Tlonletter - di Maura Gancitano e Andrea Colamedici

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Anne Carson ha vinto il Nobel per la Letteratura. Noi l’abbiamo pubblicata

Per conoscerla, la via più breve passa da un libretto di cinquantanove paragrafi dedicato a una ragazza che tendenzialmente dorme.

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Tlon e Andrea Colamedici
ott 08, 2026
∙ A pagamento

Oggi Anne Carson ha vinto il Nobel per la letteratura. Per conoscerla, la via più breve passa da un libretto di cinquantanove paragrafi dedicato a una ragazza che dorme. Di cui sì, siamo i fieri editori.


Ieri Maura ha scritto nel gruppo Whatsapp della casa editrice, esultando:

È seguito grande entusiasmo, corsa verso la tipografia per far stampare le fascette gialle con su scritto “Nobel per la Letteratura 2026”. Poi si è accorta di aver letto male il titolo di un articolo in cui si diceva che Carson era vista come potenziale candidata alla vittoria del Nobel, e che la nomina sarebbe avvenuta l’indomani: è seguito del dispiacere.

Ma poi oggi Carson il Nobel l’ha vinto davvero (e io mi sono fatto dare sei numeri da Maura da giocare, nel dubbio. È la prima volta che gioco). E di conseguenza noi le fascette le avevamo già.
Vale quindi la pena raccontare perché questo premio lo meriti così tanto.

Carson oggi ha settantasei anni; è nata a Toronto il 21 giugno 1950, ha insegnato lettere classiche tra il Canada e gli Stati Uniti, da Princeton a McGill fino alla New York University; ha tradotto Saffo e i tragici greci e ha scritto romanzi in versi e saggi. Sui suoi libri americani, da decenni, concede sempre la stessa riga nella quale si legge che è nata in Canada e che per vivere insegna greco antico. Fine. Nell’edizione di Saffo che pubblicò nel 2002, If Not, Winter, la nota sulla traduttrice si accorciava ancor di più e finiva col dire soltanto che Anne Carson vive in Canada. Niente scrittrice, niente classicista, niente filologa o poetessa o tutto il resto.
Oggi alle tredici l’Accademia svedese le ha assegnato il premio Nobel per la letteratura lodando un’opera audace e inventiva che, in dialogo giocoso con la tradizione classica, ha dato forme nuove alla letteratura contemporanea.

Anne e Albertine

C’è un libro in cui Carson ha raccolto una parte sostanziosa del suo metodo, perdipiù in uno spazio tutto sommato ristretto. Si intitola The Albertine Workout, è apparso nel 2014 sulla London Review of Books e poi come pamphlet di poesia per New Directions, e in Italia lo abbiamo pubblicato noi, nella traduzione di Giulio Silvano e con l’introduzione di Eleonora Marangoni.

Qui nello shop di Tlon, e in libreria (tra l’altro questo mese in sconto del 20%, come il resto del catalogo storico).

Sono cinquantanove paragrafi numerati seguiti da sedici appendici. Intorno ad Anne Carson? No, certamente; intorno ad Albertine Simonet, la ragazza che il Narratore della Recherche di Marcel Proust incontra sulla spiaggia di Balbec, porta a vivere nel suo appartamento parigino e infine perde. Chi lo legge con cura ci ritrova la filologa che conta le parole e la studiosa di Saffo convinta che il desiderio viva di ciò che gli manca e poi, paragrafo dopo paragrafo, scova pure un bel po’ di tutto il resto.

Carson è cresciuta in diverse piccole città canadesi al seguito di un padre che lavorava in banca, e il greco antico le è arrivato al liceo da un insegnante di latino che si offrì di darle lezioni private. All’Università di Toronto se ne andò per due volte, insofferente, e per un periodo si dedicò alla grafica; poi tornò, si laureò nel 1974 e nel 1981 discusse una tesi di dottorato intitolata Odi et amo ergo sum, un Catullo innestato su Cartesio che diceva già parecchio su di lei. Nel frattempo aveva passato un anno a St Andrews, in Scozia, alla scuola di Kenneth Dover, a studiare metrica greca e critica testuale.

Nel Workout Carson osserva che Albertine non è un nome comune per una ragazza in Francia, mentre Albert lo è per un ragazzo; poi conta 2.363 occorrenze del nome, più di quelle di qualunque altro personaggio, e 807 pagine in cui lei compare o viene nominata, e aggiunge che in almeno il 19 per cento di quelle pagine Albertine, beh, ecco… dorme. Al decimo paragrafo registra che Albertine non chiama mai il Narratore per nome, e che del resto non lo fa nessuno; il Narratore lascia intendere che potrebbe chiamarsi come l’autore, Marcel, e Carson chiude la questione con uno splendido «Fidiamoci».

Carson ha paragonato il proprio procedimento a quello di Wittgenstein, che nel Tractatus aveva costruito il pensiero per proposizioni numerate. E ha indicato nell’etimologia il punto di partenza di ogni suo lavoro: oggi Anders Olsson, che presiede il Comitato per la letteratura, ha detto che quasi tutta la sua opera nasce nel punto in cui

l’ossessione del filologo per le parole incontra il desiderio del poeta di un significato nuovo.

Che meraviglia.

Il dolceamaro

Il primo libro di Carson, Eros the Bittersweet, uscito nel 1986 come rielaborazione della tesi, parte da glukupikron, una parola che si attribuisce a Saffo e che si può tradurre con “dolceamaro”; Carson si sofferma sul fatto che il greco mette il dolce prima dell’amaro, il piacere prima della pena (al contrario di bittersweet, per intenderci). Da lì costruisce tutta una teoria del desiderio in cui l’eros è mancanza e per accendersi ha bisogno di tre elementi: chi ama, chi è amato e lo spazio che li separa, che può essere una distanza, un ostacolo o un rivale.

