Capire Valter Lavitola attraverso Manuel Fantoni
La bomba a Pomezia e il cargo battente bandiera liberiana
Il Nipote di Rameau di Diderot racconta di un filosofo che passa un pomeriggio ad ascoltare un parassita e adulatore geniale e amorale, e si accorge con orrore di non riuscire a smettere perché quell’uomo assolutamente indifendibile è la persona più interessante e viva del caffè.
E io, da quando è venuta fuori la storia dell’attentato a Sigfrido Ranucci, io penso a Valter Lavitola, e ci penso con l’interesse che si riserva ai grandi personaggi dei romanzi. Il che, trattandosi di un uomo vero, di una bomba vera e di un’amicizia usata come un’arma, è un bel problema. E lo so che la parola giusta sarebbe riprovazione, e infatti la provo. Ma sotto la riprovazione, testarda, c’è un’ammirazione impresentabile per la quantità di vita che quest’uomo ha bruciato, per l’energia con cui ha attraversato quarant’anni di Italia, senza fermarsi e senza imparare mai.
Andate a vedere la biografia di Lavitola. Io ve la metto stretta in un paragrafo ma vale la pena approfondire.
Si iscrive al PSI a diciott’anni e alla stessa età entra in una loggia massonica.1 Il motivo per cui se n’è andato l’ha spiegato lui, in un’intervista di qualche anno fa: siccome gli apprendisti non possono parlare e lui è un chiacchierone, s’era messo in sonno. Poi fonda il quotidiano L’Avanti! e lo trasforma in una cooperativa di destra, cioè fa esattamente quello che il craxismo ha insegnato a fare: prendere le strutture della sinistra storica e svuotarle dall’interno, conservandone il nome come copertura. Milioni di fondi pubblici incassati, condanna, e il giornale che sparisce. Seguono deprecabili avventure tra cui il giro delle escort di Tarantini, la condanna a due anni e otto mesi per la tentata estorsione ai danni di Berlusconi (cioè ricattava l’uomo di cui era sodale con le informazioni raccolte e prodotte facendogli il sodale), la latitanza di otto mesi durante la quale rilascia l’intervista già citata in cui si presenta come imprenditore ittico, massone e filantropo, che come autodefinizione, da latitante, secondo me è insuperabile. Poi il rientro, la consegna, il carcere, i domiciliari violati, altro carcere, la compravendita dei senatori, e lui che anni dopo racconta tranquillo: a De Gregorio consegnai io un milione di euro in contanti, ma per il giornale. E poi, uscito dal carcere, apre Cefalù, un ristorante di pesce a Roma, tra l’altro vicino a casa mia2.
Quindi ha confessato
Infine il grande progetto: fabbricare un evento di portata nazionale per scrivere il destino politico di un altro uomo e prenotarsi una poltrona nel suo futuro. Il personaggio picaresco che a sessant’anni vuole smettere di essere la comparsa nelle storie altrui e iniziare a fare l’autore ma il genere, come vedremo, se lo riprende di forza. Perché poi le indagini fanno il loro mestiere: a fine giugno arrestano quattro persone in Campania, da quelle si risale a Gomes Clesio Tavares, il suo strettissimo collaboratore camerunense conosciuto in carcere, e da Gomes a lui. Agli atti c’è pure una fotografia in cui compaiono insieme Ranucci, Gomes e Lavitola. E insomma, l’ultima evoluzione della storia dovreste saperla: ha confessato di essere stato la mente dietro l’attentato al suo carissimo amico Sigfrido Ranucci.
Certo che ha confessato.
Ma ha confessato - per ora - il fatto e ha riscritto il movente, che lo voleva oscuro manipolatore per fini personali. Lui invece ha detto di averlo fatto per proteggere Sigfrido, “così ha ottenuto una scorta più forte”. Il gip dice ambizione, lui rettifica: amore. Il gip dice che voleva un posto nel futuro politico dell’amico, lui invece spiega che voleva salvargli la vita.
Tra Zelig e Manuel Fantoni
Ora l’ANSA, raccontandone le gesta, l'ha definito un personaggio cinematografico a metà tra Zelig e Manuel Fantoni. È una definizione meravigliosa.
Zelig è il camaleonte di Woody Allen, l’uomo che nel film del 1983 diventa chi gli sta accanto, mimetismo puro: ed è il Lavitola che si fa craxiano coi craxiani, massone coi massoni, berlusconiano ad Arcore e panamense a Panama. Fantoni è invece l’opposto: l’autoinvenzione gloriosa, l’uomo che si fabbrica una vita più grande e la racconta così bene che ti spiace andare a controllare e scoprire che non è vero (e lo sai già che non è vero mai). Lavitola tiene insieme entrambi, si mimetizza per entrare e si mitizza per restare.
Per me Manuel Fantoni è una delle invenzioni più alte del cinema italiano, altro che macchietta. In Borotalco (che uscì l’anno prima di Zelig, nel 1982) Sergio Benvenuti, il timido rappresentante di dischi di Carlo Verdone, capita nell’appartamento di questo bel signore barbuto interpretato da Angelo Infanti.
Vestaglia, voce profonda e la frase immortale che pronuncerà in realtà Carlo Verdone quando ne indosserà i panni: Un bel giorno, senza dire niente a nessuno, me ne andai a Genova e mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana.
Fantoni, davanti a un esterrefatto Sergio, viene arrestato per truffa. Il suo vero nome, tra l’altro, era Cesare Cuticchia.
E prima di essere portato via, Fantoni dice a Sergio di tenergli a posto la casa: tornerà. È forse il dettaglio che lo rende definitivamente Lavitola. Ha la certezza assoluta che ci sarà un altro atto. E ogni volta che la biografia di Lavitola sembra arrivata ai titoli di coda, eccolo che ricompare sotto un’altra forma.
Quel che accade subito dopo nel film è fondamentale per capire Lavitola.
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