in un processo permanente in cui l’imputato sei tu, ogni santa mattina. Non puoi mai lavarti i denti senza un qualche senso di colpa.

Il sacro ti chiedeva di fare una cosa in un certo modo e in un certo momento, insieme ad altri. E siccome la forma era già data, ti esentava dall’esserne l’autore e l’attore protagonista. Il rito ti fa attraversare un lutto, un matrimonio, una nascita, un passaggio qualsiasi, senza che tu debba inventarne la forma e senza che nessuno ti chieda se ci credi abbastanza, e in fondo la liturgia esiste anche per liberarti, almeno per un momento, dall’obbligo della sincerità. Non devi sentire la cosa giusta per poter compiere il gesto giusto. Puoi essere confuso a un funerale o spaventato a un matrimonio, ma il rito ti presta comunque le parole da dire e i gesti da compiere, e ti fa attraversare quel che sta accadendo prima ancora di aver capito cosa ne pensi; questa è la merce che manca, e infatti la compriamo.

E adesso conviene capire come ci siamo ridotti così: credevamo che il problema fosse essere rimasti senza un perché. È successo, invece, qualcosa di molto più strano.

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