Banksy, TonyPitony e la nostra incapacità di stare col mistero
Reuters smaschera l'artista, i social indagano sul cantante, ma per anni in tanti hanno saputo e taciuto. La vera (e splendida) notizia è il silenzio di chi sapeva.
Nella stessa settimana un’agenzia di stampa internazionale e un utente di X (vari utenti, a dire il vero) hanno compiuto lo stesso gesto: togliere la maschera a qualcuno che aveva scelto di portarla.
Reuters ha pubblicato un’inchiesta per identificare Banksy, attribuendogli il nome di un graffitista di Bristol che nel frattempo avrebbe cambiato identità legale. Pochi giorni prima, qualcuno aveva diffuso una presunta foto del cantante Tony Pitony senza la sua maschera da Elvis Presley, scatenando le reazioni dei social. Al di là delle differenze tra gli artisti e dei gusti del pubblico, si tratta del consueto gioco investigativo collettivo che si produce ogni volta che qualcuno rifiuta di farsi riconoscere.
In Italia abbiamo assistito per anni alla ricerca dell’identità di Elena Ferrante, e in misura minore - durante l’epoca dei blog letterari - della scrittrice di romanzi fantasy Lara Manni, come di Babsi Jones (questo lo ricorderà chi frequentava quegli ambienti allora). Del resto, gli artisti hanno sempre cercato identità multiple, e la storia degli pseudonimi innerva la storia stessa della letteratura.
Ora, la domanda interessante da porsi è:
Perché non riusciamo a tollerare che qualcuno non ci mostri la faccia?
La domanda non riguarda solo Banksy o TonyPitony o Liberato o qualunque altro progetto artistico che abbia dietro un’identità nascosta. Riguarda piuttosto l’incapacità di stare con l’incontrollato. Il sintomatico mistero di chi indossa la maschera, infatti, è qualcosa di sé che tu non sai, e finché non lo sai lui ha uno spazio in cui non puoi raggiungerlo. Come una zona opaca che resiste alla tua presa.
Si tratta di un’incapacità che precede sia i social che il mercato dell’attenzione, ma che entrambi hanno potenziato abituandoci alla trasparenza totale.
Del resto, la pretesa di nominare per possedere attraversa le cosmogonie e le fiabe, le teologie e le demonologie: sapere il vero nome di un demone significa dominarlo, così come conoscere il nome segreto di un dio porta a poterlo invocare. Ma c’era, in quelle tradizioni, anche la consapevolezza opposta: che il sacro è ciò che non si nomina, che il mistero va protetto perché la sua forza sta nella sua inaccessibilità, e che voler sapere tutto è una forma di hybris che distrugge ciò che pretende di possedere. Orfeo si volta a guardare Euridice e la perde. Psiche accende la lampada per vedere il volto di Eros e precipita nell’esilio. Nella tradizione ebraica il nome di Dio non si pronuncia. In ogni caso, il gesto di chi vuole vedere a tutti i costi è un gesto che distrugge l’oggetto del proprio desiderio.
Quella saggezza l’abbiamo persa. L’infrastruttura digitale ci ha abituato all’idea che ogni domanda abbia una risposta accessibile e che ogni lacuna sia un errore del sistema. Ci ha tolto, in un’immagine, la disposizione all’incompiuto. Chi di noi è ancora capace di avere una curiosità e di non cercarla immediatamente su Google su ChatGPT? Non sappiamo più cosa significhi convivere con ciò che non sappiamo, perché l’occasione non si presenta quasi mai. E, quando si presenta, come nel caso di un artista che rifiuta di mostrarsi, la viviamo come un’anomalia, o addirittura un’aggressione, un torto.
Il mistero come violazione delle norme
Reuters si è giustificata dichiarando che il pubblico ha un profondissimo interesse nel conoscere l’identità di chi esercita un’influenza sulla cultura e sul discorso politico. E ha aggiunto che Banksy ormai fa parte del sistema, genera valore nel mercato dell’arte e quindi il suo anonimato non è più legittimo. Ossia: nel momento in cui l’arte funziona, nel momento in cui produce effetti reali, l’artista perde il suo diritto all’opacità.
Reuters sa perfettamente che il valore commerciale della propria inchiesta è esattamente proporzionale alla resistenza di Banksy a farsi nominare.
Tony Pitony ha dichiarato che la maschera gli serve a proteggere la vita privata, e in un’altra occasione ha detto che la porta perché non gli piace essere osservato.
Ebbene, non è concesso. Se hai ottenuto la mia attenzione, io ottengo il diritto di sapere tutto di te e di fare di te quello che voglio. Il patto implicito della visibilità contemporanea funziona così, ed è per questo che lo smascheramento viene vissuto come un atto di giustizia e ci si sente in diritto di andare prima a cercare e poi a far sapere. Reuters ha evidentemente violato la privacy di Banksy, ma la vende come se avesse riscosso un credito, perché nel regime dell’attenzione l’anonimo che ha successo è un debitore insolvente. Ha incassato milioni di sguardi e non ha restituito una faccia - non ha pagato.
Ancora prima dell’arte, la questione centrale è l’impossibilità contemporanea di avere un dentro non esposto.
A guardarla bene, è la stessa logica del fan che aggredisce l’artista perché “ho comprato il tuo disco, mi devi qualcosa”, ed è convinto di poter avanzare diritti su un selfie in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Perché io ti ho creato. O è la stessa logica dello stalker che dice “ti penso sempre, quindi ho il diritto di sapere dove sei”. Insomma, l’attenzione che dedico a qualcuno viene trasformata in un titolo di proprietà, e in cambio del tuo successo devi offrire un personaggio che io possa consumare alla bisogna.
Ed è qui che chi ha taciuto ha fatto la cosa più importante.
L’arte di tacere
Pensiamo a quanti sapevano e non hanno parlato.
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