Il frammento 31 di Saffo, quello in cui la voce che parla guarda un uomo seduto di fronte alla ragazza amata e sente il proprio corpo andare in pezzi, diventa nella sua lettura la miglior rappresentazione possibile di questo triangolo erotico. John D’Agata ha raccontato che il libro folgorò prima i classicisti, poi i lettori di saggistica e soltanto molti anni più tardi, quando fu ristampato come letteratura, anche i poeti; nel 1999 i lettori della Modern Library lo votarono fra i cento migliori libri di “non narrativa” del secolo.

Trent’anni dopo, con The Albertine Workout torna sul proustiano

«Non si ama che ciò in cui si persegue qualcosa di inaccessibile,
non si ama che ciò che non si possiede
».

Finché Albertine vive in casa sua, il N arratore si annoia e la chiama «pesante schiava»; quando lei fugge nella notte lasciando la porta aperta, il desiderio gli ricade addosso tutto in un colpo. Carson registra con secchezza che a Marcel Albertine piace soprattutto addormentata perché addormentata, dice lui, diventa una pianta; precisa subito dopo che le piante in realtà non dormono e nemmeno bluffano, e però, ecco, mostrano i loro genitali.

Benjamin Landry, sulla Boston Review, ha colto bene il legame con Eros the Bittersweet: Albertine è l’ostacolo fatto persona, la distanza che cammina sulla spiaggia spingendo una bicicletta, e il Workout è la verifica di una teoria giovanile condotta, con trent’anni di esperienza in più, su un singolo personaggio.

Il frammento e le parentesi

Nel 2002 Carson pubblicò la sua traduzione di Saffo, If Not, Winter, e dove il papiro era strappato o illeggibile mise parentesi quadre e spazio bianco, senza riempire nulla con parole possibili o puntini di sospensione.

Nell’introduzione spiegava che le parentesi sono emozionanti perché permettono anche a chi legge in traduzione di sentire il dramma di un papiro tagliato a metà, bucherellato o grande quanto un francobollo, e aprono uno spazio libero all’avventura dell’immaginazione.

Saffo ci è arrivata spezzettata e Carson pure ha fatto del frammento una forma propria, quasi domestica, fin dalla sua prima raccolta di poesia, gli Short Talks del 1992. Sei anni più tardi Autobiografia del rosso partiva dai pochi brandelli sopravvissuti della Gerioneide di Stesicoro, il poeta che nell’incipit del libro «venne dopo Omero e prima di Gertrude Stein».

Il Workout applica questo procedimento certosino a La Recherche, che com’è noto procede per frasi che si allungano per mezze pagine; Carson smonta tutto e, come ha notato Eleonora Marangoni nell’introduzione italiana, il suo è un ritmo lontanissimo dall’andatura ipotattica di Proust pur condividendone l’esattezza, la cura del dettaglio e la capacità folleggiante di tenere insieme precisione chirurgica e tenerezza. Carson legge Proust con gli stessi occhi con cui legge Saffo, trattando un romanzo di tremila pagine come un papiro di cui sopravvivono giusto alcune righe, e mette Albertine dentro le parentesi quadre. La motivazione del Nobel parla di forme nuove e il Workout a prima vista ha l’aria di una scheda di lavoro, un elenco di appunti numerati con rimandi alle appendici, e soltanto leggendolo ci si accorge di avere tra le mani un poema grandioso.

(Non) credere

Già al quinto paragrafo Carson introduce la teoria della trasposizione, sostenuta fra gli altri da André Gide, secondo la quale Albertine sarebbe una versione dissimulata di Alfred Agostinelli, l’autista di cui Proust, scrivendo agli amici, confessava di volergli bene e perfino di adorarlo. Poi la lascia da parte per una quarantina di paragrafi e infine ci torna a mo’ di verbale. Il 30 maggio 1914 i giornali francesi riferiscono che Agostinelli, allievo pilota, è precipitato in mare vicino ad Antibes ed è annegato; Proust, racconta Carson, gli aveva comprato l’aeroplano per 27.000 franchi e aveva fatto incidere sulla fusoliera i versi di Mallarmé, gli aveva pagato le lezioni e lo aveva iscritto alla scuola di volo di Monaco con il nome di Marcel Swann, e per sorvegliarlo vi aveva mandato un altro domestico fidato, che si chiamava Albert. Nel romanzo Marcel scrive ad Albertine, ormai fuggita, di aver appena deciso di regalarle uno yacht dello stesso prezzo e di far incidere sulla prua la stessa strofa, quella del cigno rimasto prigioniero del ghiaccio di un lago perché non è partito in tempo con gli altri uccelli migratori. E nel novembre del 1922, sul letto di morte, Proust stava ancora correggendo il dattiloscritto della Prigioniera, inserendo nei dialoghi di Albertine alcune frasi dell’ultima lettera di Agostinelli, che gli era arrivata il giorno dopo l’incidente.

Carson accumula questi fatti, li mette in fila e al contempo ne diffida. Al cinquantaseiesimo paragrafo scrive che leggere l’opera di un autore alla luce della sua vita è sempre un rischio, e al successivo definisce la teoria della trasposizione un meccanismo ermeneutico sgraziato, intrusivo e sconfortante, che nel caso di Proust è anche irresistibile; ne ricava un’ultima scintilla, strofinando Alfred su Albertine, e la affida al cigno di Mallarmé, che getta un’ombra strana e solitaria su due storie d’amore, una scritta e una vissuta.

Subito dopo, a sigillo, cita la frase con cui Amleto respinge Ofelia, «Non avreste dovuto credermi».

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